Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 1: Non Passare Davanti alla Vecchia Casa Buia
- Mira Grant

- 19 ago 2024
- Tempo di lettura: 23 min
Molti anni fa…
Delle sottili nuvole fluttuavano caliginose nel cielo, bloccando la luce sia del sole maggiore che di quello minore, trasformando la strada sottostante in un panorama crepuscolare di ombre semoventi e pericoli incerti. Una folata di vento accarezzò i marciapiedi, uno stridio che tra le sue grinfie faceva vorticare delle foglie secche autunnali arancioni e marroni. Nonostante il buio, era mezzogiorno; quasi tutte le case erano vuote, con i loro inquilini impegnati al lavoro o a scuola, lasciando la via in uno stato di inquieto torpore. Il grigio peso dell’inverno era incombente, ma per ora il fragile e mutevole autunno stava passando repentinamente da mite a gelido e viceversa.
Per la maggior parte, le case di questo quartiere residenziale erano strutture monofamiliari anonime, che si ergevano solitarie sui loro piccoli lotti di terra, isolate nella presenza della comunità. I loro cortili erano ordinati, le finestre pulite… un luogo per quelle persone che volevano mimetizzarsi con i propri dintorni, assorbiti dalla loro comunità. Si notavano tre colori continuamente ripetuti all’esterno delle case: beige, una piacevole sfumatura neutrale di verde e un grigio ardesia bluastro. Era tutto chiaramente organizzato, progettato per il comfort e la conformità dei residenti.
Tutto, eccetto la vecchia casa all’angolo, dove il quartiere era più vicino al bosco sterposo. Era un costrutto torreggiante di fronzoli ornamentali e stranezze architettoniche. Dei gargoyle sbirciavano dai travetti e una terrazza girava intorno alla cupola sul tetto, che si ergeva leggermente inclinata, come se volesse essere un monito per ricordare che l’entropia, col tempo, sarebbe arrivata per tutti. Le finestre erano ricoperte da una patina di sporcizia, come cataratte che offuscavano gli occhi della casa, e il giardino era un tripudio di erbacce e siepi non curate. Non viveva nessuno lì. Nessuno aveva vissuto lì per un bel po’ di tempo.
Se il tetto dalle tegole nere e la facciata di mattoni grigia della casa non fossero sembrati così fuori posto rispetto ai loro dintorni, sarebbe potuto sfuggire all’occhio il piccolo cartello che era stato posizionato nel cortile. Era un semplice pezzo di legno bianco con la parola “VENDUTO” scritta a mano su di esso con lettere precise colorate di rosso.
Una carrozza dall’aspetto moderno accostò di fronte alla casa, degna di nota per la mancanza di animali da traino che la muovessero. Chiunque potesse permettersi uno dei nuovi veicoli con alimentazione interna si sarebbe sicuramente inserito senza problemi in questo quartiere… se solo non si fosse fermato di fronte alla più grande vergogna del suddetto quartiere.
Le porte della carrozza si aprirono, e una piccola famiglia di umani si fece strada nella flebile luce pomeridiana, stringendo delle valigie tra le mani. Quando misero piede nel vialetto, le tende della finestra frontale ondeggiarono, come se la brezza fosse riuscita a trovare un modo per entrare dentro l’edificio, e la porta si spalancò da sola, come per accoglierli a casa. I tre si avvicinarono quasi involontariamente tra loro, improvvisamente turbati per motivi che nessuno di loro avrebbe potuto esprimere a parole.
“La ditta di traslochi deve averla lasciata aperta” disse l’uomo, con una nota di giovialità apparentemente genuina nella sua voce. “Avanti, andiamo. Qui fuori non staremo certo al caldo.”
Lui fu il primo ad attraversare il cancello del cortile, e il primo a salire gli scalini del portico, con sua moglie subito dietro che osservava con una smorfia disgustata lo stato delle aiuole. La sua espressione faceva intendere che le avrebbe sistemate come prima cosa. Entrambi erano vestiti per adattarsi al loro nuovo quartiere, con un abbigliamento pacato dai tagli e dai colori rispettabili. La loro figlia adolescente, che camminava lentamente dietro di loro mentre osservava attentamente i suoi dintorni, si adattava meglio alla casa con il suo elaborato abbigliamento quasi d’epoca ed il suo trucco simile ad una ragnatela che si diramava attorno ai suoi occhi come un’intricata macchia. Le labbra di lei sembravano perennemente curvate verso il basso mentre seguiva i suoi genitori nell’ingresso, disseminato di bauli e casse che contenevano i loro beni materiali.
Lei appoggiò la sua valigia in fondo alle scale e passò la mano lungo il lucido corrimano di quercia, guardandosi poi le dita in cerca di polvere. Erano ricoperte di polvere luccicante, come le scaglie delle ali di una falena, e lei le strofinò tra loro prima di pulirsi la mano sulla gonna e continuare ad addentrarsi nella casa, lasciandosi alle spalle i genitori durante l’esplorazione.
Le porte che incontrava erano chiuse, finché non raggiunse il seminterrato. Quella porta era rimasta accostata, rivelando un minuscolo spiraglio di scale che scendevano nel buio. Lei si fermò lì, come se avesse visto qualcosa.
“Marina!” disse ad alta voce sua madre. “Vieni a scegliere una stanza. Dobbiamo capire dove mettere i mobili prima che torni la ditta di traslochi.”
“Arrivo, Mamma” le rispose lei, distogliendo controvoglia la propria attenzione dalla porta aperta. Qualsiasi cosa ci fosse laggiù aveva atteso fino a quel momento. Avrebbe potuto attenderla ancora un po’.
Lei non sapeva cosa fosse, ma aveva già capito che era paziente. Poteva attendere.
Oggi…
Il cielo non era mai veramente buio su Kamigawa, nemmeno sopra le nuvole, non quando Otawara si trovava nelle vicinanze in tutta la sua lucente gloria. Ogni particella di luce proveniente dalla luna in alto e dalle città in basso veniva riflessa dalla gloriosa fortezza dei Soratami, trasformando vetro e cromo in un faro sospeso. La luce stellare veniva rifratta dalle sculture di cristallo e dalle guglie trasparenti, amplificata in un’impossibile bellezza. Questo era l’apice dell’arte dei lunantropi, e persino la devastazione provocata dal Frangireami non era stata sufficiente per affievolire la sua luce. Le riparazioni sarebbero andate avanti per anni, se non decenni, ma la città comunque continuava a risplendere.
Un’ombra si mosse tra le vie illuminate a giorno, riuscendo in qualche modo ad evitare i droni che perlustravano la città seguendo archi costanti. Phyrexia non c’era più, ma i Soratami sempre fissati con la sicurezza ancora non avevano abbandonato le loro misure aumentate. Appiattendosi contro il muro di un vicolo, Kaito Shizuki osservò un drone sfrecciare oltre e pensò, non per la prima volta, che sarebbe stato tutto molto più semplice se gli artefatti recuperati dopo la guerra fossero stati custoditi nel Palazzo Imperiale, invece che in cielo.
Ma ciò che è fatto è fatto, e lui non poteva cambiarlo. Ora tutto ciò che importava era la missione e vederne la giusta conclusione.
L’antico palazzo di Oboro aveva subìto qualche danno durante l’invasione. Nonostante rimanesse interdetto agli esterni, molti dei suoi tesori erano stati spostati temporaneamente in una fortezza pesantemente sorvegliata. Delle guardie si trovavano fuori, mentre altre pattugliavano le sale e il tetto ad intervalli regolari, con l’attenzione rivolta verso l’esterno, in attesa di segnali di pericolo. Kaito scivolò oltre di esse una per una, rimanendo nelle ombre e muovendosi con un silenzio che la luna stessa gli avrebbe potuto invidiare.
Infine, raggiunse una nicchia nascosta dalla quale riuscì a vedere una porta sbarrata e sorvegliata riflessa nel metallo lucido di un’armatura volante, danneggiata durante l’invasione e messa in esposizione. Con un respiro silenzioso e regolare, si accucciò in quel punto, aspettando il passare dei minuti. Finalmente una guardia lunantropa si avvicinò percorrendo il corridoio, facendo un cenno alle due che fiancheggiavano l’entrata. Il cambio della guardia: era quasi sempre il momento migliore per muoversi, poiché le piccole irregolarità potevano sfuggire di fronte ad un caos coreografato.
Scivolando in piena vista, Kaito si spostò dietro la guardia e lo colpì sulla nuca con il pomello della propria spada. La guardia si irrigidì, poi si accasciò. Kaito lo sorresse prima che potesse cadere, appoggiandolo lentamente sul pavimento. Sulla spalla di Kaito, Himoto cambiò posizione, non contenta dell’aggressione verso un cittadino di Kamigawa, nonostante ne comprendesse il bisogno.
Kaito controllò il battito della guardia, assicurandosi di non aver fatto più danni del dovuto, poi rivolse la propria attenzione alla porta, rilasciando una scarica precisa di energia telecinetica. Scivolò all’interno del meccanismo di blocco, dove lui la ruotò e tirò finché la serratura non scattò lentamente e la porta perfettamente bilanciata non si aprì abbastanza da permettere a Kaito di farsi strada all’interno.
La stanza oltre di essa era una collezione di inestimabili tesori Imperiali affidati ai lunantropi, prototipi di tecnologie che erano state reputate troppo pericolose per rimanere accessibili, ricchezze oltre ogni misura. Alla fine del prossimo ciclo lunare tutto sarebbe stato spostato nuovamente dentro Oboro, impossibile da raggiungere senza recare grave offesa ai lunantropi: doveva agire ora.
Analizzando le scaffalature mentre si muoveva, Kaito entrò nella stanza, con gli occhi fissi su un piedistallo illuminato verso il fondo, quasi relegato in un angolo. Lì era appoggiata una pergamena di ferro, apparentemente anonima rispetto alle meraviglie che la circondavano. L’attenzione si rivolse alla pergamena, lui si mosse velocemente verso di essa, con una mano allungata per reclamare il suo premio-
Solo per fermarsi a trenta centimetri dal piedistallo, appena i suoi occhi colsero l’ultimo livello di sicurezza. Un kami ragno era appeso sopra la pergamena in una delicata ragnatela spiritica, estesa fino ad avvolgersi attorno alla pergamena stessa. Qualsiasi tentativo di toccarla avrebbe spezzato la ragnatela e attirato attenzioni indesiderate.
“Himoto” disse lui sottovoce, appena più di un sussurro nell’aria immobile, “riesci a districare questa ragnatela?”
Lei annuì e iniziò ad avanzare lentamente lungo il braccio esteso di lui verso la ragnatela, con l’intenzione di liberare la pergamena. Ci era quasi arrivata quando un suono infranse il silenzio. Uno schiarimento di gola, appena dietro di lui.
Kaito si voltò, con la spada già ricomposta e stretta in una mano, solo per ritrovare la propria lama contro un’altra. La donna dai capelli bianchi in piedi dietro di lui gli offrì un leggero sorriso, con la propria spada ancora sollevata per impedire a lui di mettere a segno un colpo. Ai piedi di lei si trovava un cane bianco e dorato, scodinzolante, e Kaito quasi sorrise nel vedere Yoshimaru nuovamente felice in compagnia della sua amata padrona.
“Ciao, vecchio amico” disse lei. “Sei bravo come sempre. Ma quando si passa alla spada, io rimango la migliore.”
Kaito la fissò. Chiedere all’Imperatrice dove fosse stata era una stupidaggine, come comprese dai loro ultimi incontri: in assenza della sua scintilla, era finalmente libera di conoscere veramente il piano che era suo per diritto di nascita, mai più scagliata per la Cieca Eternità senza che potesse sceglierlo o controllarlo. Per questo lei aveva chiesto a Passo Felpato di mantenere la reggenza per ora, così che potesse camminare tra il popolo che avrebbe dovuto guidare finché non lo avesse compreso al meglio. Perciò lui non chiese nulla. Prese invece un profondo respiro, si raddrizzò e abbassò la propria spada.
“Io… questo non è un affare Imperiale” sbottò lui. “Questa era di Tamiyo. Non avrebbe mai dovuto essere confiscata.”
“Non sono qui per fermarti” disse lei. “Sono venuta perché ho bisogno del tuo aiuto. Nashi è nei guai.”
Kaito si bloccò. “E credi che il miglior momento per dirmelo sia nel bel mezzo di un furto? Devi rivedere il tuo approccio.”
La Viandante sorrise. “Finisci rapidamente quello che hai da fare qui. Ci vediamo sul tetto del palazzo.” Fece un passo indietro, allontanandosi da lui. Lei si allontanava sempre da lui. “Ci vediamo presto.”
Lei si voltò per lasciare la stanza, lasciando Kaito a fissarla mentre se ne andava. Lui rivolse nuovamente la propria attenzione alla pergamena, mentre Himoto aveva terminato il suo viaggio verso la ragnatela e stava iniziando a disfarla attentamente, pezzo dopo pezzo.
Il vento che soffiava sui tetti del palazzo era freddo e aveva l’aroma dei boccioli di ciliegio. Ogni tanto un petalo rosa danzava nella brezza. Mentre camminava sulle tegole lucide, Kaito li evitava senza pensarci, con il peso della pergamena di ferro nella sua sacca. Di solito giocavano qui quand’erano bambini, un ragazzo e la sua amica, quando sapevano che un giorno sarebbero diventati suddito e imperatrice, in un futuro che sembrava lontano quanto la luna.
La luna ora non era così lontana e il futuro era già arrivato da molto tempo. Kaito balzò giù verso uno dei bassi giardini semi-nascosti che punteggiavano il tetto del palazzo, atterrando silenziosamente sul terreno di pietra muscosa. Lì si trovava l’Imperatrice, seduta sotto uno degli alberi di ciliegio con in mano un’estremità di una corda di seta. All’altra estremità si trovava un ansioso Yoshimaru, che ringhiava giocosamente.
Lei alzò lo sguardo verso Kaito quando si avvicinò. “Ce l’hai fatta?”
“Sì.” Kaito diede un colpetto sulla sua sacca. “Genku si ritroverà la pergamena della sua defunta moglie in biblioteca entro la mattina. Tu dici che Nashi è nei guai?”
“Non lo sappiamo per certo, ma sembra altamente probabile” disse l’Imperatrice. “È scomparso. Sono venuta a cercarti perché abbiamo bisogno di qualcuno che possa ancora viaggiare tra i piani senza limiti per radunare una squadra che possa andarlo a recuperare.”
Kaito si accigliò. “L’ultima squadra di cui ho fatto parte non è andata molto bene. Te lo ricordi.”
“Sì”, concordò lei. “Ma qui è diverso. Questa non è Phyrexia. E anche allora sei comunque riuscito a fare in modo che io e te fossimo ancora qui.”
Kaito distolse lo sguardo. “Non tutti ci sono riusciti”, disse.
Lei non aveva una risposta.
Yoshimaru le sfilò la corda dalle mani e la fece sventolare avanti e indietro, spezzando il collo di qualsiasi piccolo avversario si stesse immaginando. Fatto questo, lasciò cadere la corda di fronte a Kaito e lo guardò con degli occhi speranzosi da far sciogliere il cuore.
Kaito sospirò e raccolse un’estremità della corda, iniziando a giocare con il cane.
“Da quanto tempo è sparito Nashi?” chiese lui.
“Tre mesi.”
Kaito fissò l’Imperatrice. “Ma non… Me ne sarei accorto! O Genku me l’avrebbe detto!”
“So che ci sentiamo entrambi responsabili per Nashi” disse lei. “E allo stesso tempo lui incolpa noi due per la morte di sua madre, in misura diversa, e credo che anche noi ci stiamo incolpando. È stato facile tenersi alla larga, pensando che fosse quello che voleva lui. Quand’è stata l’ultima volta che sei andato a trovarlo? O che hai parlato con Genku?”
Kaito si fermò. Erano stati… “Mesi fa” ammise lui. “Ero concentrato a recuperare le pergamene di sua madre. Non avrebbero mai dovuto prenderle, e speravo che riaverle potesse alleggerire un minimo il suo cuore, anche se non potrà mai essere abbastanza.”
L’Imperatrice annuì. “Vedi? Stavamo tutti gestendo il lutto a modo nostro, e lui è scivolato via, come le increspature nell’acqua. Tre mesi fa lui disse ad uno degli altri Ineluttabili che la pergamena che conteneva il ricordo vivente di sua madre era sparita. Era sconvolto.”
“Avrebbe dovuto rivolgersi a me!”
“Era un bimbo col cuore spezzato, e quando ha iniziato a sentire la voce di sua madre che lo chiamava dicendogli di andare a cercarla, lui ha risposto. Seguì il suo richiamo fino a una porta ricoperta di strane incisioni, completamente fuori posto su Kamigawa. Lui è stato abbastanza furbo da inviare una serie di droni prima di entrare di persona, e quei droni hanno trasmesso delle immagini dall’altro lato prima di rompersi, uno per uno. È stato allora che ha contattato alcuni dei suoi amici più fidati e si è avventurato.” L’Imperatrice fece una pausa. “Non sono mai tornati. E, ancora peggio, la porta scomparì non appena Nashi la oltrepassò. Abbiamo le registrazioni dei droni della zona. Le ho analizzate e sono andata dove si sarebbe dovuta trovare la porta, ma non c’era nulla, soltanto un sussurro ai bordi della mia consapevolezza planare, come se qualcosa di terribile si fosse appoggiato contro il nostro mondo in quel punto esatto.
Nessuno su Kamigawa è riuscito ad aiutarmi, quindi sono stata costretta a cercare molto più lontano. Ho viaggiato per le Vie dei Presagi cercando l’eco di quella porta, e l’ho trovata su Ravnica, sorvegliata da Niv-Mizzet.”
“Quindi è lui che controlla l’accesso a questa porta?”
“Sì.”
“E ti fidi di lui?”
“No.” Il sorriso dell’Imperatrice fu breve e amaro. “Io credo che lui voglia scoprire i segreti di quella porta molto più di quanto voglia riportare Nashi a casa. Per lui noi siamo solo delle pedine da gioco, oggetti che può richiamare e sacrificare quanto vuole. Ma credo che lui abbia le risorse di cui abbiamo bisogno per farcela, e dobbiamo riuscirci.”
Kaito sospirò, sfinito fin nelle ossa. “Porterò stanotte la pergamena a Genku e gli chiederò se sa qualcosa. Poi radunerò la nostra squadra, dopodiché ci incontriamo…” Fece una pausa. “Dove dovremmo incontrarci?”
“C’è una Via dei Presagi stabile vicino a Eiganjo che mi condurrà al Decimo Distretto di Ravnica. Niv-Mizzet ci aspetterà lì.” Lei allungò il braccio, afferrando l’estremità della corda dalla mano di lui. “Conosci già la tua destinazione?”
Kaito annuì senza esitazione. “Ho una buona idea su dove iniziare” disse.
Tyvar Kell, principe elfico di Kaldheim, era in piedi a petto nudo nella neve, con i piedi saldi in una posa da guerriero e un largo sorriso sul volto mentre squadrava l’enorme lupo di fronte a lui. Era da solo, senza un branco che potesse venire in suo aiuto. Se fosse stato parte di un branco non starebbe predando il villaggio da diverse settimane, e non sarebbe stato attirato da questa gloriosa battaglia.
Il lupo ringhiò. Tyvar iniziò a ridere.
“Allora, bestia?” disse lui ad alta voce. “Vieni a prendermi!”
Il lupo, che era tranquillamente il doppio di lui, fece un balzo e Tyvar colpì con un possente gancio sinistro la morbida parte inferiore della sua mascella, con la potenza del pugno aumentata dalla trasformazione del suo corpo in pietra vivente a metà del movimento. Il lupo venne ribaltato all’indietro nella neve, atterrando senza un suono. Tyvar aggrottò la fronte, mentre il suo corpo tornava gradualmente di carne.
“Alzati” disse lui. “Questa è una battaglia eroica solo se resisti a più di un colpo.”
“Devo ammetterlo, tu che giochi all’accalappiacani non era ciò che mi aspettavo” disse una voce dietro di lui, gradita e familiare.
Tyvar si voltò, nuovamente raggiante. “Kaito!” gridò, felice oltremisura. “Cosa ti porta a Kaldheim, amico mio? Sei in cerca di grandiose avventure e gloriosi pericoli?”
“Non proprio” disse Kaito. “Non sono a caccia di pericoli, gloriosi o meno. Speravo di poterti convincere per venire ad aiutarmi con un piccolo problema…”
Qualche ora più tardi, Tyvar e Kaito erano seduti dentro la sala dei banchetti, con vassoi di carne e formaggio davanti a loro e un boccale di sidro caldo stretto in mano. Gli abitanti del villaggio avevano già scuoiato il grande lupo e portato via il corpo: le pecore che aveva mangiato avrebbero dovuto vestire molti di loro per una stagione intera. Ora sarebbe stato usato al posto dei membri del gregge mancanti, riscaldando le persone durante le nevicate invernali.
Tyvar annuì con profonda solennità alle parole di Kaito, con la fronte corrugata per la concentrazione. “Quindi, vuoi che io viaggi attraverso le Vie dei Presagi alla città di Ravnica, dove dovremo attraversare una porta misteriosa che potrebbe significare la nostra rovina?”
“Diciamo che è una buona sintesi, sì.”
“Quando partiamo?”
“L’idea è che io metta insieme una squadra” disse Kaito. “Io mi occupo della furtività. L’Imperatrice ha intenzione di accompagnarci, e lei può occuparsi della navigazione. Noi due siamo entrambi dei bravi guerrieri, ma tu da solo vali come una squadra da demolizione. Niv-Mizzet vorrà sicuramente che uno dei suoi ci accompagni, e questo ci dà uno scienziato. Il resto della nostra vecchia squadra d’assalto è…”
“Amica Kaya verrebbe se sapessimo dove trovarla, ma temo che per il momento ne abbia avuto abbastanza di avventure” disse Tyvar. Non nominò gli altri. Non aveva senso farlo. Sollevando il suo boccale, prese una bella sorsata di sidro e poi chiese, con tono indagatore: “Quali altri bisogni devono essere soddisfatti dalle capacità di tutti noi?”
“Ci farebbe comodo qualcuno con abilità difensive” disse Kaito. “Qualcuno che è esperto nel creare scudi e ingaggiare da lontano. Io non posso essere l’unico nostro combattente dalla distanza.”
Tyvar lo guardò gravemente. “Ti aspetti molti problemi, dunque?”
“La prudenza non è mai troppa.”
Con sua sorpresa, Tyvar rise sguaiatamente. “Magnifico!” disse. “Più problemi si traducono in più dramma nel racconto! Credo di poter avere proprio la figura eroica di cui hai bisogno… e la cosa migliore è che attualmente si trova su Kaldheim, quindi non dovrai andare tanto lontano.”
“Ho la tua garanzia?”
“Certamente. E, detto tra di noi, ha bisogno di uscire un po’ di più. Una gita verso una nuova destinazione terrificante piena di pericoli sconosciuti potrebbe essere proprio la soluzione per il suo morale a terra.”
“È qualcuno che ho già incontrato?”
“Non credo.” La bocca di Tyvar si contorse brevemente. “Niko Aris. Era un Planeswalker, prima…”
Prima del cambiamento. Prima che tantissime scintille si spegnessero come candele al vento, lasciando i loro vecchi portatori a barcollare senza una luce guida. Prima di Phyrexia, prima del sylex…
Prima del loro fallimento.
“Sono certo che sarà un’ottima risorsa” disse Kaito. “Dove si trova?”
Tyvar indicò un angolo particolarmente rumoroso della sala dei banchetti, dove si era accalcato un grande gruppo di cacciatori locali. Avevano appoggiato al muro tre bersagli in legno tagliati in modo grezzo e si stavano alternando nel lancio di piccole asce verso i loro obiettivi, mancandoli la metà delle volte e tagliuzzando via dei pezzi dalle travi portanti della sala. Mentre Kaito guardava, un cacciatore particolarmente massiccio con la barba divisa in tre ordinate trecce oliate si fece avanti, soppesando un’ascia nella sua mano, poi la scagliò senza alcuna fatica verso il bersaglio più piccolo.
Lo colpì in pieno centro, e gli altri cacciatori esultarono.
“Niko?” chiese Kaito.
“No” disse Tyvar, ridendo. “Quello è Trygve. La sua abilità con le asce da lancio è notevole quanto non lo è la sua abilità con un arco. È un cacciatore tremendo, ma un bravo sportivo.” Fece cenno con la testa verso una figura più magra seduta ad uno dei tavoli vicino ai lanciatori di asce. Aveva metà della testa rasata, e i capelli che rimanevano erano lunghi, lisci e scuri alla radice, ma schiariti con un colore argentato verso le punte. Mentre gli sfidanti facevano baccano per il tiro di Trygve, quella figura si alzò, muovendosi fluidamente in mezzo alla folla, e raccolse una coppia di asce, una per mano.
Scambiò qualche parola con qualcuno che Kaito diede per scontato fosse chi stava gestendo il gioco, poi scagliò entrambe le asce al bersaglio, una dopo l’altra. La prima colpì il manico dell’ascia di Trygve, dividendola a metà su tutta la lunghezza. La seconda ripeté quella mossa, spezzando esattamente a metà l’ascia della persona sconosciuta.
Tyvar rise e fece cenno alla figura di raggiungerlo, ma ricevette come risposta un dito alzato per fargli capire di aspettare. Diverse borse di monete passarono di mano in mano, poi la persona iniziò a muoversi verso il loro tavolo, apparentemente incurante nei riguardi della propria notevole vittoria.
“Kaito, amico mio, ecco Niko Aris, la mia nuova amicizia” disse Tyvar, una volta che la persona sconosciuta si avvicinò abbastanza. “Proviene da Theros, e secondo me mancano altre tre serate dei giochi prima che ci faccia buttare fuori entrambi da questa sala dei banchetti.”
“Solo perché tu insisti ad intervenire quando i locali si stufano di perdere” disse Niko. “Posso tranquillamente gestire una rissa.”
“Sì, ma quando continui ad iniziarle per me, così allettanti ed entusiaste, non posso resistere e devo unirmi.” Tyvar sfoggiò un sorriso verso Niko, che aggrottò la fronte in risposta.
“Ah” disse Kaito, che non voleva rimanere invischiato nel bel mezzo di una rissa, per quanto a Tyvar potesse piacere. “Sembri avere una bella mira.”
“Non manco mai il bersaglio.” Niko generò dal nulla ciò che sembrava essere un frammento di magia lucente, mantenendolo in aria sopra il palmo della mano. “Almeno l’invasione non si è portata via anche questo.”
“Amico Niko, come me, non riesce più a percepire la Cieca Eternità nelle ossa” disse Tyvar.
La fronte di Niko si aggrottò ancora di più. “E suppongo che tu ci riesca?” chiese a Kaito, con voce tagliente.
“Sì”, disse Kaito. “Io, e una persona che conosco molto bene, abbiamo bisogno del tuo aiuto su Ravnica. Verrai con noi?”
“Abbiamo trovato la Via dei Presagi che ci trasporterà lì proprio la settimana scorsa” disse Tyvar, gioioso. “Avanti, Niko! Lascerai questi avversari non degni e mi seguirai verso pericolo certo?”
Niko guardò il frammento nella sua mano, poi fece un breve movimento e lo lanciò dal basso verso l’alto diretto al bersaglio più grande dei lanciatori d’ascia. Si conficcò con precisione nel centro, lucente come un fascio di luce stellare.
“Tanto vale” disse Niko. “Non posso lasciare ai Planeswalker tutto il divertimento.”
Kaito oltrepassò l’infinito e mise piede sulle strade di Ravnica, alzando lo sguardo verso il cielo violaceo e chiedendosi (non per la prima volta) perché lui avesse mantenuto la scintilla al contrario di tantissimi altri. Tyvar era sereno e l’Imperatrice addirittura sollevata, ma Niko provava chiaramente rabbia, con una quantità di rancore che Kaito non riusciva a comprendere pienamente, non avendo mai perduto una parte così essenziale di sé. L’ex Planeswalker di Theros non sopportava essere qualcosa di inferiore rispetto a prima, nonostante la sua affascinante magia dei frammenti fosse rimasta intatta, nonostante le Vie dei Presagi permettessero di non rimanere intrappolati su un singolo piano. Aveva avuto fiducia nella Cieca Eternità, subendo però un tradimento.
Kaito capiva in parte le sue ragioni, mentre si guardava lentamente intorno alla ricerca di qualcuno a cui avrebbe potuto chiedere di accompagnarlo da questo “Patto delle Gilde vivente”, qualunque cosa fosse. Si bloccò alla vista di una snella umana appena più alta di Nashi che si trovava in piedi all’imbocco di un vicolo lì vicino, ad armeggiare con un piccolo dispositivo geometrico con la parte anteriore cristallina che oscillava tra diversi colori, come se in qualche modo stesse leggendo i livelli di energia dell’area. Kaito si fermò a qualche passo da lei, aggrottando la fronte.
Dopo un attimo, lei alzò lo sguardo e sobbalzò. “Oh… oh! Salve! Tu devi essere Kaito! Ti stavamo aspettando!”
Kaito annuì. “Sono proprio io. E tu sei…?”
“Oh! Ehm.” Lei chiuse il suo dispositivo, riducendolo ad un dischetto e facendolo scivolare in tasca prima di porgere la mano a Kaito. “Io sono Zimone. Sono una studentessa dell’Accademia Quandrix all’Università di Strixhaven. Sono qui per lavorare con la Lega Izzet alla mia tesi di laurea sugli spazi extraplanari teorici. Il drago mi ha chiesto di aspettarti.”
“Perché?”
“Oh. Sapevamo saresti venuto.” Zimone fece una pausa, sistemandosi gli occhiali. Sembrò realizzare di non aver dato abbastanza informazioni, poi continuò: “Dovrei accompagnarti da lui.”
“Dovremo aspettare i miei compagni di viaggio. Stanno arrivando tramite le Vie dei Presagi.”
Zimone lo guardò con gentilezza, chiaramente non comprendendo perché quello costituisse un problema, e Kaito si rese conto che negli occhi di lei mancava quel particolare sguardo tormentato che lui associava agli ex Planeswalker. Per lei la comparsa delle Vie dei Presagi era stato l’inizio di una nuova luminosa era, non la fine di un’altra a cui si guardava con affetto. Insieme, si voltarono per affacciarsi alla piazza.
Passò del tempo. A un certo punto, Tyvar balzò fuori da un altro vicolo, stracolmo di entusiasmo come sempre.
“Perché quell’uomo non indossa una maglia?” chiese Zimone.
Kaito si limitò a ridere.
Tyvar si affrettò a raggiungerli. “Bentrovato, caro compagno! E volto nuovo.” Si rivolse a Zimone, inchinandosi leggermente. “Con chi ho il piacere di parlare?”
“Zimone Wola”, disse lei, sembrando più confusa che lusingata.
Niko uscì dallo stesso vicolo, camminando come se avesse il mal di mare e fosse sul punto di collassare. Dal colorito leggermente verdognolo per l’inspiegabile nausea, si mosse per unirsi al trio.
“Niko, questa è Zimone, di Strixhaven” disse Kaito. “Zimone, ecco Niko. Il suo piano di origine è Theros, ma attualmente si trova su Kaldheim.”
“Piacere” disse Niko.
Zimone unì le mani tra loro. “Molto bene, seguitemi” disse, per poi precipitarsi lungo il vicolo. Gli altri si scambiarono uno sguardo, alzarono le spalle e iniziarono a seguirla.
Il vicolo terminò in un piccolo cortile, occupato da un enorme drago rosso coricato sul lato come un felino, con le enormi ali ripiegate contro i fianchi. Zimone li condusse direttamente verso di lui.
“Sig. Patto delle Gilde, ho trovato la squadra di ricerca” disse lei mentre si avvicinava.
“Quindi ce l’ha fatta” disse il drago, sollevandosi. “Eccellente lavoro, Sig.na Wola. Kaito Shizuki, presumo.”
“Sissignore” disse Kaito, inchinandosi. “Loro sono chi ho selezionato per comporre la squadra di recupero: Tyvar Kell e Niko Aris.”
Niv-Mizzet annuì, con l’enorme testa che generava una breve folata d’aria quando si muoveva. “Molto bene. Seguitemi.”
Una striscia di lucenti glifi bianchi apparve di fronte a loro. Kaito si fermò. “Opera degli Azorius” disse Niv-Mizzet. “Ci lasceranno passare.”
“Magnifico” disse Tyvar, anche se non era chiaro che lui avesse capito cosa significasse. Poi disse: “Farete voi gli onori di casa? Ho sempre desiderato parlare approfonditamente con un drago.”
“Se avremo il tempo, converserò volentieri” disse Niv-Mizzet, ironicamente. “Non siete i primi ad arrivare, ovviamente. La Viandante è tornata ieri, seguita da un’altra dei vostri compari.”
Kaito sbatté le palpebre. “I nostri compari?” chiese.
“Sì. Una ragazza giovane, più giovane di Zimone, che si fa chiamare Aminatou. Ha detto che avrete bisogno del suo aiuto per farcela.”
Niko si bloccò, fissando il vuoto. Uno per uno, gli altri rallentarono fino a fermarsi e si voltarono nella sua direzione. “Niko?” chiese Tyvar.
“Aminatou?” chiese Niko.
Niv-Mizzet annuì. “Sì.”
“La bambina che fila i bozzoli del fato.”
Niv-Mizzet fece uscire una sottile sbuffata di fumo, apparentemente pensoso. “Sembra in linea con ciò che le è stato visto fare finora, quindi credo di sì.”
“Io non credo nel fato.”
“Ma il fato crede in te” disse Tyvar, dando un colpo sulla spalla a Niko. “Forza, facciamo dubitare questa sconosciuta faccia a faccia.”
Continuarono a camminare. Kaito aggrottò nuovamente la fronte quando individuò un cartello sul muro, marchiato con il sigillo della Legione Boros, che avvertiva della presenza di energia necromantica nella zona e ordinava un’evacuazione. Niv-Mizzet lo vide osservare il cartello e soffiò un’altra nuvoletta di fumo.
“Non c’è nessuna contaminazione di quel tipo, ovviamente” disse. “Dovevamo solo liberare la zona per condurre la nostra ricerca.”
Attraversarono i glifi, che riscaldarono la loro pelle per un attimo prima di lasciarli passare oltre incolumi. Niv-Mizzet continuò senza rallentare finché una donna in abiti senza alcun sigillo di gilda comparve lungo una via laterale, agitando un braccio per attirare la sua attenzione.
“Quella sarebbe Dama Etrata” disse lui. “Lei e il suo responsabile stanno gestendo la sistemazione dei ricercatori che rimarranno qui, su Ravnica, mentre voi intraprenderete il vostro lavoro.” Li condusse verso la donna, finché non furono abbastanza vicini per parlare.
“Sei in ritardo” disse lei, senza giri di parole né il rispetto che Kaito si sarebbe aspettato per qualcuno che si stava rivolgendo ad un enorme predatore volante.
“Sono perfettamente in orario, ora che la nostra squadra di incursione si trova qui” ribatté lui, con un ringhio d’avvertimento.
Etrata alzò le spalle.
Niv-Mizzet soffiò un pennacchio di fumo. “Sai, avevo sperato che il tuo rispetto si estendesse a Proft, e non che accadesse il viceversa.”
Il gruppo continuò lungo la strada laterale dalla quale lei era arrivata, raggiungendo un altro cortile. Questo era più grande del primo, e più nascosto. Ricercatori con equipaggiamento protettivo, riconoscibili dai sigilli degli Izzet e dei Simic, brulicavano avanti e indietro, puntando dispositivi incomprensibili verso un’anonima porta. Vicino era stata eretta una tenda, al cui interno erano seduti la Viandante, insieme a Proft, Yoshimaru ed una ragazzina sconosciuta che Kaito suppose fosse Aminatou. Era strano vedere in quel luogo una bambina, ma aveva già visto cose anche più strane in passato.
La Viandante si alzò mentre loro si avvicinavano, uscendo dalla tenda per raggiungerli. “È giunto il momento?” chiese lei.
“Sì” disse Niv-Mizzet. “Andiamo.”
Aminatou arrivò dopo di lei, con Yoshimaru alle sue spalle, poi Niv-Mizzet guidò il gruppo in mezzo alla calca di ricercatori verso la porta. Era circondata da cartelli che dichiaravano “PERICOLO” e “ALLA LARGA” in decine di lingue, di cui solo alcune riconoscibili da Kaito. Niv-Mizzet fece un gesto pomposo verso la porta. “Ecco il motivo per cui siamo qui” disse lui, con sonora importanza.
Tyvar aggrottò la fronte. “Questa?” chiese. “Ma è solo una porta.”
Effettivamente non c’era nulla di visibilmente peculiare su quella porta, che era in legno di ciliegio macchiato e decorata con un intricato disegno intagliato di falene e rami. Sembrava assolutamente innocua, non irradiando magia ostile o nient’altro di simile.
Eppure Aminatou sussultò e indietreggiò quando i suoi occhi si posarono sulla porta. Per un istante, la sua paura e disgusto la fecero apparire più giovane della sua età effettiva, come una lattante terrorizzata che non aveva niente a che fare con una situazione del genere. La Viandante le appoggiò una mano rassicurante sulla spalla, e Aminatou si ritirò contro di lei, con Yoshimaru davanti a lei come per difenderla dalla porta.
“Ci ascolta” sussurrò Aminatou. “Fate attenzione a ciò che dite, o conoscerà i nostri piani.”
Quella sì che era un’idea disturbante, pensò Kaito.
“Venite con me” disse Niv-Mizzet. Li riportò sui loro passi, fino alla tenda. Si stava stretti con il drago tra di loro, ma ci riuscirono, stipandosi in una scomoda vicinanza.
“È una Via dei Presagi?” chiese Niko.
Un uomo vestito con un lungo cappotto marrone, che si era unito a Etrata durante il loro ritorno dalla porta, fece una risatina. “Non ha nessuno dei tratti distintivi di una Via dei Presagi. Se lo è, è unica nel suo genere. Non abbiamo mai visto nulla di simile.”
“Abbiamo delle registrazioni dall’interno, Sig. Proft” disse Zimone, prima che Niko potesse reagire al tono dell’uomo. “I droni di Nashi hanno inviato delle immagini prima di smettere di funzionare. È una casa.”
“Una casa?” chiese Kaito.
Lei annuì. “Una semplice casa, perfettamente normale, se escludiamo il bisogno di una bella pulizia. Un po’ malandata, possibilmente abbandonata e dotata di alcuni angoli molto strani. Credo che lo spazio all’interno sia distorto, in qualche modo.” Fece una pausa, poi sfoggiò un sorriso. “Non vedo l’ora di dare un’occhiata più da vicino.”
Kaito guardò Tyvar negli occhi e annuì. Lei era la ricercatrice che lui aveva anticipato che Niv-Mizzet avrebbe fatto unire al gruppo. “Molto bene, Sig.na Zimone” disse lui. “Tuttavia, non mi trovo completamente d’accordo sul fatto che Aminatou si unisca a noi, vista la sua età.”
“Non posso” disse Aminatou. “Ciò che vi aspetta dall’altro lato di quella porta sarebbe infinitamente più pericoloso se riuscisse a mettere le mani su di me. No. Io rimango qui. Voi avrete bisogno di me qui. È da qui che posso aiutarvi.”
“In che modo?” chiese Niko.
Aminatou rivolse a Niko uno sguardo calmo. “Mi dispiace, sfidante del destino; comprendo perché mi detesti. Ma la mia magia e la magia della casa si respingono a vicenda, come l’acqua che respinge l’olio. A causa di ciò, io posso mandarvi oltre la porta con dei plasmafato.” Fece una pausa.
“Che cosa sono?” chiese Zimone.
Aminatou alzò le spalle. “In realtà sono dei simboli. Concentrazioni del mio potere in forma fisica. Possono essere usati per evitare una fine orribile.”
Niko si raddrizzò, arrossendo in viso dalla rabbia. “Cosa?” domandò. “Puoi fare una cosa del genere? Per te le nostre vite sono solo dei giocattoli?”
Quella rabbia sembrò trasmettersi anche a Tyvar, seppur non così animata. “Se hai il potere di mostrarci queste risposte, perché ci hai lasciati marciare contro Phyrexia senza? Perché abbiamo perso così tanti dei nostri in una battaglia in cui avresti potuto risparmiarci?”
“Perché non è così che funziona il mio potere” disse Aminatou. “È stato già abbastanza complesso creare questi. Quando farete una scelta che vi porterebbe a morte certa, chiunque nelle vicinanze in possesso di un simbolo ne vedrà l’esito, lo percepirà come reale, poi tornerà indietro all’attimo prima che venga presa la decisione, dandovi la possibilità di compierla nuovamente. Ma la visione sarà breve, non più di un minuto, e funziona solo una volta per singola persona. Anche prima che la mia scintilla mi abbandonasse, il mio potere aveva dei limiti. Non vi costringerò a prenderli con voi. Non sottraggo le persone delle proprie scelte in questo modo. Ma, se rifiutate il mio aiuto, almeno uno di voi non riuscirà a tornare. È una certezza.”
Il gruppo si scambiò qualche sguardo. Alla fine, la Viandante avanzò.
“Ti ringraziamo per il tuo aiuto” disse lei. “Solo gli stolti rifiuterebbero un aiuto concesso liberamente.”
“Allora prendete questi” disse Aminatou. Rovistò all’interno di un sacchetto che portava in vita ed estrasse una manciata di figure intagliate in maniera grezza, non più grandi del suo dito indice, e ciascuna con le vaghe sembianze del viso e della forma di una persona. Li distribuì ai membri della squadra, dandone un secondo alla Viandante. “Per il tuo amico.”
“Grazie” disse la Viandante. “Baderesti a Yoshimaru per me? Un così caro e fedele compagno non può correre il nostro pericolo.”
Kaito, che stava per buttarsi insieme a lei in quel pericolo, alzò un sopracciglio e non disse nulla.
“Prendete questi” disse Etrata, raccogliendo un dispositivo quadrato da una pila di oggetti simili e porgendolo a Niko. “Rileveranno le energie all’interno della casa e ci aiuteranno a farci un’idea migliore di cosa la renda così particolare.”
Uno per uno, presero i dispositivi di rilevamento e si avvicinarono alla porta. Si spalancò non appena la Viandante allungò la mano verso il pomello. Dall’altra parte si trovava un ingresso, una specie di corridoio, ma visto attraverso una membrana di strana energia tremolante blu. Uno dopo l’altro, il gruppo entrò in fila.
L’ultima cosa che vide ciascuno di loro prima che la porta si chiudesse sbattendo fu Aminatou, con una mano stretta sulla pelliccia di Yoshimaru, in piedi insieme a Etrata, Proft e Niv-Mizzet mentre li guardava andare via. Sembrava che fossero molto più lontani di quanto avrebbero dovuto. Poi la porta si chiuse, e la Casa fu tutto.





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