Bloomburrow | Episodio 4: Predire il Futuro e Richiamare la Tempesta
- Valerie Valdes

- 5 lug 2024
- Tempo di lettura: 20 min
Aggiornamento: 16 mar
Helga
Menomata ed esausta dopo essere stata sballottata dal Lungo Fiume, per poi strisciare a riva e trovare un rifugio temporaneo all’interno di una caverna piena di ossa, Helga non poteva far altro che fissare distrattamente il circolo di armi e rattidi che circondava lei e gli altri. Era quasi morta per la terza volta in altrettanti giorni e ora stava venendo minacciata un’ennesima volta. Qualsiasi scintilla di sfida o paura era stata spenta, lasciando solo le ceneri.
“Potreste non averlo notato” disse lei, “ma non abbiamo avuto molto controllo sul nostro arrivo qui, ovunque ci troviamo.”
“Irrilevante” sbottò il rattide, brandendo il suo pugnale. “Ora ve ne andrete, o i vostri cadaveri nutriranno gli scarabei.”
Coccolo si alzò in piedi con un’eleganza sorprendente, ringhiando. Finneas si irrigidì come se fosse pronto a balzare via, mentre gli occhi di Gev si illuminarono di arancione.
“Non facciamo i precipitosi” disse Mabel, alzando le sue zampe vuote.
“Io sono pronto ad essere precipitoso in maniera mirata” disse Ral, con l’elettricità crepitante attorno al suo bracciale.
Dall’entrata della caverna si avvicinarono dei passi strascicati. I rattidi fecero un passo indietro, rivelando una figura rugosa con un mantello abbellito da un guscio. La sua pelliccia, se in passato era stata più scura, ora era sbiadita in un pallido grigio, e si appoggiava ad un bastone con l’impugnatura a forma di chiocciola, muovendosi lentamente forse a causa delle ossa doloranti. Da sotto il suo cappuccio, due diversi occhi osservarono Helga: uno nero e l’altro rosso.
“Questi forestieri non sono come gli altri” disse lui, con un lieve rantolo nella sua voce bassa. “Il Fiume li ha condotti da noi. Dobbiamo offrire loro ospitalità.”
I rattidi rinfoderarono le loro armi e uno di loro offrì a Helga una zampa per aiutarla ad alzarsi. Lei esitò, poi la afferrò.
“Venite” disse l’anziano. “Io mi chiamo Coffey, e voi dovete riposare e mangiare prima di procedere. Forse potremmo anche assistervi nella vostra missione. Sì?”
I baffi di Mabel scattarono, ma la sua postura si rilassò. “Ve ne saremmo molto grati.”
Coffey fece un movimento con il suo bastone, e una cozza scanalata venne spostata di lato, rivelando l’apertura di un tunnel abbastanza grande da far entrare Coccolo senza bisogno di abbassarsi. L’oscurità emanava aroma di muffa e funghi; Helga rivalutò che forse seguire questi estranei avrebbe potuto essere un grave errore.
“Seriamente?” Ral fece cadere la coda nel fango, poi sussultò e lanciò un’occhiataccia all’appendice come se lo avesse offeso. Fermo, si ritrovò dietro Mabel.
Andando al passo di Coffey, i rattidi li guidarono attraverso un labirinto di calcare, con accenni di segni a forma di guscio, curve e spirali che scolpivano delle storie oscure sulla superficie butterata. Le pareti non mostravano alcun segno di essere state incise dai rattidi, anche se il pavimento sembrava lisciato dall’usura e leggermente concavo a causa del passaggio di innumerevoli piedi nel tempo. Delle luci incantate all’interno di candelieri da parete intrecciati si illuminavano al loro passaggio e si spegnevano dopo essersi allontanati, rivelando ogni tanto dei tunnel laterali o delle stanze spoglie con file di letti all’interno.
“Che posto è questo?” chiese Ral.
“Il nostro villaggio” disse l’anziano. “Queste un tempo erano antiche tane, create da enormi insetti di epoche passate, da tempo dimenticati. Da tutti tranne che da noi, ovviamente.”
Helga rabbrividì, e non solo perché l’aria si stava raffreddando man mano che scendevano sempre più in profondità nella roccia.
“Che cosa fate qui?” chiese Mabel.
“Siamo custodi del sapere” rispose Coffey, respirando come un soffietto bucato. “Conserviamo la storia di Bloomburrow e della Valle al suo interno. Ogni racconto che troviamo, ogni frammento di leggenda che sciaborda sulle nostre rive, li conserviamo nel nostro ossario per le generazioni future. Il passato definisce il presente e, di conseguenza, il futuro.”
Dopo abbastanza svolte da non far rendere conto a Helga di come uscire, raggiunsero una porta di legno, che Coffey aprì. Lui fece cenno a tutti di entrare, mentre la loro scorta di rattidi tornava silenziosamente in qualunque buco nascosto dal quale era uscita.
Con sorpresa di Helga, la stanza era spaziosa, ma anche accogliente. Un cesto luminoso era appeso al soffitto, pieno di perle leggermente luminescenti. Delle sedie apparentemente comode si trovavano vicino a una parete completamente coperta da scaffalature, che arrivavano fino al soffitto, tanto che alcune erano accessibili solamente salendo una scalinata a spirale. File e pile di libri condividevano quello spazio con altre cianfrusaglie assortite: sculture di gusci di scarabeo di un blu iridescente, una scatola ricoperta di scaglie di ali di falena, una mezza maschera di legname dipinta. Tappeti e cuscini ammorbidivano i pavimenti in pietra, e una stufa di ferrolinfa riscaldava la stanza, con la torba al suo interno evidentemente incantata perché bruciasse senza produrre fumo. L’aroma di alghe e suolo bagnato si mischiava con quello del tè di camomilla appena messo in infusione. Vicino alla teiera si trovava un talpide marrone scuro che indossava una giacca imbottita con delle toppe sui gomiti e con un paio di occhiali in equilibrio sul naso.
Coffey si accomodò su una delle sedie, appoggiando il suo bastone lì vicino. Un piccolo porcellino di terra si distese all’interno di un cesto in un angolo e scorrazzò verso di lui, riposandosi ai suoi piedi.
“Qualcuno vuole qualcosa da bere?” chiese Coffey.
“Sì, grazie” disse Mabel. “Per tutti noi, credo.”
Coffey abbassò la testa verso il talpide. “Tucker, se vuoi essere così gentile.”
Tucker tirò fuori una variegata collezione di tazze e servì la compagnia, poi si apprestò a tagliare delle fette di torta di semi. Helga sorseggiò il tè con gratitudine, rilassandosi sul cuscino che aveva scelto per sedersi. I suoi arti erano doloranti dopo essersi tenuta stretta a Coccolo per tutto quel tempo e mostravano nuovi ematomi causati dai detriti che l’avevano colpita nel tumulto del fiume. Anche gli altri erano sicuramente in condizioni simili, con il tasside che probabilmente aveva subìto il tutto in maniera peggiore. Ora tutti loro erano seduti, tranne Ral, che scrutava i dorsi dei libri, tirandone fuori uno ogni tanto e analizzandone il contenuto.
“Mi scuso per l’accoglienza ostile” disse Coffey. “Riceviamo pochi visitatori, e voi siete il secondo gruppo di forestieri che passa di qui in altrettanti giorni. Il primo, ahimè, causò un po’ di turbolenza, e la nostra guardia è rimasta alta da allora.”
“Che forestieri?” chiese Mabel, inclinandosi in avanti, con i suoi occhi scuri affilati come la sua lama.
“Mercenari.” Lui alzò il suo bastone e disegnò dei cerchi in aria, con una spirale di magia blu-violetta che si alzava dal manico a guscio. Al suo centro, prese forma un’immagine luccicante: un donnolide che indossava un frac rosso con un cappuccio e una zampa guantata che brandiva uno stocco. Il suo occhio destro era coperto da una terribile cicatrice: tre linee diagonali, come se un artiglio gli avesse sfregiato il viso.
“Questo è Artiglio Crudele” continuò Coffey. “Guidava la sua banda attraverso la palude, depredando tutte le scorte che voleva, con il Gufo della Notte che portava distruzione al suo passaggio.”
“Lo stiamo cercando anche noi!” esclamò Helga, poi si coprì la bocca con entrambe le mani. Quegli scatti non erano segno di educazione, come spesso gli avevano ricordato i suoi genitori.
Mabel non la rimproverò. “Abbiamo trovato due dei suoi necromanti in un villaggio devastato dal Gufo della Notte. Sembravano conoscere qualche dettaglio sul perché fosse successo, quindi li abbiamo seguiti, ma li abbiamo persi di vista quando la zona portuale della Città dei Tre Alberi è stata aggredita dal Luccio dell’Inondazione.”
“Il Luccio dell’Inondazione?” squittì Tucker, rovesciando il suo tè. Mabel si alzò e lo aiutò ad asciugarlo con un panno.
“Artiglio Crudele deve essere fermato” affermò Coffey, “prima che altre Bestie della Calamità si uniscano a questa follia.”
“Ma come potrebbe essere lui a causare questi attacchi?” chiese Helga, sbalordita. “Nessuno ha potere sulle Bestie della Calamità, nemmeno i grandi intrecciatori ai tempi dell’Ordine dell’Agrifoglio.”
“Io credo che Artiglio Crudele abbia rubato qualcosa che potrebbe dare a lui o a chiunque l’abbia ingaggiato tale potere.” Coffey chiuse gli occhi come se sentisse dolore. “I nostri esploratori hanno riportato che è entrato in possesso di un uovo di Bestia della Calamità.”
Helga restò senza fiato, sentendo tutto il proprio sangue come fosse acqua che fuoriusciva da una teiera crepata.
“L’uovo è… importante?” chiese Ral, con i suoi occhi grigio-blu stretti sotto gli occhialoni appoggiati sulla sua fronte.
“Da esso” disse Tucker, “prima o poi nascerà una nuova Bestia della Calamità. Chissà quale potenziale magico potrebbe avere una cosa del genere?”
“Potrebbe non averlo affatto” rifletté Mabel, recuperando il suo tè e sedendosi. “L’uovo potrebbe essere prezioso solo per la creatura a cui darà origine. Dobbiamo trovare chiunque stia dando gli ordini ad Artiglio Crudele.”
“E se ci riuscite?” chiese Coffey, con i suoi occhi spaiati simili a pezzi di carbone, uno incandescente e l’altro spento. “Cosa farete allora?”
La voce di Mabel fu risoluta. “Allora riporteremo l’uovo dove deve essere.”
Finneas balzò in piedi. “Mabel, no! Cosa ti viene in mente? So che Oliver ha sempre continuato a definirti un’eroina e tutto quanto, ma qui stiamo superando il limite. Io sono soltanto un contadino, e Zoraline è un chierico di villaggio, e chissà Gev e Coccolo-“
“Scusaci tanto?” sibilò Gev, con la coda più luminosa. “I Mascalzoni Striati non temono né mercenari né Bestie della Calamità.”
Ral soffocò una risata e Mabel gli inviò uno sguardo per farlo calmare. Zoraline si mosse, stiracchiando le sue ali e osservando la stanza a testa in giù.
“Il furto dell’uovo ha turbato l’equilibrio del mondo” disse lei. “La musica delle stelle rimarrà discorde finché non ne ritroveremo l’armonia.”
Helga non era sicura di cosa significasse precisamente, ma concordava sul fatto che nessuno dovrebbe andarsene in giro con un uovo di Bestia della Calamità. Soprattutto se ciò significava che il Gufo della Notte l’avrebbe inseguito seminando il caos. Ma, come Finneas, anche lei si chiedeva se davvero avrebbe potuto fare qualsiasi cosa di utile per aiutare.
“Per quel che vale” disse Ral, “io non conosco nessuno di voi, ma dato che Helga è il mio unico collegamento a Beleren, farò in modo che rimaniate tutti in vita. Anche se significasse combattere contro un gufo, un pesce gigante o qualsiasi altra cosa.” Fece una pausa, poi aggiunse, come se stesse parlando da solo, “Forse potrei persino predisporre una torre di trasmissione qui.”
Helga voleva controbattere dicendo che non sapeva nulla di più rispetto a quello che gli aveva già detto, ma lo tenne per sé.
Mabel appoggiò sul pavimento la sua tazza e si alzò in piedi. “Il fatto che noi conosciamo l’esistenza di questo problema lo rende una nostra responsabilità. Se non troviamo l’uovo, chissà cosa potrebbe succedere alla Valle. Alle nostre famiglie ed amici. Agli estranei che sono a loro volta la famiglia o gli amici di qualcuno.” Il suo sguardo passò su tutta la stanza, illuminando uno per uno ciascuno di loro. “Voi siete coraggiosi, intelligenti, rapidi, forti e gentili. Siamo arrivati fin qui, abbiamo lavorato insieme, combattuto insieme e possiamo anche risolvere questo problema insieme.”
Helga ripensò al suo trucchetto non riuscito, che quasi non fece cadere Mabel a terra nel bel mezzo della battaglia. Al fatto che fosse rannicchiata in un angolo mentre tutti attorno a lei combattevano. Lei non era coraggiosa, né intelligente, né rapida, né forte. Era gentile? Lo sperava, ma cosa poteva risolvere la gentilezza?
“Anche se volessimo fermare Artiglio Crudele” protestò Finneas, “non abbiamo idea di dove si trovi o dove sia diretto. Non possiamo ostacolarlo se non riusciamo a trovarlo.”
“Helga potrebbe riuscire a risolvere questo problema” disse Mabel.
“Io?” Helga si appoggiò una mano sul petto. “Cosa posso fare?”
“Usa le tue abilità di divinazione per trovare Artiglio Crudele.”
Le proteste non fecero in tempo a raggiungere la bocca, quindi Helga riservò a Mabel un sorriso nervoso. Nessuno le aveva mai chiesto di fare una cosa del genere. Quasi nessuno ha mai creduto che lei ne fosse capace. I suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle, i suoi vicini… soltanto i suoi nonni l’avevano incoraggiata, e lei aveva sempre sospettato che l’avessero assecondata solo perché le volevano bene.
Mabel, però, si fidava di lei. Mabel credeva in lei. E Ral, un completo estraneo, non aveva forse visto abbastanza verità nei suoi disegni da dichiararsi suo protettore?
“Posso provarci” disse Helga, lentamente. “Mi servirà una grande ciotola piena d’acqua.”
Tucker arrivò con una brocca e una bacinella ricavate dal guscio lucidato di una chiocciola, poi le mise a terra vicino a Helga. Lui versò dell’acqua fresca da una dentro l’altra, non lasciandone cadere nemmeno una goccia. Coffey fece dei gesti con le mani e le perle di luce all’interno del cesto si abbassarono di intensità, proiettando soltanto un soffuso bagliore sulla superficie rosa chiaro della bacinella.
Helga aprì il suo zaino impermeabile ed estrasse il proprio diario, sollevata che non fosse stato inzuppato dal Lungo Fiume. Lo sfogliò fino al suo disegno più recente, quello dello strano Falco, fatto appena prima dell’attacco del Gufo della Notte. Erano collegati in qualche modo?
“Cos’è quello?” chiese Ral, sbucando dalla spalla di lei.
“Non ne sono sicura” rispose lei. “Non ho mai visto nulla di simile.”
“C’è qualcosa di familiare nella testa e nelle ali” mormorò lui. “Mi verrà in mente. Suppongo di doverti lasciare ai tuoi preparativi.”
Helga trovò una pagina bianca e appoggiò la matita sulla carta. Il silenzio permeò la stanza, il cui suono più alto era il lieve rantolo di Coffey. Lei fissò all’interno dell’acqua, trasparente e immobile, e cercò di calmare la mente, di raggiungere il luogo dentro di lei dal quale provenivano le visioni.
Non accadde nulla.
Le distrazioni la travolgevano. Le scaffalature nella penombra, gli odori della torba e dei vestiti umidi, il fruscio del tessuto, i movimenti delle orecchie o dei baffi. Dietro al suo occhio sinistro iniziò a farsi strada un mal di testa, mentre lei premeva la punta della sua matita sulla pagina. Sapeva che si stava sforzando troppo. Doveva rilassarsi. Solo che tutto questo doveva funzionare per forza. Dipendeva tantissimo dal fatto che lei vedesse qualche indizio sulla posizione o sulla destinazione di Artiglio Crudele. Se avesse fallito di nuovo, tutti loro avrebbero fallito. E poi cosa sarebbe successo? Altri attacchi del Gufo della Notte? Altri villaggi distrutti? Qualcosa di ancora peggio, da non riuscire ad immaginarlo? Il suo petto si strinse e la respirazione passò a brevi risucchi furtivi, ma ancora l’acqua non le mostrava nulla.
Zoraline la spaventò toccandola leggermente. “La luce si trova dentro di te” mormorò la chirottera. “Non devi costringerla a brillare, devi soltanto scoprirla.”
Helga per poco non sottovalutò istintivamente quelle parole criptiche, costringendosi invece a tenerle in considerazione. La sua divinazione non era mai stata qualcosa che lei riuscisse ad esercitare come facevano altri intrecciatori. Lei non poteva controllare quando la sua attenzione sarebbe stata fissa o sparsa come delle biglie lasciate cadere a terra. Ciò che poteva fare era la stessa cosa che aveva fatto quel nefasto giorno in riva allo stagno: sedersi con il suo diario e disegnare.
Con un profondo e lento respiro rilassò la propria presa sulla matita. Disegnò una spirale senza direzione. La trasformò nel guscio di una chiocciola. Spostò il suo sguardo sulla bacinella. Il colore non era uniforme, né la superficie era perfettamente liscia, ma era stata chiaramente lucidata. Lei aveva visto delle saponarie di quel colore, anche se spesso viravano verso un rosa più scuro. Avevano già iniziato a fiorire? Se non adesso, mancava poco…
Il tempo si espanse come inchiostro bagnato. Qualcuno tirò via il diario di Helga dalla sua mano. Lei sollevò lo sguardo verso Mabel, che aveva girato il libro così da mostrarlo a tutti… cosa? Helga sbatté le palpebre, intontita, finché non vide la propria opera.
Un’enorme fontana a tre strati si innalzava da uno stagno cosparso di ninfe, con un’elegante guglia d’acqua in cima. Helga si definiva un’artista decente, ma anche se il suo veloce schizzo fosse stato disegnato da qualcuno di meno capace, chiunque nella Valle avrebbe potuto facilmente riconoscere ciò che lei aveva rappresentato.
“Sono andati ad Acquifonte” sussurrò Helga.
“E noi faremo lo stesso” disse Mabel. “Ottimo lavoro.”
Gli altri furono dello stesso avviso. Helga desiderava soltanto che il suo rossore per il trionfo non fosse macchiato dalla consapevolezza di tornare nel dominio di Re Glarb, nonché luogo del più grande fallimento di lei.
Mabel
Dopo aver ringraziato ripetutamente Coffey e Tucker per la loro ospitalità, la compagnia se ne andò per continuare il suo viaggio. Per quanto Mabel fosse riluttante a proseguire piuttosto che riposare più a lungo nella confortevole tana, Artiglio Crudele e i suoi mercenari non solo erano partiti in vantaggio in questa gara, ma erano già praticamente al traguardo.
“Vi auguriamo ogni possibile successo” le disse Coffey. “Avevamo mandato alcuni dei nostri a tallonare la vostra preda. Se li incontrate, forse potreste aiutarvi a vicenda.”
Mabel avrebbe accettato l’aiuto. Non aveva idea di quanti mercenari formassero la banda di Artiglio Crudele, ma i necromanti valevano già per un esercito.
Tucker li guidò attraverso una diversa sequenza di tunnel, a giudicare dall’odore più simile all’erba che al limo, e infine si ritrovarono illuminati dal sole del tardo pomeriggio al confine dell’acquitrino. In lontananza, a nord e ad ovest, si ergeva una foresta di ginepri e querce, mentre ad est dei macigni spigolosi incombevano come giocattoli buttati via, con chiazze di felce rossa e rovi infuocati che crescevano nelle aperture tra di essi.
“Da che parte è Acquifonte?” chiese Mabel.
“Est-nordest” rispose Tucker, fissandola da sopra le proprie lenti. “Potreste andare verso nord e poi ad est, trovare sulla strada qualche villaggio nel bosco per ripararvi e fare scorta. Sulle colline invece ci sono solo alcune case di lacertidi se prendete quella strada, anche se è più diretta, come il volo di un avianide.”
Mabel analizzò la sua mappa stellare. Quando Zoraline si sarebbe svegliata per la notte avrebbe potuto aiutarla, ma fino a quel momento…
“Noi conosciamo una scorciatoia” borbottò Coccolo.
“Il campo di denti di leone?” chiese Gev. Coccolo inclinò la testa, e il lacertide sibilò un sospiro.
“C’è qualcosa che non va con questa scorciatoia?” chiese Mabel.
“Piena di lappolina campestre” disse Gev. “Ci vuole una vita a togliere quei semi appiccicosi dal pelo di Coccolo.”
Dei semi appiccicosi erano un problema da nulla in confronto a quello che avevano affrontato fino a quel momento. Sfortunatamente, anche Tucker ebbe qualcosa da ridire.
“Quel percorso potrebbe essere pericoloso allo stato attuale” disse il talpide. “Qualche giorno fa una grande tempesta ha portato con sé una terribile creatura. Molto pericolosa.”
“Che tipo di creatura?” chiese Finneas, stringendo il proprio arco e inarcando all’indietro le orecchie.
Tucker si sistemò gli occhiali. “Non l’ho vista di persona. Mi è stato detto che non è una Bestia della Calamità, ma ci assomiglia molto. Non abbiamo riscontro di nulla di simile nelle nostre cronache.”
Helga gracidò nervosamente.
“Forse proviene da un altro piano” mormorò Ral.
“Un altro cosa?” chiese Finneas.
“Nulla.”
Mabel squadrò il mustelide curiosamente, ma non era il momento di fare la ficcanaso. “Se il campo è la via più veloce, allora così sia. Possiamo sempre deviare verso est o nord, se necessario.”
Tucker rimase all’entrata dei tunnel, allontanandosi dietro di loro mentre avanzavano. Helga lo salutò un’ultima volta e lui rispose al gesto in modo solenne.
Il sole non si era spostato di molto nel cielo prima di raggiungere il campo di denti di leone promesso da Coccolo. Lui e Gev facevano strada, oltrepassando i gambi dei fiori inframmezzati da erbe ispide e dai boccioli più delicati della lappolina campestre. Dei vivaci petali gialli ondeggiavano nella brezza, con i soffioni bianchi che ogni tanto si disgregavano a causa di una folata di vento più forte o della spalla di Coccolo che li urtava, facendo volteggiare i loro semi verso l’orizzonte. Non c’era segno dei mercenari, né di alcuna tempesta, con le uniche nuvole in vista sottili come il fumo di una candela.
A un certo punto il silenzio sembrò turbare Finneas a tal punto da dover scaricare la tensione. Iniziò a lanciare domande a Ral come fossero frecce, anche se con una benevolenza più forzata rispetto a quella che aveva mostrato con Helga.
“Posso chiederti da dove vieni?” chiese Finneas.
“Da molto lontano” rispose Ral.
“Dal Bosco Esterno?”
“Più lontano.”
Finneas saltellò attorno ad un sasso. “Hai una famiglia che ti aspetta a casa?”
Per qualche motivo, quella domanda fece fermare Ral. “Mio marito, Tomik” disse bruscamente. Lui colpì un fiore con la sua coda, apparentemente di proposito e non per sbaglio, e qualsiasi domanda Finneas stesse per scagliargli dopo rimase nella sua faretra. Affrettò il passo per arrivare appena alle spalle di Coccolo, mentre Ral rallentò, distanziandosi dagli altri.
Mabel adattò la propria andatura a quella di Ral, con rosette di foglie di dente di leone che frusciavano sotto i loro piedi. Una coccinella si arrampicò su un filo d’erba, poi volò via con un ronzio d’ali. Una fila di formiche marciava oltre un cumulo di secrezioni di vermi, con la loro imperscrutabile missione. Senza pensarci, Mabel tirò fuori la fetta di torta di semi che Tucker le aveva costretto a prendere prima della loro partenza, rompendone un pezzo per assaggiarla. Deliziosa, con la giusta dose di cumino. Ne offrì un po’ a Ral, che arricciò il naso.
“È buona” disse Mabel. “E lo so bene. Faccio la pasticciera.”
“La pasticciera?” chiese incredulo Ral, spostando lo sguardo sulla spada di lei. “Cosa ci fai qui fuori in cerca di guai, allora?”
“E perché tu sei così lontano da casa alla ricerca del tuo amico?”
“Touché.” Ral prese il pezzo di torta di semi e se lo lanciò in bocca.
“Mi manca mio marito” disse Mabel. “E i miei piccolini. Il loro odore, le loro voci, i loro dolci abbracci…”
Ral rimase in silenzio per un po’, poi disse “Anche a me manca mio marito.” Sembrò quasi sorpreso da quell’ammissione, mentre strofinava istintivamente il tessuto bianco che aveva legato al polso. “Non avevo mai avuto qualcuno che mi mancasse veramente prima d’ora. E sono stato così concentrato nella ricerca di Beleren da riuscire ad ignorarlo.”
Mabel gli toccò il braccio. “Sono sicura che vi riunirete in men che non si dica. Tu lo apprezzerai ancora di più dopo l’assenza, e lui farà lo stesso con te.”
“Mi piacerebbe avere il tuo ottimismo” mormorò Ral. “Beleren è sfuggente come una dannata anguilla, e non ho idea di cosa stia tramando.” Colpì il gambo di un dente di leone con il suo bracciale, facendo volare via i semi.
Mabel non sapeva cosa fosse un’anguilla, e la sua pelliccia si rizzò brevemente quando ebbe una stranissima sensazione di qualcosa di immenso ed imperscrutabile oltre la sua comprensione, come le stelle fisse nel firmamento. Avrebbe dovuto preoccuparsi di questo Beleren e dei suoi alleati, o persino di Ral stesso?
Gev comparve tra loro due come se fosse sempre stato lì. “A me manca la mia vecchissima casa ai confini della Valle. Le pietre lì sono così calde. Anche se non calde quanto la Quercia Semprardente.”
“Siete stati alla Quercia Semprardente?” chiese Helga.
“Ma ovviamente” disse Gev, agitando rapidamente la testa. “I Mascalzoni Striati hanno vagato per tutto Bloomburrow.”
Qualunque altra cosa avesse detto venne persa quando un’enorme ombra sfrecciò sopra di loro. La spada di Mabel era già stretta nella sua zampa un istante dopo, mentre lei scrutava il cielo. Di fianco a lei, Ral si irrigidì, con il fulmine che scaturiva nei suoi occhi grigio-blu mentre si abbassava gli occhialoni. Anche gli altri si fermarono.
“Qualunque cosa fosse” disse Ral, seriamente, “sta evocando una tempesta.”
Per confermare la sua affermazione, delle nubi scure confluirono sopra di loro. Invece di stendersi come un aratro che attraversava un campo, vorticavano come l’acqua che scivolava in uno scarico e il loro centro era difficile da individuare. Il vento aumentò di intensità, così forte da piegare le cime dei fiori. Con la visuale meno ostruita, Mabel finalmente vide la fonte di quella magia selvaggia.
In aria fluttuava una creatura gigante, con dell’elettricità viola che crepitava intorno al suo intero corpo. Assomigliava al Falco del Sole, essendo entrambi degli uccelli. Questo mostro, tuttavia, aveva quattro ali invece di due, e sulle punte c’erano delle membrane simili a quelle dei chirotteri, mentre sulla testa aveva una cresta simili a quelle che aveva visto su alcuni lacertidi. Le penne sul suo dorso erano color fango, così come quelle copritrici, ma le primarie e le secondarie erano bianche, e quelle caudali erano a strisce. I suoi artigli affilati sembravano abbastanza grandi da prendere addirittura Coccolo senza troppa difficoltà.

“Cos’è quell’affare?” sussurrò Finneas, con la voce tremante mentre era disteso a terra.
“È un drago” gli rispose Ral, sempre sussurrando. “Trasformato in animale, come avrei dovuto aspettarmi, suppongo.”
“Di cosa stai parlando?” chiese Helga.
“Zitti e ascoltate” rispose Ral, a bassa voce ma con decisione. “Quella creatura non è originaria di Bloomburrow. È estremamente pericolosa, come le vostre Bestie della Calamità. Se attiriamo la sua attenzione, saremo in enormi guai.”
Su quello Mabel non aveva dubbi. “Avanzeremo, stando bassi e andando lentamente, come della melassa lasciata cadere. Nascondete qualsiasi cosa riflettente. Non parlate. Gev, guidaci tu. Tutti gli altri, state vicini a Coccolo. Io sto nelle retrovie.”
Gev accettò gli ordini sbattendo le sue palpebre interne, poi scomparve nella vegetazione. La figura massiccia di Coccolo era più difficile da nascondere, ma procedeva con un’andatura che rendeva le lumache veloci in confronto. Mabel sperava che, visto dall’alto, sembrasse un piccolo masso o qualcosa del genere, nulla che avrebbe potuto innescare l’interesse di un dragofalco. Finneas era accucciato di fianco a lui, con le orecchie abbassate all’indietro, e anche Helga si muoveva con una furtività sorprendente. Ral teneva il suo bracciale contro il petto così che non riflettesse la luce e Mabel rinfoderò la spada.
Nonostante l’attenzione che stava dimostrando, Coccolo fece fatica a rimanere discreto. Alcuni soffioni, spinti lateralmente dalle raffiche, lo colpirono e scoppiarono, con i semi che volteggiavano in aria lasciando una scia. Mabel sperò contro ogni buonsenso che quello potesse fornire loro copertura per muoversi piuttosto che rendere la loro posizione più visibile alla creatura, che continuava a girare in circolo nel cielo scuro.
Un dente di leone colpì la spalla di Coccolo e i ciuffi bianchi sfiorarono il viso di Zoraline. Con orrore di Mabel, la chirottera addormentata si svegliò con uno starnuto, il cui suono risuonò incredibilmente oltre il forte fruscio dei fiori e dell’erba mossi dal vento. Tutti si bloccarono. Zoraline si strofinò il naso e aprì le ali, guardandosi attorno confusa.
“Dove siamo?” chiese Zoraline. “Perché siete tutti zitti?”
Gev piazzò entrambe le proprie mani sulla bocca di Zoraline, ma il danno ormai era fatto.
Il becco crudelmente incurvato del dragofalco si aprì, mostrando una lunga lingua viola biforcuta. In quelle oscure fauci lampeggiava e crepitava un fulmine. La creatura gridò, con un suono stranamente profondo e duro, più simile ad un ruggito che ad uno stridio. Si lanciò in picchiata verso la compagnia, che in parte si accucciò e in parte si disperse. Gli artigli taglienti come la morte si chiusero sul vuoto appena sopra Coccolo, poi la creatura volò nuovamente in alto per fare un altro passaggio. Le nuvole spiraleggianti della tempesta divennero più dense, come una salsa che oscurava il sole e rubava il suo calore nell’aria.
Ral scivolò vicino a Mabel e mostrò i denti. “Per vostra fortuna, le tempeste sono il mio campo. Sfortunatamente, i draghi non lo sono, e non so quanto funzioni bene la mia magia qui.”
“Qualsiasi aiuto che riuscirai a darci sarà ben accetto”, disse Mabel. “Per il bene di tutti noi.”
“Potrei non riuscire a ucciderlo, ma credo di riuscire a infastidirlo per bene.” Ral diede un colpetto al suo bracciale. “Ho bisogno di un parafulmine… qualcosa che conduca elettricità.”
Finneas tirò fuori dalla sua borsa una freccia avvolta con un filo di rame. “Gli darò qualcosa su cui rimuginare.”
Ral annuì. “Di’ a tutti di correre al mio segnale.”
Il dragofalco andò nuovamente in picchiata, deviando da Coccolo quando Finneas colpì la creatura in bocca con la freccia di rame. Virò verso l’alto per allontanarsi, ringhiando dal fastidio: la freccia era ben conficcata. Nel frattempo, Mabel cercava un riparo che potesse proteggerli: la foresta era ben lontana a nord-ovest, ma le colline orientali erano abbastanza vicine da poter essere raggiunte con una bella corsa.
Un altro passaggio, ma questa volta Zoraline vocalizzò un inquietante glissato che sembrò confondere i sensi della creatura. Barcollò come se fosse stordita, tornando di nuovo in altitudine, con la freccia ancora conficcata vicino al suo becco incurvato.
Gli occhi grigio-blu di Ral scaturirono di un potere che si propagò su tutta la lunghezza della sua pelliccia nera, concentrandosi nel suo bracciale. In alto, tra le nuvole vorticanti, venne scagliato un lampo di luce seguito da un rombo infausto.

“Ti piace un bel fulmine, dico bene? Bene, verifichiamo la portata della tua batteria.” Ral sollevò il braccio con il bracciale e gridò “Correte!”
“A me!” Mabel scattò verso i massi, assicurandosi che gli altri la seguissero. Gev la sorpassò rapidamente, con Finneas subito dietro. La relativa lentezza di Coccolo, appesantito com’era da Zoraline, era compensata dalla sua falcata più ampia. Rimaneva vicino a Helga, che stringeva una bacchetta in una mano come se fosse un talismano protettivo.
Una schiera di fulmini squarciò la copertura grigia sopra di loro, così lucente da sembrare un secondo sole. Mabel resistette alla tentazione di rimanere incantata a guardare l’immane potenza della magia di Ral. La selvaggia energia naturale scaturì dalle nubi, colpendo la testa del dragofalco prima di riunirsi sul mustelide. Non ne era certa, ma le era sembrato di sentire la risata di Ral appena sotto l’imponente serie di tuoni.
Il dragofalco si contorse e ruggì, con gli occhi che scintillavano selvaggiamente, una tempesta di energia appena sotto la superficie della pelle… ma non cadde. Mabel fece una smorfia; avrebbe reagito?
No. Le sue quattro ali sbatterono in aria con una scarica di energia violacea, e ben presto scomparve nel banco di nuvole che ancora si addensava nel cielo altrimenti blu del pomeriggio. Ma nonostante ciò, Mabel continuava a correre, veloce quanto le sue doloranti gambe le consentivano, verso i massi delle colline.
Dopo una manciata di strazianti minuti che sembrarono un’ora, tutti tranne Ral si raggrupparono sotto un’enorme pietra inclinata diagonalmente, come un libro abbandonato su una mensola. Il cielo si riaprì, spargendo della pioggia. Mormorando a bassa voce, Helga alzò la sua bacchetta, la cui sfera all’estremità si illuminò di un tenue blu. Le gocce in caduta si bloccavano in una sottile barriera perpendicolare alla roccia, deviando la maggior parte del bagnato. Mabel socchiuse gli occhi, guardando nella direzione dalla quale erano corsi via.
Il velo d’acqua a un certo punto si divise per mostrare Ral, che arrancava verso di loro. Il liquido non sembrava toccarlo, come se lui, come Helga, potesse farlo deviare per tenersi all’asciutto.
Prima di raggiungere il riparo, agitò una zampa verso il cielo, come se stesse scacciando dei moscerini. La pioggia diminuì da una cadenza continua ad una lieve foschia. Le nuvole si assottigliarono fino a sparire, con un fascio di luce solare che riuscì a passare. Del dragofalco non rimaneva alcun segno, se non il respiro affannato di alcuni animalidi stanchi.
“Quello era proprio un intreccio niente male” disse Finneas, con le orecchie che lentamente tornarono ad alzarsi e a rivolgersi davanti a lui.
Ral gli fece un cenno con la testa. “Te, invece, hai fatto proprio un bel tiro.”
Gev, attaccato al lato inferiore della pietra, si leccò il muso con indignazione. “E dov’è il mio complimento per la mia furtività più che eccellente e non aver attirato l’attenzione del mostro, hmm?”
“Hai fatto un lavoro straordinario, Gev” disse Mabel.
Il lacertide alzò le sue palpebre inferiori, ma sembrò rabbonito. “Lo so bene, perché ora ho il lavoro di rimuovere tutti questi cosi appiccicosi dalla pelliccia del mio amico Coccolo.”
Coccolo si fece scappare una risata, che fosse di divertimento o derisione Mabel non poteva saperlo. Una risata iniziò a farsi strada nel ventre di lei come una pagnotta in lievitazione, dolce e leggera.
Di lì a poco la pioggia terminò del tutto e Helga annullò il suo trucchetto come lo scoppio di una bolla. L’aroma del petricore permeava il paesaggio, rassicurante nonostante promettesse un’imminente camminata sulla terra fangosa. Eppure loro erano vivi e vegeti: un po’ di fanghiglia da superare impallidiva a confronto delle oscure profondità di ciò che avrebbe potuto aspettarli.
“In marcia, allora” disse Mabel, togliendosi l’umidità dal mantello. “Acquifonte ci attende.”
Un debole fischio attirò l’attenzione di tutti verso la schiena di Coccolo. Zoraline russava delicatamente, incurante di tutto, con un soffice seme di dente di leone incastrato vicino all’orecchio.



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