Bloomburrow | Episodio 3: Perduti e Ritrovati
- Valerie Valdes

- 3 lug 2024
- Tempo di lettura: 21 min
Aggiornamento: 16 mar
Helga
Dopo una grande cerimonia, tristi saluti e un ennesimo discorso di Oliver riguardo gli eroi che si imbarcano in una missione coraggiosa, la compagnia partì alla volta di Rivastagno.
Helga aveva dormito male, tra la disperazione di tornare a casa e il terrore di ciò che avrebbe potuto trovare. Gli abitanti sarebbero stati a setacciare le rovine, ricostruire le case e preparare pasti collettivi dai raccolti e dal pesce recuperati? Che la distruzione fosse stata meno devastante di quanto si era immaginata in mezzo alla confusione e al terrore durante l’attacco del Gufo della Notte?
Sarebbe stata ringraziata per essere corsa a chiamare aiuto, o condannata per essersene andata?
Il clima piacevole era in contrasto con il suo tumulto interiore. La luce del sole scaldava la pelle bagnata dalla rugiada di Helga, con nuvole simili a batuffoli di cotone che fornivano un po’ d’ombra sporadica. Campi organizzati di barbabietole, carote, senape e rape cedevano il posto a prati più selvaggi di campanule, fiordalisi e botton d’oro. Sopra di loro si inarcavano lunghi steli d’erba, ondeggianti nella brezza, mentre dei semi di dente di leone volteggiavano verso le proprie imperscrutabili mansioni.
Mabel pianificò un percorso che seguiva il ruscello utilizzando una mappa celeste fornita da Zoraline, la chirottera dalla pelliccia scura. Coccolo, il tasside con quelle bellissime strisce bianche, camminava pesantemente con Zoraline appesa a testa in giù sulla sua schiena. Gev, il lacertide, scorrazzava di fianco a lui e Finneas, il leporide scuro, chiudeva la fila, con gli occhi colmi di interesse verso i suoi dintorni. Helga era l’estranea bizzarra, un ruolo a cui ambiva tanto quanto quello di sognatrice buffa.
“Allora, Helga” chiese Finneas, passeggiando di fianco a lei. “Qual è la tua storia?”
“Della Bestia della Calamità?” chiese Helga.
“No, della tua vita! Parlaci di te, dall’inizio alla fine.”
“Oh.” Helga si massaggiò il braccio. “Sono nata vicino alla Città dei Tre Alberi, in uno stagno che si prosciugò durante un’estate, quindi la mia famiglia si trasferì vicino al Salice. I genitori di mio padre lo reputarono troppo affollato, quindi andarono a Rivastagno. Io andai con loro.”
“Dev’essere stato un bel cambiamento. Ti mancavano tutti quelli che ti sei lasciata alle spalle?”
“Sì” rispose Helga, sorpresa della sua reazione. “Ma adoravo vivere con mio Nonno e mia Nonna. Incoraggiarono i miei studi sul disegno e sulla magia. Il resto della mia famiglia… ero stufa di deluderli.”
“Non si può piacere a tutti. Alcuni gambi crescono dritti, altri crescono storti, ma sono tutti buoni dentro lo stufato.” Lui ridacchiò alla propria battuta. “Hai detto che hai studiato l’intreccio? Con Re Glarb in persona?”
“Esatto.”
“Riesci a fare la magia dove crei un mulinello di foglie per lanciarti in aria? O quella dove crei una fossa nel terreno per farci cadere dentro uno, per poi buttarci nuovamente sopra la terra come se non fosse successo nulla?”
“N-no, non riesco a fare niente del genere.” Lei aveva padroneggiato i trucchetti più interessanti, ma gli intrecci più complicati le sfuggivano. E poi aveva anche un po’ paura delle storie che parlavano di intrecciatori corrotti dalla propria magia e trasformati in mostri scatenati. Non voleva trasformarsi in uno di quelli, nonostante fosse improbabile. Soprattutto dopo l’errore che la fece allontanare da Re Glarb.
“Smettila di interrogarla, Finneas” disse Mabel, usando un tono leggero. “Perché non le racconti di te?”
Finneas ridacchiò. “Io sono soltanto un semplice contadino. I miei genitori erano contadini, e anche i loro genitori, e via così da quando si ha memoria. Ho sempre vissuto a Buoncolle… questo è il mio primo vero viaggio oltre l’ultima cascina. Tolta la mia abilità con l’arco, sono una noia.” Accarezzò con affetto la propria arma. “A dir la verità, per poco non mi tiravo indietro, ma non sarà forse una storia degna di essere raccontata ai miei figli, e ai figli dei miei figli? Mabel ha già le sue storie, e pure Coccolo, anche se non parla mai dei suoi viaggi oltre il Bosco Esterno con Gev-“
“Sarei lieto di narrare le avventure dei Mascalzoni Striati” disse Gev, comparendo di fianco a Helga. Mabel sospirò.
“I Mascalzoni Striati?”
“Coccolo e il qui presente” spiegò Gev. “Viaggiavamo anche con una mefitide di nome Kiki, ma ora riposa in pace.”
“Mi dispiace tanto. Quando è… venuta a mancare?”
“Oh, ma non è morta. Si innamorò di un procionide e si sistemò ad allevare coccinelle.” Gev sobbalzava e ondeggiava mentre parlava, con la coda oscillante. “Ed eccoci lì, a camminare per il Cimitero della Calamità, quando trovammo degli sciuridi che stavano ammucchiando ossa.”
“Siete stati nel Cimitero della Calamità?” gracidò Helga.
“Due volte.” Il petto di Gev palpitò. “Un postaccio, non adatto a delle dolci ranidi. Gli scoiattoli pensavano che fossimo venuti a fare… come si dice? Bracconaggio! Quindi riunirono le ossa in un mostro terrificante più alto di Coccolo, con quattro zampe artigliate e sei teste dalle lunghe zanne e dai lunghi colli. Si muoveva come un fulmine, velocissimo. TCHA!” Si allungò verso Helga, che urlò barcollando.
“Gev” lo rimproverò Mabel.
Helga si ricompose, imbarazzata. “Come siete scappati?”
“Io soffiai un getto di fiamme verso la creatura… un diversivo, così che Coccolo potesse attaccarla alle spalle.”
“E Kiki?”
“Lei andò all’inseguimento degli sciuridi, che erano fuggiti come i codardi che erano. Coccolo sollevò il mostro per la coda e CRACK! Lo spezzò in più parti, poi lanciò via i pezzi.”

“Incredibile.” Forse troppo incredibile? Nessun altro sembrava colpito: forse avevano già sentito questo racconto?
“Gev, ti dispiacerebbe andare in avanscoperta?” chiese Mabel. “Tu sei il più veloce, e quello che si sa arrampicare meglio.”
Annuendo vigorosamente, Gev sparì nell’erba in lontananza. Mabel rallentò il passo finché Helga non la raggiunse.
“Gev racconta delle storie” disse lei, a bassa voce. “Non lo fa con cattiveria.”
“Sei sicura?” chiese Helga. Essendo stata accusata molte volte di inventarsi le cose, era riluttante a pensare male.
“Lo dice anche Coccolo” disse Mabel. “Qualunque cosa sia davvero successa, penso che per loro sia troppo doloroso parlarne. Coccolo ha una natura più riservata, ma Gev cerca di superare la cosa con le storie.”
Dopo aver visto la morte in faccia lei stessa, Helga poteva comprendere il dolore del lacertide, se non la sua scelta su come gestirlo. Ci voleva impegno per rimanere calmi, per andare avanti. Lei cercava di osservare i suoi dintorni con un occhio artistico, ricordarsi certe immagini per dei disegni futuri, quando avrebbe avuto l’energia per cimentarsi nuovamente.
E scongiurare le disturbanti visioni che non facevano altro se non far balzare il proprio cuore fuori dal petto fino a raggiungere il sole.
Raggiunsero ciò che rimaneva di Rivastagno prima di mezzogiorno.
Helga si impegnò per far rimanere il suo ultimo pasto all’interno del proprio stomaco mentre setacciavano le rovine: gusci di vimini bruciati, mucchi di argilla rotta macchiata di fuliggine, muri traballanti di assi scheggiate, comignoli di mattoni crollati. Per strada, macchiato di terra, si trovava un centrino incorniciato creato da qualcuno. Una porta solitaria si apriva cigolando, per poi chiudersi sbattendo in continuazione, mettendo alla prova i nervi di Helga.
“Non stavi scherzando” disse Finneas, mettendosi le mani sui fianchi.
“Avevo sperato…” A Helga si formò un nodo alla gola.
Gev si arrampicò in cima a un mulino, le cui pale spezzate giacevano sul terreno.
“Sono andati verso sud” disse Coccolo, con la sua voce roca e profonda.
Mabel si accucciò vicino a lui e studiò le tracce sul terreno. “A Pratofieno, probabilmente. È più vicino di Buoncolle. Sembra che abbiano preso dei carri e un costrutto di cavoli.”
Helga dissotterrò un vasetto dai resti di una casa. Marmellata di lamponi.
“Shh!” sussurrò Gev dietro di lei. Helga si lasciò sfuggire un urletto e fece cadere il vasetto, che si frantumò in un orribile ammasso dello stesso colore del sangue fresco.
“Cosa c’è?” chiese Mabel.
“Vicino all’acqua” rispose Gev. “Sciuridi che scavano nelle macerie.”
“Sciuridi?” chiese Helga. “Che io sappia, a Rivastagno non ce n’erano.”
“Vediamo con i nostri occhi” disse Mabel. “Seguitemi, lenti e in silenzio.”
Avanzarono lentamente lungo il sentiero, evitando i detriti e i profondi solchi nella terra lasciati dagli artigli del Gufo della Notte. L’umidità iniziò a depositarsi sulla pelle di Helga quando si avvicinarono allo stagno, con l’aroma del fango e della vegetazione che si faceva sempre più forte. I suoi ricordi del tempo libero passato lì, a disegnare o ponderare sui suoi problemi, erano diventati foschi come il bagliore del calore sulla superficie dell’acqua.
Mentre Helga aggirava una sezione staccata di un tetto di petali floreali, si alzarono delle voci rumorose. Lei non riusciva a comprenderle finché non fu abbastanza vicina da vedere gli sciuridi, uno color piombo e l’altro più rosso di Mabel. Entrambi indossavano abiti neri decorati di ossa, uno aveva un mantello con cappuccio e una gonna di foglie, mentre l’altro una tunica dai bordi rovinati che strisciava per terra. Entrambi scavavano tra i resti della casa di un ranide… non la casa di Helga, però. Oh, per le alghe di stagno, era stata distrutta anche quella?
“Il gufo ha proprio fatto un putiferio qui” disse quello incappucciato.
“Proprio come l’ultima volta” rispose l’altro.
La pelle di Helga formicolò. L’ultima volta? Quindi la sua visione onirica era reale? Quanti altri luoghi aveva già attaccato il gufo?
“Perché Artiglio Crudele ci sta facendo perdere tempo a setacciare le rovine?” brontolò l’incappucciato.
“Chi lo sa. Tutto questo lavoro è stato solo un problema dopo l’altro.”
Artiglio Crudele? Lavoro?
Quello in tunica scagliò con un calcio una coppa di metallo sbeccata contro un tavolo spezzato. “Raggiungiamo gli altri prima che arrivino alla Città dei Tre Alberi. Non c’è niente che vale la pena prendere qui.”
“Hai proprio ragione.” L’incappucciato raccolse il disegno di un bambino fatto su una corteccia levigata e lo lanciò nell’acqua, facendolo roteare. L’altro sciuride rideva mentre il ricordo affondava sotto le onde.
“Ohi!” gridò Helga, con lo stomaco dolorante per la rabbia. “Come osate?! Rubare dai cittadini che hanno perso ogni cosa.”
L’incappucciato rimase sorpreso, ma poi sghignazzò. “Levati di torno, bifolca.”
“Dovremmo insegnarle a non importunare i suoi superiori” aggiunse quello in tunica.
Mabel avanzò, con la zampa sull’elsa della sua spada. “I ladri sono solo dei vermi.”
“I vermi fanno bene al terreno” aggiunse Finneas. “I ladri non fanno bene a nulla.”
Gev sibilò e fece roteare le sue mazze. Coccolo incombeva dietro di lui, con Zoraline ancora addormentata sulla sua schiena.
“Due contro sei” disse pensoso l’incappucciato. “Pessimo pronostico.”
“Meno male che abbiamo portato i rinforzi.” Quello in tunica sollevò le zampe, con il palmo rivolto verso l’alto, e l’incappucciato fece altrettanto. Una magia si propagò dalle punte delle loro dita come gambi di foglie morte, diffondendo delle inquietanti venature viola.
Attorno alla compagnia iniziò ad alzarsi un secco fruscio. Alla sinistra di Helga apparirono due punti di luce viola, poi altri due. Dopo pochi secondi, decine di occhi lucenti circondavano la delegazione di Buoncolle. Delle figure crepitanti e scricchiolanti si palesarono alla luce del sole, forme scheletriche decorate con gli stessi disegni a foglia evocati dagli sciuridi.
“Necromanti” disse con disprezzo Gev.
Zoraline si svegliò di colpo. “Cosa? Chi?”
A Helga si gelò il sangue. Mabel scivolò di fronte a lei, brandendo la sua spada-zanna e un piccolo scudo di ferrolinfa inciso con un fiore di malva a cinque petali. I necromanti mossero le zampe verso i loro avversari e gli scheletri si affrettarono ad obbedire. Un rattide sbatteva i suoi denti rotti e ingialliti verso Helga mentre avanzava.
Mabel si spostò sfocata sulla sinistra, con la magia che confondeva i suoi movimenti. Le fauci dello scheletro ratto si chiusero nel vuoto. La spada di lei calò un fendente dall’alto, incidendo l’osso con un bagliore arancione. Prima che Helga potesse prendere fiato, la testa del rattide cadde a terra, facendo svanire la luce viola nei suoi occhi.
Più lontano, Finneas balzò in aria e ruotò, scoccando una coppia di frecce verso uno scheletro avianide. Un proiettile rimbalzò, mentre l’altro sfrecciò attraverso un’orbita vuota per uscire dalla parte opposta.
Gev faceva roteare le sue mazze di fuoco in una danza simile a quella sfoggiata alla festa di Mabel, con le fiamme che coloravano l’aria. La sua coda sferzò, facendo cadere un topinide non morto e allontanandone un altro. Piroettando nuovamente verso il primo, schiantò entrambe le mazze verso il basso sulla testa del nemico con uno scricchiolio disgustoso.

Un ringhio alle spalle di Helga la fece abbassare, coprendosi la testa con le braccia. Coccolo sollevò un mustelide scheletrico con entrambe le zampe e lo strappò a metà. Sbatté a terra la parte superiore e lanciò il resto nello stagno, poi alzò il suo stivale e lo fece cadere pesantemente, frantumando le ossa.
In alto sfrecciò un’ombra. Zoraline volò in picchiata, accarezzando il collo di un necromante. La sua magia indaco divenne intermittente, poi confluì all’interno della chirottera, avvolgendola con un bagliore opalescente che le illuminò gli occhi e la bocca dall’interno. Volteggiando verso un gruppo di scheletri, Zoraline intonò un’inquietante preghiera cantata, liberando in un’ondata il suo potere rubato. I non morti tremarono, per poi collassare sul terreno.
Arrivarono altri scheletri avianidi, che beccavano e graffiavano Coccolo, inseguivano Zoraline e rendevano inefficaci gli attacchi di un Finneas sempre più frustrato. La sua freccia successiva aveva all’estremità uno strano sacchetto invece di una punta. Appena prima di colpire il suo bersaglio, lui sbatté il piede seguendo una rapida sequenza. Il sacchetto esplose in un groviglio di viticci, avvolgendo il busto e le ali dello scheletro. Il non morto piombò a terra, dove Coccolo usò i propri stivali per farlo fuori velocemente. Mabel sfrecciava in giro, come una sfocatura a forma di topo che tagliava in due i nemici con precisione letale.
Helga si alzò dalla sua posizione accovacciata. Non conosceva alcun trucchetto utile, né aveva mai brandito un’arma in vita sua, ma doveva esserci qualcosa che avrebbe potuto fare per aiutare.
La risposta le arrivò in un lampo, come il fulmine di un mustelide. “Mabel” gridò Helga. “Gli uccelli!”
“Sono un po’ troppo in alto per me, tesoro” rispose Mabel.
“Posso creare degli scalini. Guarda!” Helga allungò le braccia verso l’acqua, attirando a sé una sfera di liquido e separandola in più palline. Queste le appiattì in una serie di piattaforme fluttuanti che arrivavano fino ai volanti scheletrici.
Mabel si affrettò su per la scalinata di goccioline, con spada e scudo pronti all’azione. Helga cercò di tenere un occhio puntato su di lei e l’altro puntato sul nemico, ma non era facile. La sua concentrazione era talmente divisa che si rese conto troppo tardi di non stare mantenendo attiva la magia e, a metà della salita, il piede di Mabel affondò in uno scalino d’acqua.
“No!” gridò Helga. La sua paura di fallire, ancora una volta, spezzò la sua concentrazione. Con un suono simile allo scoppio di una bolla, le scale caddero fino a infrangersi sul terreno.
I riflessi di Mabel la salvarono. Balzò verso lo scheletro di avianide più vicino, con lo scudo a bloccargli le ali mentre la sua spada si conficcò in un’insenatura tra le costole. Il non morto cadde in picchiata, raschiando il terreno con Mabel che si teneva stretta sul lato. Lei liberò la sua spada e la affondò nella colonna vertebrale della creatura. La lama si illuminò di arancione mentre tagliava l’osso con la stessa facilità di un coltello che tagliava la carta.
Cadde il silenzio sul campo di battaglia. Coccolo si sgranchì le spalle e grugnì. Zoraline atterrò di fianco a lui, avvolgendosi le ali attorno. Finneas teneva incoccate due frecce, ma puntando verso il basso. Gev diede un colpo ad un teschio con la coda, facendolo rotolare verso lo stagno. Mabel si guardò tutt’intorno, prima rapidamente, poi più deliberatamente. Infine, rinfoderò la propria spada e inserì il proprio scudo su una cinghia dello zaino.
“State tutti bene?” chiese Mabel.
Le risposero diversi suoni di assenso, finché Gev non sibilò.
“Ti ho già detto di non farlo” disse Gev, dando una botta allo stivale di Coccolo. “Guarda tutte queste schegge. Ci vorrà una vita a tirarle fuori di nuovo.”
“Di nuovo?” Finneas sembrava sconvolto.
“Gli stivali non crescono nei cespugli, eppure-“
“Qualcuno vede i necromanti?” interruppe Mabel.
“Sono fuggiti” rispose Zoraline. “Verso il Lungo Fiume.”
Helga si rannicchiò su sé stessa, prima con sollievo, poi con vergogna. Aveva perso il controllo della propria magia. Perché non riusciva mai a concentrarsi nei momenti più importanti?
“Mi dispiace tanto” disse a Mabel. “Il mio trucchetto-“
“Va tutto bene” disse Mabel, gentilmente. “Gli imprevisti capitano.” Poi si rivolse agli altri: “Dobbiamo decidere il da farsi.”
“Non aiutiamo gli abitanti del villaggio?” chiese Helga, sorpresa.
“È una delle possibilità.” Mabel si tamponò un fazzoletto su un taglio insanguinato sul suo braccio. “Potremmo anche seguire gli sciuridi.”
Helga stava per protestare, ma considerò il suggerimento di Mabel. I necromanti sembravano sapere perché Maha avesse attaccato Rivastagno, forse avevano addirittura causato loro quella situazione. Cos’avevano in mente? Lei voleva delle risposte. Eppure era preoccupata per i suoi concittadini.
“Che nemici potremmo affrontare se seguiamo quei tizi?” chiese Finneas. “Dovremo gestire altri scheletri, o qualcosa di peggio?”
Gev, che stava estraendo schegge d’osso dalle zampe e dalla pelliccia di Coccolo, disse: “I Mascalzoni Striati non temono dei rovina-stivali non morti.”
“Ora non riesco a leggere le stelle” disse Zoraline, sbadigliando, “ma i loro movimenti all’alba suggerivano altri pericoli nel nostro futuro.”
Altri pericoli? Lo stomaco di Helga si strinse.
“Chi era a Rivastagno probabilmente è riuscito a raggiungere Pratofieno” disse Mabel. “La cosa migliore potrebbe essere andare alla Città dei Tre Alberi e cercare di scoprire di più riguardo questo Artiglio Crudele e i suoi piani.” Guardò ciascuno negli occhi, posando il suo sguardo infine su Helga. “E se ci fosse all’orizzonte un altro disastro causato da una Bestia della Calamità e potessimo aiutare ad evitarlo?”
“Ne saremmo veramente in grado?” chiese Finneas.
“Se non noi, chi altri?” rispose Mabel, stringendo il pomello della sua spada. “Helga, è il tuo villaggio. Cosa dici?”
Helga esitò, con fuoco e ghiaccio che le scorrevano nelle vene. C’erano dei momenti che rappresentavano un perno attorno al quale ruotava la vita, e questo sembrava uno di quelli.
“Seguiamo gli sciuridi” disse lei. “Ai Tre Alberi.”
Mabel annuì, poi iniziò a impartire ordini. Finneas raccolse tutte le frecce abbastanza intatte da essere riutilizzate. Zoraline tracciò un percorso che seguisse il Lungo Fiume, poi si arrampicò sulla schiena di Coccolo e si lasciò andare al sonno. Gev aveva finito di ripulire Coccolo e fece uno spuntino con dei crostini di scarabeo.
Helga, mettendo da parte le sue paure, andò alla casa dei suoi nonni.
Il suo tetto di carta cerata era crepato in cima, come un guscio d’uovo. Le grandi foglie che si inarcavano su quel lato erano state parzialmente tagliate, con la porzione separata che stava appassendo nel calore del giorno. La luce del sole penetrava attraverso il tetto rotto, quindi le pareti all’interno erano illuminate, come se le lampade interne fossero accese. Ma, anche così, quel luogo sembrava freddo e vuoto.
Helga si costrinse ad entrare, per prendere dei vestiti puliti e del cibo adatti per il viaggio. Si disse che sarebbe ritornata: stavano solamente andando alla Città dei Tre Alberi, a meno che la pista degli sciuridi non li avesse portati più lontano. Perché, allora, toccò in modo riverente la collezione di sfere di rame incise di sua nonna, infilando nello zaino la sua preferita? Perché prese la bacchetta di suo nonno, mettendosi in testa il suo cappello dalla tesa larga?
Mabel non fece menzione della breve assenza di Helga, e ben presto i loro passi si indirizzarono a nord. Finneas non cercò ancora di fare conversazione con Helga, neppure quando si accamparono per la notte. Zoraline tornò in volo a Buoncolle per comunicare le loro scoperte e la loro nuova destinazione, con le sue vesti che sembravano una spirale di stelle che svaniva nell’oscurità. Helga si chiese se, in qualche modo, anche lei non stesse scomparendo.
Mabel
Un gentile gruppo di mustelidi avvistò la compagnia che camminava faticosamente seguendo il Lungo Fiume e li invitarono a bordo di due barche a forma di pesce dai colori vivaci. Mabel e Finneas conversarono con gli equipaggi, che facevano parte di una famiglia più larga radunata alla Città dei Tre Alberi per un matrimonio. Coccolo rimase lontano dall’acqua, con Zoraline addormentata sulla sua schiena, mentre la colazione di Gev si ripropose senza preavviso mentre lui gemeva dolorante. Helga fissava mestamente la scia schiumosa con una matita in una mano e il suo diario nell’altra.

In lontananza iniziarono a vedersi i tre enormi alberi che davano alla Città dei Tre Alberi il suo nome, con i rami intrecciati tra loro come fossero amanti che si tenevano per mano. Nessuno sapeva come la quercia, il platano e il salice fossero arrivati a crescere insieme lungo gli argini del Lungo Fiume. Gli animalidi che costruirono la città nelle generazioni cominciarono con la speranza di armonia: in alcuni posti, quella speranza si manifestava nella meticolosa disposizione di eleganti edifici e sentieri fungini nascosti tra le fronde, attorcigliati attorno ai tronchi o in alto lungo le radici inarcate. In altri posti, l’armonia era una gioiosa commistione di stili diversi mescolati insieme: legno intagliato insieme ad argilla dipinta, piume con biglie, ricami con bastoncini legati a intreccio. Le città, come le piante, spesso crescevano in modi inaspettati.
Arrivarono nella Zona Portuale sotto i viticci ciondolanti del salice, con le loro barche che navigavano nella distesa di zattere, pontili e strutture galleggianti finché non si legarono ad un molo affollato. Dei corrieri avianidi cinguettanti ritiravano pacchetti e posta per le consegne; dei mustelidi passavano delle merci ai procionidi, che sollevavano facilmente grandi casse e sacchi; dei ranidi giocavano a palla bolla nell’acqua bassa, oppure condividevano pasti a base di sanguinerole grigliate dal profumo delizioso con dei visonidi che riposavano all’ombra.
Dopo che Mabel e gli altri ringraziarono i loro ospiti e sbarcarono, trovarono il traffico pedonale intenso quanto quello fluviale. Le orecchie in continuo movimento di Finneas facevano intuire che quell’abbondanza di estranei era troppo per lui. Coccolo era in piedi come un macigno, con il flusso di corpi che si separava attorno a lui. Gev si arrampicò fin sulla sua spalla, oltre Zoraline, per avere una vista migliore, mentre Helga rimase vicina al fianco del tasside.
In qualche punto del Distretto Trapuntato i genitori di Mabel erano in visita da amici, a godersi i turbolenti piaceri del cuore della città, al di sotto dell’enorme stendardo trapuntato che simboleggiava l’unione di tutti gli animalidi. Anche Helga aveva dei parenti in città. Ma, purtroppo, non c’era tempo per cercarli.
“Finneas” disse lei.
Il leporide saltellò nervosamente. “Sì?”
“Puoi aiutarmi a chiedere a quelli del posto se hanno visto i nostri amici necromanti o Artiglio Crudele? Coccolo e gli altri possono aspettare qui.”
“Sì, certo” rispose Finneas. Avere un compito sembrava concentrarlo. Di lì a poco lui iniziò a chiacchierare amabilmente con un gruppo di ranidi, mentre Mabel si avvicinò ad una coppia di portuali che osservavano qualcuno borbottare un intreccio verso un groviglio di reti.
Dopo aver tentato una decina di approcci ciascuno, né Mabel né Finneas ebbero fortuna. Lei stava per condurre la compagnia lungo il corso del fiume, oltre i magazzini e gli esercizi commerciali, verso le locande coperte da tela cerata che facevano sventolare dei pennoni di un rosso brillante, quando un vecchio ranide la fece fermare.
“Sei la seconda oggi che sta cercando qualcuno e che viene da fuori” brontolò.
“Ma davvero?” chiese Mabel.
“Eh sì” continuò l’anziano. “Quel tipo laggiù ha assillato quasi tutti. Ed è pure strano. Continua a urtare la gente con la coda, come se non fosse sua.” Indicò qualcuno con il suo bastone dal rivestimento in perla.
Un mustelide lì vicino stava discutendo con un altro. La sua pelliccia nera era striata di bianco, aveva una postura rigida e indossava una fusciacca rossa e una tunica blu, con degli strani occhialoni appoggiati sulla testa. Un singolo bracciale di rame decorava il suo braccio destro, mentre una striscia di tessuto bianco era annodata attorno al suo polso sinistro.
“Vi posso assicurare” disse lui, “che questa situazione è infinitamente più irritante per me di quanto non lo sia per voi.”
“Ah, è così?” rispose l’altro mustelide. “Non riesci neppure a dirci che tipo di animalide è.”
“Come ho già detto, potrebbe indossare un mantello blu-“
“Potrebbe?” ripeté un donnolide.
“-e ha dei tatuaggi particolari-“
“Tatuaggi?” disse ad alta voce qualcun altro. “E cosa sarebbero?”
L’estraneo sospirò. “Dei disegni sulla pelliccia? Delle striature? Due linee bianche, che vanno dalla bocca al mento, e delle altre su un lato della guancia… faccia… Non potete guardare il mio disegno?” Non doveva essere fatto particolarmente bene, perché gli altri si piegarono in due dalle risate.
“Come non detto” disse lui. “Grazie infinite per la vostra assoluta mancanza di aiuto.”
Maleducato, pensò Mabel, un’opinione che si rafforzò quando lui si girò completamente e colpì il mustelide con la sua coda. E, ancora peggio, per poco non investì Helga. Teneva alzato il suo diario di fronte a lei come uno scudo, con la sua pelle verde che virava al grigio e il suo solito sorriso nervoso.
“S-striature” balbettò Helga.
Il mustelide si fermò. “Sì, è quello che ho detto.”
Helga sfogliò il suo libro, facendolo quasi cadere. Si fermò ad una pagina precisa e lo sollevò. L’estraneo le prese il braccio e la avvicinò a sé.
“Beleren è passato per di qui?” chiese lui. “Quanto tempo fa? C’era qualcuno con lui?”
“Lasciala andare” disse Mabel, stringendo l’elsa della sua spada, “o dovrai rinunciare a quel bel bracciale, insieme al resto del tuo braccio.”
Negli occhi grigio-blu del mustelide lampeggiò una scintilla di elettricità, ma lasciò Helga e fece qualche passo indietro.
“Non tentarmi” disse lui. “Sto vagando in questo posto infernale da giorni interi e la tua amica è il mio primo indizio.”
“Lei si chiama Helga” disse freddamente Mabel. “Io sono Mabel. E tu saresti?”
“Ral” rispose lui. “Ral Zarek. Sto cercando qualcuno chiamato Jace Beleren.”
Mabel sbirciò il diario di Helga. La ranide aveva disegnato un volto, un volpide. Aveva effettivamente dei segni come quelli che descriveva l’estraneo… Ral. Sulla stessa pagina, Helga aveva anche fatto lo schizzo di un mantello con degli strani disegni circolari.
“L’ho visto nei miei sogni” sussurrò Helga, con la voce che man mano era sempre più convinta. “Non è da solo. C’è anche una lacertide, con scaglie verdi e nere, e occhi gialli. E un’altra piccola creatura che faccio fatica a vedere. Una nuvola scura li segue.” Lei alzò lo sguardo, come se si aspettasse una tempesta, ma si intravedeva solo il cielo blu attraverso la copertura di foglie del Salice.
“Sei sicura?” chiese Ral.
Helga esitò, poi annuì con la testa. Mabel si chiese per quante volte le visioni di lei fossero state messe in dubbio, da Oliver e da altri, da renderla così restia nel condividerle.
“Che ci sta facendo qui?” borbottò Ral. “Una lucertola… Non un serpente? Potrebbe essere…?”
Mabel non aveva idea di cosa stesse parlando, ma non era Artiglio Crudele. Doveva passare oltre prima che la pista si raffreddasse troppo.
“Se vuoi scusarci” disse Mabel, “noi andremmo per la nostra strada. Buona fortuna a trovare il tuo amico.” Lei guidò Helga verso gli altri.
“Oh, non penso proprio” disse Ral, affrettandosi di fianco a lei. “Non andrete da nessuna parte finché la rana non mi darà delle risposte.”
Che bel coraggio! “Helga ha già i suoi affari di cui occuparsi, grazie mille-“
Venne interrotta da Helga, che disse con voce bassa: “Tu mi credi?”
Ral si strofinò i baffi con una zampa. “Io credo alle prove davanti i miei occhi. Ora come ora, tu sei il mio unico collegamento con Beleren, quindi non ti perderò di vista.”
Prima che Mabel potesse rispondere, dei gusci di cozza suonarono come allarmi a monte del fiume. I portuali abbandonarono ciò che stavano facendo e si gridarono ordini a vicenda, di corsa, chiaramente agitati. Alcuni tirarono fuori delle corde e legarono delle casse o barili liberi, assicurandoli a degli anelli innestati nelle assi di legno o ai ponti delle barche. Altri fecero lo stesso con le barche stesse, legandole ai moli o tra di loro, come una zattera di mustelidi che si tenevano per zampa.
“Cosa sta succedendo?” chiese Ral, facendo scivolare i suoi occhialoni sugli occhi.
“Non ne sono sicura.” Mabel cercò di attirare l’attenzione di un procionide che le stava correndo a fianco, ma la ignorò.
Finneas indicò. “Per la mia terra, guardate l’acqua.”
Il fiume si era alzato ben oltre il segno dell’alta marea su un pilone vicino e continuava a crescere, straripando velocemente dai suoi argini. Le onde stavano sciabordando sulla banchina, fino ad insinuarsi negli incavi della strada, arrivando a bagnare prima i piedi di Mabel, poi le sue gambe. Le barche legate tra loro tiravano e facevano resistenza sugli ormeggi, mentre quelle non legate schizzarono via lungo il fiume. Alcune si scontrarono, crepando gli scafi come gusci di noce.
“Sta arrivando qualcosa!” gridò Gev, in equilibrio sulla testa di Coccolo.
Una figura sinuosa si muoveva sotto la superficie dell’acqua, con scaglie d’argento che luccicavano nella luce del sole schermata. A differenza di sanguinerole e pesci milione, questo pesce era talmente lungo che Mabel non riusciva a vedergli la coda, e nemmeno la pinna dorsale. Sul suo fianco brillavano dei marchi magici, con una sfumatura rosata distorta dalle correnti impetuose. Un’enorme onda sollevò la creatura per farla incombere sulla Zona Portuale. I suoi occhi funesti bruciavano di potere e una lunga bocca si aprì per mostrare file di terribili denti affilati.

“Il Luccio dell’Inondazione!”
Una lingua d’acqua sferzò fuori, buttando un gruppo di animalidi nel fiume. Con l’elettricità che crepitava attorno al suo bracciale, Ral alzò il braccio verso la Bestia della Calamità.
“No!” Mabel si mise di fronte a lui. “Lancerai una scarica su tutti quelli nell’acqua che non sono mustelidi come te!”
“E come gestite queste cose, normalmente?” ribatté lui.
“Questo è tutto fuorché normale!”
Un’altra lingua d’acqua colpì, spingendo Mabel e Ral verso Coccolo. Il tasside barcollò ma rimase in posizione. Zoraline, ancora addormentata sulla sua schiena, incredibilmente non si svegliò.
Sopra di loro era sospesa una luccicante ombra blu: un’onda alta quanto un cespuglio di sambuco. Si infranse, travolgendo Mabel e trascinandola via dal porto. Lottare contro la magia selvaggia del Luccio era una battaglia persa, ma lei continuò a provarci, scalciando verso ciò che sperava fosse la superficie con i polmoni in fiamme.
Una zampa forte la sollevò. Mabel prese un respiro profondo e si avvinghiò a Coccolo, con Ral nelle sue stesse condizioni di fianco a lei e gli altri disposti attorno o sopra di lui come i bambini alla festa di compleanno di lei. Coccolo faceva fatica a contrastare la risacca che li stava trascinando al centro del fiume, sempre più lontani dalla salvezza.
“Puoi curvare la corrente per riportarci a riva?” chiese Mabel a Ral, tra un colpo ed uno sbattimento di onda.
“Curvarla?” farfugliò Ral in risposta. “Io controllo la pioggia, non i fiumi.”
Un mustelide che non poteva manipolare le correnti? Strano, ma Mabel non aveva l’energia per pensarci. Il gelo dell’acqua si stava insinuando nelle sue ossa mentre venivano sballottati come detriti galleggianti alla mercè del fiume. Presto sarebbero finiti ben oltre la Città dei Tre Alberi, trascinati in un affluente che curvava verso sud-est. Dove finalmente avrebbero potuto provare a scappare? Ce l’avrebbero fatta, o il loro viaggio sarebbe terminato in fondo al Lungo Fiume?
No. Mabel si rifiutò di accettare la sconfitta. Anche se non fosse riuscita a trovare Artiglio Crudele e scoprire cosa stesse tramando, sarebbe sopravvissuta. Clem e i piccoli la stavano aspettando, e lei non li avrebbe mai abbandonati.
Come se alcuni stralci della magia del mondo avessero udito il suo giuramento, il fiume si strinse e la corrente turbolenta rallentò in un flusso più gestibile. L’acqua era fiancheggiata da affioramenti rocciosi, ricoperti di sedimento e gruppi di cozze, con delle radici nodose che si spingevano verso di esse come mani che volevano afferrarle. La riva era costellata di gusci di lumaca vuoti e ossa lisciate dall’acqua, tetri presagi del destino che avrebbe potuto attenderli se Coccolo non avesse tenuto tutti a galla.
L’esausto tasside li condusse fino all’argine melmoso e si lasciò cadere nel fango vicino ad una pozza stagnante creata dalla marea, con i lati sollevati. Tutti scivolarono o scesero dal suo corpo. Persino Zoraline si svegliò brevemente, mormorando qualcosa riguardo la pelliccia bagnata. Mabel studiò velocemente i suoi dintorni: una caverna palustre, con le insenature coperte di muschio nella pietra che permettevano a dei raggi di luce di filtrare per mitigare la penombra. Degli insetti strisciarono su per le pareti, sparendo dentro crepe e fessure, e un odore di zolfo e putrefazione permeava quello spazio parzialmente chiuso.
“Qualcuno è ferito?” chiese Mabel.
“Solo il mio orgoglio” disse Ral. Una vongola gli sputò addosso della poltiglia prima di sotterrarsi più a fondo nel terreno melmoso.
“Io credo di aver ingoiato un barile d’acqua” si lamentò Finneas.
La coda di Gev si illuminò di arancione e il suo corpo iniziò ad emanare un leggero calore. Si strofinò rapidamente contro Coccolo per asciugarlo, con il fango che si solidificava sotto i suoi piedi.
“Dove siamo?” chiese Helga.
“Non lo s-“ iniziò a dire Mabel, poi si bloccò, mentre le sue orecchie puntavano verso un fruscio che proveniva dall’entrata della caverna. Dopo un battito di ciglia, delle forme scure apparirono dalle ombre. Un gruppo di ratti vestiti di mantelli incappucciati circondarono la compagnia, puntando verso di loro dei pugnali paurosamente incurvati e dei bastoni con lame affilate.
“Forestieri” sibilò un rattide. “Non siete i benvenuti qui. Andatevene o affronterete pesanti conseguenze.”



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