Bloomburrow | Episodio 2: Una Festa Attesa
- Valerie Valdes

- 2 lug 2024
- Tempo di lettura: 20 min
Aggiornamento: 16 mar
Helga
A volte, i sogni di Helga sembravano così reali che attraversare il confine della veglia in entrambe le direzioni era come oltrepassare una porta e ritrovarsi improvvisamente da qualche altra parte. Questa volta il suo disorientamento fu peggio del solito, perché non si ricordava di essersi coricata e non riconosceva la stanza in cui si trovava. Sbattendo le palpebre, posò lo sguardo su travi di legno che si inarcavano armoniosamente sopra il letto, pareti strettamente intrecciate, la dorata luce solare che entrava inclinata attraverso delle belle tende cucite a mosaico, e si chiese se non fosse ancora addormentata.
Stava sognando il Gufo della Notte. Distruzione, fumo e fiamme, urla… solo che le case non erano familiari, la conformazione del terreno passava da quello della foresta, per poi andare ai campi e infine ad uno stagno, come se avesse visto più attacchi legati tra loro come le perle di una collana. In ogni luogo, il suo sguardo veniva attirato dalla figura sfocata di un donnolide in un cappuccio rosso, con una cicatrice che gli attraversava un occhio… Chi era? Forse era una visione, e non un sogno? Se anche fosse, cosa significava?
I ricordi tornarono in superficie, compreso il suo lungo cammino lungo il letto del ruscello fino a… dove? C’era la luce del sole, poi una topinide che si avvicinava a lei, e poi… questa stanza. Attraversando un’unica porta, da dentro a fuori, senza nulla nel mezzo.
Voci e risate all’esterno catturarono la sua attenzione. Helga si mise a sedere troppo velocemente: la sua testa ondeggiò, le sue gambe e la sua schiena erano doloranti. Lei sbuffò, presumibilmente abbastanza forte da essere udita in un altro punto della casa, poiché di lì a poco varcò la soglia una coppia di topinidi.
Erano più o meno della stessa altezza, una con la pelliccia castana ramata, l’altro con la pelliccia argentea. Lei indossava un vestito arancione con un bottone rosso acceso a forma di agrifoglio sul collo, mentre lui si pulì le zampe sopra un grembiule macchiato di farina che copriva parzialmente una tunica verde.
“Sei al sicuro qui” disse quella castana, avvicinandosi. “Io sono Mabel e questo è mio marito, Clem.”
“Piacere, nonostante le circostanze” disse Clem.
“Io mi chiamo Helga” disse lei. “Sono di Rivastagno. Ero-“
Mabel alzò una zampa. “Prima di raccontarci la tua storia… Clem, puoi andare a chiamare Oliver, per piacere? Così evitiamo di dover ripetere tutto. E fai preparare a Rosalyn del tè alla menta.”
“Consideralo fatto, tesoro.” Clem uscì.
Mabel si sedette sul bordo del letto. “Ti ho pulita e ho lavato i tuoi vestiti. Quelli che stai indossando ora sono un regalo da parte di Reed, un ranide di qui. La guaritrice dice che le tue ferite non sono gravi. Sei svenuta dalla stanchezza, quindi ti abbiamo portata qui per riposare.”
“Dove ci troviamo?” chiese Helga. Le voci all’esterno si alzarono e si abbassarono, con il nome “Oliver” che veniva ripetuto diverse volte.
“A Buoncolle” rispose Mabel. “Siamo a qualche ora di camminata da Rivastagno, seguendo la strada. Qualche volta dei mustelidi navigano fin qui, ma il ruscello è troppo basso ora.”
Helga non l’aveva notato. Era fuggita attraverso fango, vegetazione e qualche rara chiazza di terreno solido, terrorizzata dal fatto che il Gufo della Notte potesse seguirla.
“Da questa parte, Oliver” disse Clem, e dopo qualche secondo entrò un piccolo coniglio color cannella che si posizionò ai piedi del letto, incrociando le zampe.
“Benvenuta a Buoncolle, mia cara, benvenuta” disse Oliver, un po’ troppo calorosamente. “Non ho dubbi che Mabel si stia prendendo cura di te al meglio, e se hai bisogno di qualsiasi cosa, come sindaco di questa bella cittadina, è mio dovere estendere ogni ospitalità a-“
“Grazie, Oliver” lo interruppe Mabel. “Helga è sicuramente ancora stanca, quindi forse è meglio ascoltare la sua storia e poi lasciarla riposare?”
Il sorriso ansioso di Helga si allargò. Aveva conosciuto Mabel solo da pochi minuti, e aveva già intuito che la topinide era abituata a tenere la situazione sotto controllo.
“Sì, certamente, inoltre io devo tornare ai festeggiamenti.” Le orecchie di Oliver si spostarono leggermente all’indietro. “Dicci, quindi, Helga: cosa ti ha portata alla nostra porta?”
“Avevi detto che c’era una Bestia della Calamità?!” la incoraggiò Mabel. Le orecchie di Oliver ruotarono ancora più all’indietro, e la sua pelliccia si arruffò come se sentisse freddo.
Helga annuì, con la gola soffocata come un rigagnolo bloccato dai detriti. Lentamente, con sussurri gracidanti, raccontò la storia dell’attacco di Maha, della distruzione di Rivastagno, della terribile oscurità che cancellò il giorno come trementina che fa scivolare via il colore da una tela.
E poi, forse scioccamente, accennò al suo sogno che avrebbe potuto essere una visione, e i suoi disegni, compreso quello dello strano falco. Mabel e Clem si scambiarono uno sguardo illeggibile, simile a quelli che si scambiavano i nonni di Helga, il linguaggio silenzioso di chi è sposato da molto tempo.
Oliver si fece scappare una risata. “È proprio una storia particolare” disse lui. “Sei sicura di non aver frainteso la situazione? La tua immaginazione sembra essere un pelo fervida, tratto che ci si può aspettare da un’inclinazione artistica. Il mio bisnonno aveva una zampa abilissima nell’intaglio del legno, e una volta giurò di aver visto-“
“Oliver” disse duramente Mabel.
Helga scoppiò a singhiozzare. Non poteva resistere. Tutte le sue paure mentre scappava per salvarsi la vita, le sue preoccupazioni verso i suoi amici e vicini, le sue frustrazioni riguardo le sue visioni che ancora una volta erano state ignorate… le emozioni straripavano come una cisterna durante un temporale estivo. Sapeva che avrebbe dovuto calmarsi e spiegare, perché se non l’avesse fatto in quel momento, come avrebbe portato i soccorsi a Rivastagno? Ma le parole non riuscivano ad uscire.
Oliver le toccò il braccio. “Qualunque cosa sia successa, hai sicuramente avuto una giornataccia, vero? Pensavo che potessi unirti alla festa… è il compleanno di Mabel, sai, e abbiamo organizzato dei grandiosi festeggiamenti… ma forse sarebbe meglio che stessi qui e riposassi.”
Senza indugiare oltre, uscì dalla stanza, seguito da Clem. Mabel riprese nuovamente posto sul letto, sedendosi in silenzio. Attraverso le pareti di vimini, Helga udì Oliver arrivare all’esterno, con la gente che lo chiamava, chiedendogli della povera, piccola ranide.
“Sta riposando comodamente” li rassicurò Oliver. “Mabel ha tutto sotto controllo, come sempre, e sono sicuro che a breve si unirà a noi.”
“Cos’è tutto questo discorso sulla Bestia della Calamità, allora?” chiese qualcuno.
“Non c’è bisogno di agitarsi” disse Oliver. “L’Alce della Primavera è passato proprio quando avrebbe dovuto, giusto? E al Falco del Sole manca ancora un po’ di tempo. Quelli imprevedibili, il Serpente della Piaga, il Felino della Siccità e così via, non si intromettono negli affari del nostro piccolo popolo nella Valle. Non dalla Battaglia del Ponte di Kell e, prima di quella, dal tempo dell’Ordine dell’Agrifoglio. Ma ora basta con questi discorsi pesanti. C’è della torta di fragole che vuole essere mangiata!”
Si alzò un’esultanza forzata, seguita da una canzone pizzicata su un’arpa ad arco, accompagnata da un flauto in legno e un tamburo. Helga ascoltava la musica gioiosa con un dolore al petto.
Il sindaco non aveva completamente torto riguardo le bestie. Erano rare se messe a confronto con il lontano passato, quando gli intrecciatori impararono a utilizzare la magia per proteggere tutti gli animalidi dai predatori che devastavano la terra con tempeste torrenziali, bufere di neve, incendi e malattie. Gigliola della Valle, campionessa dell’agrifoglio, aveva brandito la potenza infuocata della spada Piccardente per scacciare molto lontano quelle Bestie della Calamità.
Poi, quella stessa magia fece impazzire alcuni intrecciatori, e quelli rimasti rinunciarono ai grandi intrecci in favore di quelli più piccoli che tutti potevano gestire. La Valle, un rifugio all’interno delle alte colline, viveva in pace, anche se altre parti di Bloomburrow continuavano a soffrire della volubilità delle Bestie della Calamità.
Eppure il Gufo della Notte aveva attaccato Rivastagno. Se il sogno di Helga era veramente una visione, avrebbe potuto attaccare di nuovo… oppure l’aveva già fatto. O entrambe le cose.
“Non mi sono immaginata nulla” gracidò Helga, con la gola secca. “Né il Gufo della Notte, né i miei sogni, né i miei disegni.”
A Mabel fu risparmiata una risposta a causa dell’arrivo di Rosalyn con un vassoio da tè. La bimba aveva la colorazione di suo padre e il naso di sua madre, e indossava un gilè e dei pantaloni cuciti con il disegno di una vite. Rimase solennemente in piedi mentre Mabel versava una tazza di profumato tè alla menta, offrendolo a Helga.
“Bevi” disse Mabel. “Aiuterà a tranquillizzarti.”
Helga obbedì, con le mani tremanti. Rosalyn lasciò il vassoio su un tavolino e, dopo un cenno da parte di sua madre, uscì. Sorseggiarono la loro bevanda in silenzio, finché alla fine Helga non parlò.
“Non avrei dovuto fuggire” disse Helga. “Sarei dovuta restare. Avrei potuto fare… qualcosa.”
“Forse.” Mabel guardò dentro la sua tazza, come se il fondo racchiudesse saggezza. “Quando mio marito o i miei figli sono malati, non voglio allontanarmi da loro, come se la mia sola presenza potesse impedire che peggiorino. Oppure, se c’è un attacco dei banditi, di sicuro la mia spada farà la differenza tra una vittoria e una sconfitta. Ma io non sono il cardine che impedisce alla ruota del mondo di cadere, giusto?”
“Suppongo di no.” Helga sapeva che questo discorso era inteso per farla smettere di sentirsi colpevole per la sua fuga. Non ci riuscì. “Fa male non sapere…” Non riuscì a imporsi di terminare quell’oscuro pensiero.
“Lo saprai presto” disse Mabel, e lo fece suonare come una promessa. Mise la tazza vuota di Helga sul vassoio. “È in corso la mia festa di compleanno. Sei la benvenuta ad unirti a noi se non vuoi stare da sola con i tuoi pensieri. C’è bere e mangiare a volontà, e potrebbe alleggerirti un po’ il cuore. Fa bene festeggiare la vita in tempi difficili.” Poi prese il vassoio e se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle.
La musica continuava, arricchita di nuovi strumenti, voci e colpi ritmici dei piedi. Il pensiero di ballare le fece quasi risalire tutto il tè alla menta che aveva appena bevuto. Ma Mabel non aveva torto. Avrebbe potuto farle bene non rimuginare sui propri problemi. Doveva mangiare qualcosa, nonostante la sua mancanza di appetito.
Le sue visioni erano vere o no? Mabel non aveva detto che credeva a Helga, ma non aveva neppure concordato con la dichiarazione del sindaco. Sembrava perlomeno accettare che il Gufo della Notte avesse attaccato Rivastagno. Un eventuale ulteriore pericolo maggiore era incerto. L’unica prova risiedeva nella parola di una singola ranide di cui non si fidava nessuno se non i propri nonni, che i loro spiriti possano riposare felici.
Oh, è stato tutto inutile. Helga si disse che avrebbe veramente dovuto alzarsi e andare. Non ancora, però. Non ancora.
Mabel
Mabel appoggiò il vassoio da tè sul tavolo della cucina, di fianco all’ultima infornata di biscotti alla fragola che si stavano raffreddando. Gli aromi di zucchero, frutta e spezie riempivano la stanza come sempre, caldi e rassicuranti. Clem si lanciò un canovaccio sulla spalla e tirò a sé Mabel per abbracciarla, strofinandole il naso sulla guancia e facendole il solletico con i propri baffi.
“Come sta la nostra nuova amica?” chiese Clem.
“Turbata” rispose Mabel. “La poverina è al limite e sta per cedere.”
“Comprensibile. Posso rimpinzarla di dolci?”
“Tra poco.” Mabel organizzò i propri pensieri come una matassa di filo disordinata. “Oliver pensa che stia raccontando delle storie per attirare l’attenzione, o un’idiozia del genere.”
Clem si inclinò all’indietro, ma non sciolse l’abbraccio. “Tu cosa pensi?”
“Che lei ha delle visioni, delle vere visioni, e non sta esagerando né inventando una sola cosa.”
Clem la strinse dolcemente e la lasciò. “Qual è il tuo piano?”
“Qualcuno deve viaggiare fino a Rivastagno” disse Mabel. “Più di qualcuno, per sicurezza.”
“E tu vuoi essere una tra questi qualcuno?”
Mabel spostò un biscotto che era leggermente disallineato. “Non voglio lasciare soli te e i bambini.”
“Lo striscione è già appeso, quindi mi aspetto che staremo bene almeno per qualche altra ora” scherzò Clem. Più seriamente aggiunse: “I piccoli possono essere delle pesti, ma possiamo cavarcela senza di te se c’è la necessità. La tua famiglia tornerà dal suo viaggio, e la mia non se n’è mai andata. Anche i nostri vicini faranno la loro parte, lo sai. E oserei dire di essere capace di sfamare bocche e pulire sederini, anche se in superiorità numerica di tre a uno.”
“Sei più che capace” protestò Mabel.
Clem la colpì giocosamente con il canovaccio. “Anche se fosse, i grandi problemi si risolvono meglio insieme. E questo ha tutta l’aria di essere un problema molto grande, tesoro.”
“È così” concordò Mabel. Le Bestie della Calamità non erano un semplice fastidio, come potevano essere degli insetti che mangiano le piante. Potevano cambiare il giorno in notte, il calore in gelo pungente, i raccolti abbondanti in viticci avvizziti. Potevano bruciare tutto Bloomburrow, lasciando solamente le ceneri.
Mabel colpì il tavolo con le nocche e si allontanò. “Vado su in soffitta.”
“Allora pensi che ce ne sia bisogno?” chiese Clem.
“Per una Bestia della Calamità?” Mabel alzò le spalle. “Se non ora, quando?”
La soffitta conteneva un caos organizzato di oggetti usati di rado: decorazioni festive, giubbotti invernali, regali di compleanno futuri nascosti da occhi di bimbi indiscreti. In un angolo, nel punto più lontano dalla finestrella che illuminava quello spazio, si trovava un mucchio ricoperto da un lenzuolo vergognosamente impolverato.
“Non è esattamente un segreto” aveva detto Iris, la madre di Mabel, quando la tramandò a sua figlia. “Mia madre l’ha data a me, e tu la darai a Rosalyn quando non riuscirai più a brandirla. O magari a Foggy o Pip, se Rosalyn non è incline a imbracciare le armi. No, non un segreto, ma una responsabilità.”
Mabel tirò via il lenzuolo. Sotto di esso, una spada era appoggiata su un espositore di legno. A differenza del suo stocco dall’impugnatura di cardo, forgiato dalla linfa metallica degli alberi di ferradice, quest’arma venne forgiata da un enorme dente, affilato fino a raggiungere una dimensione utilizzabile dal loro piccolo popolo. La lama curva era incisa con un sigillo, affilata sia sul filo vero che sul filo falso e affusolata in una terribile punta. L’elsa era semplice, avvolta con della corda, mentre il pomello fu scolpito in una forma di fiamma danzante.
La spada un tempo apparteneva a Gigliola della Valle in persona, o così diceva la storia, creata dalla zanna del Lupo degli Incendi che per poco non distrusse Bloomburrow. In privato, Iris aveva espresso i suoi dubbi riguardo la sua provenienza.
“Le storie sono potenti” aveva detto Iris. “Una storia non deve essere necessariamente vera per essere reale, o era al viceversa? Che la spada fosse o meno di Gigliola, che Gigliola fosse veramente la tua molte-volte-bisnonna, la gente crede nella storia e nella spada. E ha veramente un potere, non fraintendermi.”
Oliver aveva voluto utilizzare il compleanno di Mabel come scusa per dare spettacolo con la reliquia. Una cosa era ascoltare il racconto dell’Ordine dell’Agrifoglio, e un’altra decisamente diversa era ammirare la prova fisica delle loro coraggiose gesta. Mabel aveva reputato quella prospettiva di cattivo gusto, ma ora? Potrebbe essere necessaria.
Mabel sollevò l’arma dall’espositore. Più pesante del proprio stocco, ma ben bilanciata. Una scarica di magia si fece strada lungo il suo braccio e attraverso il suo corpo, dalla punta delle orecchie a quella della coda. Calda, ma non spiacevole, come uscire dall’ombra di un portico in una giornata di sole. I sigilli sulla lama si illuminarono brevemente di una debole luce rossastra, come se si fossero attizzati dei carboni ammucchiati sotto la superficie bianca come l’osso.
Non l’aveva mai fatto. Mabel lo prese come un segno. Sua madre aveva affermato che le fiamme incantate dell’arma potevano essere richiamate da chi la brandiva in tempi di necessità, in difesa degli innocenti e dei deboli.
“Ma qualcuno non vorrà rubarla?” aveva chiesto Mabel. “Per usarla per i propri sporchi fini?”
Iris aveva riso. “La spada non prende alla leggera questo tipo di cose. Mi avevano raccontato che la tua bis-bisnonna, sia benedetto il suo spirito, ritrovò ciò che era rimasto di un ladro che aveva minacciato di usare la spada per ferire il figlio di lei.”
“E cos’era rimasto?”
“Ceneri, cuore mio. Solo ceneri.”
La festa poteva anche essere iniziata in modo strano, con le preoccupazioni di estranei e Bestie della Calamità che misero in secondo piano i festeggiamenti, ma ora era vivace e allegra. Vicino alla casa di Mabel erano assembrate tavolate imbandite di cibo: crostatine e muffin scomparivano all’interno di bocche riconoscenti, del crumble di fragola rimasero solamente le briciole e alcuni biscotti all’impronta con la marmellata di sambuco venivano avvolti nei tovaglioli e infilati in tasca per poterseli godere in un secondo momento. Vann non solo aveva preparato la sua bevanda frizzante alla camomilla, ma anche un punch alle more con un allettante aroma di chiodi di garofano e cannella. Clem ne bevve due tazze e si disse ispirato a creare una nuova torta in suo onore.
Silver il bardo e alcuni altri erano seduti o in piedi su una piattaforma vicino alla casa di un vicino, a suonare una bella canzone dopo l’altra mentre uno scoiattolo ballava con un coniglio, un’arvicola con un riccio, una donnola con un topo… compresa Rosalyn, con la coda stretta vicino al corpo e gli occhi brillanti di felicità. Gev, un lacertide riconoscibile per i bellissimi cerchi rossi attorno agli occhi, brandiva una coppia di mazze di fuoco, lanciandole e facendole roteare in un’incredibile dimostrazione di grazia e precisione, con le loro fiamme che lasciavano delle scie nel crepuscolo.
Pip e Foggy, insieme ad altri bambini del vicinato, si stavano arrampicando su Coccolo, un vecchio tasso burbero alto quasi il triplo di Mabel. Sopportava di buon grado il fatto di essere usato come parco giochi, a volte rotolando sul lato o inarcando il suo largo dorso, o ancora allungando le braccia verso l’alto così che i piccolini urlanti potessero arrampicarsi verso nuove altezze.
In una zona libera tra le case, qualcuno aveva imbastito un poligono per il tiro con l’arco e c’era una gara in corso. Un leporide dalla pelliccia scura con un largo cappello di paglia faceva da giudice: Finneas, che aveva vinto le competizioni di arcieria primaverili e autunnali per troppe volte, e quindi gli era stato di conseguenza impedito di partecipare. Ma anche in questo caso, su richiesta, si dilettò in qualche tiro artistico per impressionare gli spettatori. Mabel lo osservò rilasciare tre frecce in contemporanea, che andarono a perforare il centro preciso di ciascuna foglia di un trifoglio contro un bersaglio in lontananza.

Alcuni chierici chirotteri si unirono ai festeggiamenti quando il sole si abbassò sotto le linee dei tetti, con le lucciole che emanavano il loro dolce bagliore sulle strade affollate. Porfirio indossava la sua tunica nera dal collo alto orlata d’argento e decorata con le fasi lunari, mentre il vestito diafano verde chiaro di Zoraline sventolava attorno a lei, con dei cerchi che ammiccavano tra le sue pieghe come gli occhi sulle ali di una falena luna. Mentre Porfirio parlava con i genitori di Clem, Zoraline sembrava distante, distratta, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte, come se si aspettasse che qualcosa lo oltrepassasse. La luna, forse, anche se stava guardando nella direzione sbagliata per quello.
“Torta?” chiese Clem, spaventando Mabel dalla sua lettura degli ospiti. Mabel sorrise e prese il dolce offerto. Un’enorme fetta di fragola adornava la spessa glassatura, esattamente come piaceva a lei.
“Se ne mangio ancora un po’, potrei scoppiare” disse Mabel, tagliandone un pezzo.
“Ti aiuto io, allora” disse Clem, per poi rubare il pezzo dal cucchiaio di lei.
“Ohi, quella è mia!”
“È più buona quando è la tua, lo sai.” Ripulì la glassa dal piatto con un’unghia e la leccò, con i baffi che si muovevano con fare dispettoso.
Mabel masticò pensosamente, poi inghiottì. “Tutto qui è così pacifico, ma sembra così fragile. Come se stesse per scoppiare una tempesta.”
“A causa di Helga?” chiese Clem. Mabel annuì, e lui si appoggiò contro di lei. “Se ci sarà una tempesta, la supereremo. Come dice mia mamma, ‘Non perderti il sole del mattino aspettando la pioggia della sera’. È una bella giornata, sei tra amici e alcuni fidati individui mi hanno riferito che la torta non è una totale disgrazia.”
“Dev’essere veramente deliziosa” lo punzecchiò Mabel, “altrimenti non continueresti a rubarla.”
Helga apparve sulla soglia di casa, sorridendo nervosamente a nessuno in particolare. Si strinse i gomiti, come se non fosse sicura cosa fare con le sue mani, finché qualcuno non si avvicinò e le offrì una fetta di torta di carote. Lei prese il piatto come se si fosse dimenticata come mangiare.
“Eccoci” disse Clem, dando un colpetto a Mabel.
Lei seguì lo sguardo di Clem. Oliver si fece strada verso la piattaforma dove stavano suonando i musicisti. Silver lo notò e fece terminare la canzone, facendo applaudire e battere i piedi a tutti per mostrare apprezzamento. Oliver alzò le braccia e gli applausi scemarono, se non proprio in silenzio, in un educato mormorio.
“Vicini… no, amici” iniziò Oliver, “è un onore e un piacere celebrare il compleanno della nostra Mabel con tutti voi questa sera.” Fece una pausa per lasciare spazio a qualche applauso.
Faceva più o meno lo stesso discorso ad ogni festa di compleanno. Mabel mordicchiava la sua fragola e si rassegnò a prestare attenzione, dato che era lei l’ospite d’onore. Oh, questo non era degno di lei. Il povero Oliver aveva buone intenzioni.
“Mabel è un esempio per la nostra comunità” continuò Oliver. “In gioventù, si unì a un gruppo di topinidi che viaggiò fino alla collina più alta nella Valle per scalare la Rupe degli Eroi, come molti hanno fatto prima di lei.”
“In gioventù?” sussurrò Clem. “Ora sei praticamente una vecchia rimbambita, quindi?”
Mabel lo zittì con un sorriso.
“Si unì ai difensori locali quando i banditi attaccarono Buoncolle, proteggendo il villaggio e facendo fuggire i maledetti furfanti.”
Che patetica schermaglia che era stata quella. Era finita nell’incantesimo maleodorante di un mefitide e ha dovuto lavare a secco la propria pelliccia per un’eternità.
“Cosa ancora più importante” disse Oliver, arricciando il naso, “Mabel è una dedita moglie e madre, e le sue doti nel giardinaggio e nella pasticceria fanno invidia a tutti noi. Veramente, lei è l’esempio del coraggio e della lealtà a cui tutti aspiriamo.”
“Non c’era bisogno di esagerare così tanto” mormorò Mabel.
“Oliver è sempre stato tutto glassa e niente torta” rispose Clem. “A proposito di torta, hai intenzione di finire la tua?”
Mabel gliela porse, e lui iniziò a spazzolarla. Lui le offrì un morso, e lei accettò. Aveva ragione: era più buona quando si condivideva. L’amore era sempre stata la spezia più deliziosa.
Oliver scelse quel momento per puntare un braccio verso Mabel. “Sentiamo qualche parola dalla nostra festeggiata! Vieni quassù, Mabel, non essere timida.” Si levarono delle acclamazioni, e alcuni ridacchiarono, sicuramente al pensiero che Mabel e la timidezza fossero nella stessa frase.
Mabel deglutì mentre saliva sulla piattaforma di fianco a Oliver. La folla si accalcò di fronte a lei, alcuni in attento ascolto, altri impegnati nelle proprie conversazioni a bassa voce. Cos’avrebbe potuto dire loro? No, cosa aveva bisogno di dire? I suoi pensieri tornarono alla sua discussione con Clem e alla spada che aveva attentamente coperto di nuovo.
“Grazie a tutti per essere venuti” iniziò. “Spero che vi stiate divertendo quanto me, qui in mezzo a così tanti buoni amici.”
“E al buon cibo!” gridò qualcuno, seguito da risate e accordo generale.
Pip si era seduto sulle spalle di Rosalyn e stringeva le orecchie di lei per stare in equilibrio, mentre Foggy saltellava e salutava con la mano per attirare l’attenzione di sua madre. Mabel sorrise e rispose al saluto. Rosalyn si limitava ad osservare, seria e sobria come sempre.
Come avrebbe potuto Mabel pensare di lasciare la sua famiglia, anche se per qualche giorno? Non era più una giovincella, scherzi sul rimbambimento a parte. Era certa che altri avrebbero voluto aiutare Rivastagno. Si mise alla ricerca di suo marito in quella foresta di volti, ritrovandolo vicino alla loro porta d’ingresso, a qualche passo di distanza da Helga. Clem alzò il cucchiaio sulla fronte per salutare, poi entrò.
Helga non sembrò averlo notato. E non stava nemmeno ascoltando Mabel. Fissava invece il cielo, come se potesse crollare, con la sua torta intatta stretta in una mano tremante. Mabel immaginò sé stessa… o peggio, i suoi figli e Clem… nella stessa situazione. Sentirsi sola in mezzo a così tante persone, essere impaurita e insicura quando tutti attorno stanno ballando e ridendo, dev’essere quasi insopportabile.
La determinazione incerta di Mabel si solidificò. Sapeva cosa doveva essere fatto, e lei poteva farlo, quindi l’avrebbe fatto. Molto semplice.
“Grazie soprattutto, Oliver, per le belle parole su di me” disse Mabel. “Io non mi vedo come più coraggiosa o leale di chi è qui presente. Il coraggio non sempre ha a che fare con lo scalare montagne o combattere i banditi. Tutti noi siamo pronti ad aiutarci a vicenda in tempi duri, e questa potrebbe essere la cosa più coraggiosa che posso immaginare.”
Un boato di consenso si alzò dal suo pubblico, ma lei non aveva finito.
“Tra di noi è presente qualcun altro che è stato coraggioso.” Mabel indicò Helga, che si bloccò, mentre occhi e orecchie puntavano nella sua direzione. “Helga è arrivata fin da Rivastagno per cercare soccorso per il suo villaggio, e per avvertirci di un attacco da parte del Gufo della Notte.”

Ora la folla divenne ansiosa, con il volume dei mormorii sempre più alto. Oliver fece indietreggiare le orecchie, ma non contraddisse Mabel. Helga sembrò rimpicciolirsi come una nuova foglia investita dal sole.
“Io non ho visto la distruzione” disse Mabel, alzando la propria voce per essere udita sopra il baccano. “Ma ho ascoltato la storia di Helga. Non crederle equivale a rischiare sofferenza per noi stessi ed altri, e io non penso che sia affatto coraggioso. E nemmeno pratico, e tra noi c’è molta gente pratica, non ho ragione?”
In risposta ci fu un consenso riluttante, fatto di cenni della testa, scatti delle orecchie e baffi lisciati. Clem uscì da casa loro trasportando un oggetto avvolto nel tessuto e si fece strada verso di lei.
“La cosa pratica da fare” disse Mabel, “è andare a Rivastagno, controllare la situazione degli abitanti e portare soccorso. Buoncolle potrà anche essere al sicuro ora, ma se c’è una Bestia della Calamità in libertà, potremmo non rimanere al sicuro ancora a lungo. Maha potrebbe diffondere l’oscurità non solo per tutta la nostra Valle, ma anche nei meandri più lontani di Bloomburrow.”
Clem salì fino a raggiungere Mabel e le passò ciò che stava portando. Con riverenza, lei scoprì l’oggetto, rivelando la spada della sua soffitta. Mentre la teneva sollevata, un debole scintillio di fiamma scaturì lungo il dente intagliato, dall’elsa alla punta della lama. La folla sussultò, e Oliver non sembrava più così impaziente di vedere la reliquia.
“Ho intenzione di indagare sulla situazione di Rivastagno” disse Mabel, abbassando la spada. “Se necessario, seguirò qualsiasi pista che troverò là per vedere dove conduce, se servirà a preservare la nostra pace. Chi verrà con me?”
Alcuni dei suoi amici e vicini scossero la testa, altri distolsero lo sguardo o iniziarono a guardarsi intorno nervosamente. Mabel si chiese se alla fine avrebbe viaggiato da sola.
“Vengo io!” Finneas, l’arciere, alzò il suo arco. Le sue sorelle protestarono, e tutti loro iniziarono a discutere a bassa voce.
Coccolo si alzò in tutta la sua altezza, torreggiando su tutti gli altri, inclinando la sua testa a strisce bianche verso Mabel. Di fianco a lui, Gev sibilò un sospiro e sbatté la sua terza palpebra.
“Se lui va” disse Gev, “allora vengo anch’io. Non posso permettergli di mettersi nei guai senza di me.”
Erano in quattro. Si sarebbe offerto volontario qualcun altro?
Con sorpresa di Mabel, Zoraline fece cenno dalla folla, con le ali chiuse attorno a lei come fossero un mantello. “L’allineamento delle stelle mi ha turbata” disse, con la voce acuta e sognante. “Credo che Rivastagno sia la stella guida che mi condurrà dove c’è bisogno di me.”
Helga balzò per il sentiero e si fermò a fatica vicino alla piattaforma. “Devi prendere anche me” disse, senza fiato. “Conosco alcuni trucchetti. Ho studiato l’intreccio con Re Glarb ad Acquifonte, come sua apprendista. È il mio villaggio. Voglio essere d’aiuto. Devo esserlo.”
“Come desideri” disse Mabel. Al resto degli abitanti, disse “Grazie ancora a tutti per essere venuti. Chi di noi viaggerà verso Rivastagno deve prepararsi a partire alle prime luci.” Avvolse nuovamente la spada-zanna nel suo tessuto, come segnale che quel momento era passato e che il futuro doveva iniziare sul serio.
Qualcuno iniziò ad applaudire lentamente, per poi aumentare e creare un’ondata di esultanza e colpi di piede. I vicini abbracciarono Mabel augurandole buona fortuna mentre lei tornava verso casa sua. Rosalyn, Foggy e Pip si unirono a lei, e Clem la stava aspettando alla porta d’ingresso. Insieme, entrarono per prepararsi a ciò che sarebbe avvenuto.
Helga rassicurò Mabel che era riconoscente per la sua ospitalità, ma che per la notte sarebbe andato bene l’alloggio provvisorio per i viaggiatori. Clem aiutò Mabel a gestire Foggy e Pip, che chiacchieravano incessantemente mentre i loro genitori li lavavano e li convincevano a vestirsi per la notte. Rosalyn stava sistemando il pochissimo disordine in cucina; Mabel sospettava che la sua figlia più grande non volesse rimanere a far nulla mentre i suoi pensieri e le sue emozioni vorticavano dentro di lei, un tratto che condivideva con lei. Ora Clem stava preparando lo zaino di Mabel mentre lei conduceva i piccolini ai loro letti, dopo aver mandato Rosalyn a terminare il suo lavaggio serale.
“Non voglio che vai via, Mamma” strillò Pip, con i baffi tremolanti.
“Diventerà un’eroina, Pip” disse Foggy, saltellando sul letto. “Andrà all’avventura, e lotterà con la spada, e userà la magia, e poi tornerà per raccontarci tutte le sue storie!”
“Non mi interessano le storie” insistette Pip. “Ce le racconta già le storie. Anche se quelle di Pa sono meglio perché fa le vocine.”
“Mentre non ci sono” disse Mabel, pazientemente, “dovete fare i bravi e aiutare lui e Rosalyn, capito?”
“Sì, Mami” risposero all’unisono.
Rosalyn arrivò con indosso la sua vestaglia da notte trapuntata preferita. “Mi prenderò io cura di loro” disse con tranquillità. “E mi assicurerò che Pa riesca a gestire il forno.”
Mabel tirò a sé tutti i suoi figli per un abbraccio, stringendoli il più forte possibile. “Siete i miei dolci e coraggiosi topolini, e vi vorrò bene dalla primavera all’inverno e viceversa.”
“Ti voglio bene” risposero diligentemente. Lei rimboccò loro le coperte, sfregò il naso sui loro volti, scacciò con tranquillità la loro lucciola dalla camera da letto e chiuse la porta.
Clem era appoggiato al tavolo della cucina, con il suo grembiule appeso sul gancio vicino alle pentole e alle padelle. Lui aprì le braccia quando lei si avvicinò, così che potessero stringersi in silenzio. Lui sapeva di zucchero, farina di ghiande, spezie e tutto ciò che c’è di buono nel mondo, e lei già sentiva la sua mancanza come sentiva quella dei suoi bambini che cercavano di dormire nella stanza accanto.
“Stai facendo la cosa giusta” disse Clem, accarezzando la schiena di Mabel. “Probabilmente sei la persona più capace di Buoncolle per aiutare la povera Helga. Addirittura un esempio, secondo il nostro caro sindaco.”
Mabel sbuffò, poi rise. “Il suo discorso sarà lungo il doppio l’anno prossimo per colpa di questa missione.”
“Metterò da parte un po’ di cera d’api, così possiamo farci dei tappi per le orecchie.”
Si abbracciarono in silenzio per un po’ di tempo, permettendo infine ai loro dolci sentimenti di portarli in direzione del proprio letto. Nessuno poteva dire cos’avrebbero portato i giorni successivi, ma passarono la notte accoccolati insieme, caldi, amati e al sicuro… per ora.



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