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Bloomburrow | Episodio 1: La Calamità Giunge nella Valle

Aggiornamento: 16 mar




Helga


Helga fissava la luce del sole di metà mattina che luccicava sulla superficie increspata dell’acqua, i cui disegni e presagi erano imperscrutabili quanto le sue profondità più oscure. Le stiance e le lunghe erbe ondeggiavano sopra di lei, e una libellula dai colori vivaci inseguiva un nugolo di moscerini. L’aria aveva l’odore del fango caldo e della natura in crescita, che donava conforto al suo cuore inquieto. La matita che stringeva sembrava muoversi di propria volontà mentre la sua altra mano teneva in equilibrio il suo diario rilegato di foglie sulle gambe.


Helga, Veggente Vivace | Andrea Piparo
Helga, Veggente Vivace | Andrea Piparo

Era arrivata su quella riva in cerca di chiarezza, tranquillità e una breve fuga dalle preoccupazioni che la affliggevano. Da quell’angolo non riusciva a vedere il proprio riflesso, familiare e noioso: una ranide piccolina dalla pelle verde, gli occhi ambrati e un sorriso nervoso perenne. Niente di speciale, né ora né mai.


A meno che essere particolarmente inutile potesse essere considerato degno di nota.


Qualcosa si mosse nello stagno, o brillò sopra di esso nella foschia dovuta al calore. Helga strinse gli occhi, sporgendosi in avanti, chiedendosi se stesse per avere un’altra visione-


Un’ombra dalle lunghe orecchie si proiettò su di lei dalle sue spalle e una mano le toccò la spalla. Con un grido, Helga balzò in aria, abbastanza in alto da sbattere la testa contro la spiga di una stiancia, prima di atterrare sgraziatamente con le lunghe gambe all’aria.


“Calma, Helga, ragazza mia” disse Nerys, con il naso della leporide che fremeva per il divertimento o l’irritazione. “Non serve fare queste scene.”


“Mi dispiace” disse Helga, raccogliendo il suo diario caduto a terra. “È solo che mi hai spaventata.”


“E non l’avrei fatto se tu stessi facendo qualcosa di utile” replicò Nerys, “invece di andare a pesca di visioni. Hai finito le tue commissioni per il villaggio?”


Helga sussultò. “Non esattamente. Ero in distilleria ad occuparmi del fuoco per un lotto di infusione di nocciola stregata, ma…”


“Ma?”


“Ma non l’ho fatto. Non me ne sono occupata. Euan ha detto che la medicina era rovinata e di non presentarmi più alla sua soglia finché il suo cattivo umore non si fosse abbassato come il fuoco.” Lui aveva usato un linguaggio un po’ più colorito, ma Helga non aveva intenzione di ripeterlo.


“È proprio una cosa da te.” Nerys inclinò il suo cappello orlato di foglie all’indietro, così da poter infilzare Helga con un’occhiataccia dei suoi occhi rossi. “I tuoi nonni ti hanno coccolata, benedetti i loro ricordi, ma non puoi passare la tua vita a scarabocchiare.”


Il ricordo della sua perdita ferì Helga più profondamente di ciò che aveva detto Nerys, ma la leporide non aveva finito con la sua ramanzina.


“E tira fuori la testa da quella pozza divinatoria” aggiunse Nerys, con un gesto veloce della zampa. “Devi vivere qui ed ora invece di provare a vedere cosa riserva il futuro. Farlo non ha mai fatto un briciolo di bene a nessuno.”


“Qualche volta vedere i possibili futuri può aiutare la gente a compiere scelte migliori nel presente” disse Helga, con un sorriso incerto.


“Sia come sia” rispose Nerys, “Non ho tempo per la filosofia quando ci sono raccolti da mietere. Spero che nel tuo futuro tu veda più lavoro e meno testa tra le nuvole.” Con un colpetto della sua soffice coda, Nerys lasciò Helga al suo disegno interrotto.


Helga sospirò. Nerys stava solo dicendo ad alta voce quello che pensavano molti altri a Rivastagno. In tutte le sue stagioni in quel piccolo villaggio, Helga non aveva ancora trovato il suo posto, la sua vocazione. Stava iniziando a perdere la speranza che l’avrebbe mai trovato.


Attorno a lei, gli altri svolgevano le loro mansioni del giorno. Dei leporidi con i piedi infangati tagliavano e legavano lunghi steli di crescione per caricarli nelle carriole dirette ai depositi comuni. Dei mustelidi trascinavano le reti nelle acque basse al largo, catturando sanguinerole e scaricandole all’interno di barili di legno. Un padre ranide oltrepassò un mucchio di iris crestati, trasportando sulla schiena un contenitore pieno d’acqua con i suoi preziosi girini all’interno. Tutti erano indaffarati, in pace con sé stessi: scherzavano con gli amici, si schizzavano d’acqua tra loro per rinfrescarsi nel calore del sole o erano diligentemente concentrati sul loro lavoro.


Helga faceva fatica a concentrarsi su qualunque faccenda sufficientemente a lungo per completarla. L’incidente della distilleria era solo l’ultimo di una lunga lista di problemi simili. Muffin di carota bruciati, germogli di piselli piantati a metà, pezzi di trapunta in costante attesa di essere cuciti insieme… Se il suo compito la interessava abbastanza, era capace di perdere ore intere e dimenticarsi completamente dei suoi dintorni; tristemente, ben poche attività le ispiravano quel genere di devozione.


Era finito male perfino il suo tentativo di imparare a intrecciare la magia. Magari, se avesse potuto passare qualche altra stagione ad Acquifonte, completare il suo addestramento con Re Glarb… ma no, meglio non rimuginarci. Provava già abbastanza vergogna per la propria incapacità da bastarle per il resto delle stagioni della sua vita.


Almeno avrebbe sempre avuto l’arte. Lei aveva tenuto il proprio diario chiuso durante la conversazione con Nerys; non voleva che la leporide vedesse ciò che aveva disegnato. A volte erano semplici spirali e onde che non potevano propriamente definirsi disegni. Altre volte disegnava quello che vedeva, studiando avianidi in volo dal piumaggio brillante o topinidi che a piedi nudi spremevano il succo dai mirtilli appena raccolti. Altre volte ancora una visione prendeva possesso delle sue mani, lasciandola con un mistero… o, come affermavano altri, con i prodotti di una fervida immaginazione.


Helga aprì il libro e lo sfogliò annoiata fino alla pagina su cui stava lavorando. L’immagine le fece tendere la pelle e asciugare la bocca, provocandole un appiccicoso disagio.


Uno dei tomi nella libreria di Re Glarb ad Acquifonte conteneva ricche e colorate illustrazioni delle Bestie della Calamità: i temibili araldi dei mutamenti della natura, stagionali e caotici allo stesso tempo. Helga non ne aveva mai vista una dal vivo, anche se la loro opera era evidente ogni volta che un raccolto di more avvizziva per la siccità improvvisa o una pioggia primaverile si trasformava in grandine battente.


Quello che aveva disegnato lei somigliava molto al Falco del Sole, anche se la sua interpretazione era grezza rispetto a quella del tomo del re. Sulla sua testa una cresta era inclinata all’indietro come la pinna dorsale di un pesce. Il becco uncinato spalancato come se stesse gridando, fiancheggiato da strane sporgenze simili a baffi, la spessa lingua biforcuta sulla punta. Era qualcosa che non aveva mai visto. Invece di due ali, ne aveva quattro, con le normali penne primarie sulle punte sostituite da dita e membrane simili a quelle di un chirottero. Gli artigli, almeno, sembravano normali, anche se immaginarsi alla loro mercè era abbastanza da provocarle incubi anche da sveglia. Le sue linee di matita trasmettevano potenza, ferocia, e la sfumatura dietro la creatura suggeriva una tempesta violenta invece di un brillante cielo terso.


Nonostante la calura del giorno, Helga rabbrividì. Quella doveva essere per forza una visione. Non avrebbe mai potuto pensare di disegnare qualcosa di tanto spaventoso di sua spontanea volontà. Doveva farlo vedere a Iver, l’augure ranide del villaggio. Tranne che… forse perché lei non aveva mai completato il suo addestramento magico, lui ignorava sempre le sue visioni, riducendole a semplici sogni o fantasie. O addirittura a ricerca di attenzione, dopo la scomparsa dei nonni di lei.


Questa volta sarebbe stato diverso. Doveva esserlo. Se lei aveva veramente avuto la visione di una Bestia della Calamità, il suo villaggio avrebbe potuto essere in grave pericolo.


Helga infilò il suo diario nella borsa e si diresse a casa di Iver. La sua vicina Annik, mentre stava spazzando il portico, disse che Iver era andato a ritirare dei vestiti da un topinide nei campi esterni che li aveva riparati per lui. Helga continuò a camminare lungo l’unica strada principale che passava per il villaggio vero e proprio, che conduceva i pochi viaggiatori provenienti da Pratofieno a sud direttamente verso Bordorugiada, Vallementa e altri luoghi a nord. Camminò oltre topinidi che ricoprivano il tetto di una casa in legno stagionato con dei petali di ninfea, oltre leporidi che dissotterravano dei polposi ravanelli rossi con foglie verde brillante, oltre un ritrovo di anziani che sorseggiavano tè d’artemisia all’ombra di una macchia di rigogliosa monarda che sarebbe fiorita all’arrivo dell’estate. Lei prese in considerazione l’idea di fermarsi e chiedere loro da bere ma decise che sarebbe stato meglio finire la commissione prima di avere la possibilità di auto-convincersi a non farla.


Fortunatamente, a Helga venne risparmiato il disturbo di agitarsi ulteriormente alla vista di Iver che passeggiava tranquillamente verso la direzione di lei, con un largo cappello di foglia di ninfea che gli faceva ombra sugli occhi. Lei gli avrebbe mostrato il disegno, avrebbe ascoltato ciò che lui aveva da dire e poi sarebbe tornata a… Cosa? Si sarebbe inventata qualcosa. La casa dei suoi nonni, ora diventata sua, aveva indubbiamente bisogno di una pulita. Ben presto sarebbe stata ora di pranzo, poi la cena, un infinito susseguirsi di pasti e giornate che si estendevano nel futuro.


Nerys aveva ragione: contemplare queste cose non aiutava nessuno, men che tutti sé stessa.


Per i campi riecheggiò un forte suono metallico. Helga si voltò verso la fonte del rumore: un topinide in cima ad una torre di guardia che scuoteva freneticamente la campana d’allarme del villaggio. Ma perché? Lei si girò, seguendo la direzione del suo sguardo verso il cielo.


Molto in alto, un’immensa ombra planò in cerchio con un inquietante silenzio. La creatura era enorme, con l’apertura alare larga quanto i rami di un albero di quercia. Il blu scuro e il viola sul suo ventre, petto ed ali si trasformavano in penne primarie e caudali a strisce nere. Una magia turchese permeava la sua bellissima e terribile forma, illuminava i suoi occhi e il becco dall’interno cavo del suo volto, delineava i suoi letali artigli. Una notte vellutata la seguiva in scia, e tagliava il vivido azzurro come una forbice sul tessuto, per rivelare al di sotto un’oscurità cosparsa di stelle.


Maha. Il Gufo della Notte.


Maha, Ali del Crepuscolo | Alessandra Pisano
Maha, Ali del Crepuscolo | Alessandra Pisano

Senza preavviso, scese in picchiata con un turbinio d’ali, sfiorando le coltivazioni dei campi prima di tornare nuovamente in alto, creando una scia di crepuscolo. Intorno a Helga, gli animalidi stridevano o gracidavano spaventati. Alcuni si accasciarono a terra, rannicchiandosi, mentre altri si bloccarono sul posto, sperando di non attirare l’attenzione della Bestia della Calamità. Altri ancora corsero per trovare riparo nelle case o nelle tane vicine, oppure verso la copertura di qualsiasi pianta alta che potesse nasconderli.


Helga fuggì tornando indietro sulla strada sterrata, verso lo stagno, attraverso chiazze alternate di giorno e notte, sole e imbrunire. Il gufo la affiancò sulla sinistra, demolendo la casa dei topinidi e il suo tetto mezzo costruito, spargendo ovunque schegge di legno e brandelli di fiori bianchi. Lei virò per allontanarsi e qualcuno si scontrò contro di lei, per poi riprendere l’equilibrio e scattare oltre. Man mano che più gente si rendeva conto del pericolo aereo, il manipolo di abitanti spaventati divenne una corsa frenetica.


Un’altra picchiata, e un altro edificio in frantumi. I movimenti della bestia erano completamente silenti, e il suo passaggio era segnato solo dalla distruzione risultante e dalle fredde raffiche delle sue ali. Il cuore di Helga cercò di saltarle fuori dal petto, ma lei si costrinse a non seguirlo per paura di essere afferrata a mezz’aria.


Le scintille di un fuoco da campo si unirono alla pioggia di detriti, e ben presto fumo e fiamme aumentarono il caos e la confusione. Gli attacchi del gufo direzionavano Helga e gli altri animalidi prima in una direzione, poi in un’altra, finché lei non si ritrovò completamente disorientata e incerta su dove fosse finita. Si rese conto di essere tornata nei campi, persa in un labirinto di cavoli a correre a perdifiato nonostante il dolore al petto e alle gambe. Il mondo divenne uno sconcertante mosaico composto da frammenti di luce diurna incastonati nelle crescenti tenebre, come se il tempo stesso si fosse frantumato e non potesse essere riparato.


Il terreno franò sotto di lei quando Helga scivolò oltre il bordo di un argine fangoso. Continuò a ruzzolare in basso fino ad atterrare nel Ruscello Stagno, il rigagnolo d’acqua che alimentava lo stagno più grande che si trovava oltre. Rimase distesa sul fianco nella morbida fanghiglia per una decina di stremati battiti cardiaci e relativi faticosi respiri, stordita e frastornata.


Rotolò lentamente sulla schiena. Il cielo era caduto sotto la totale oscurità, senza luna e cosparso di stelle sconosciute. Anche le calde fragranze della mattinata avevano lasciato il posto ai pungenti aromi della flora quiescente. Lei alzò lo sguardo come se fosse un chirottero esperto delle pratiche necessarie per leggere i movimenti dei corpi celesti, per comprendere con la divinazione che cosa avrebbe dovuto fare ora.


Helga si costrinse a sedersi, poi ad accovacciarsi. I suoni del caos e della distruzione erano ovattati a causa della distanza ma, nonostante ciò, continuavano. Avrebbe potuto seguire il letto del ruscello fino allo stagno, sperando di trovare un posto sicuro insieme ad altri abitanti del villaggio nelle profondità delle acque e aspettare che il Gufo della Notte terminasse il suo assalto.


Oppure avrebbe potuto dirigersi nella direzione opposta, verso il villaggio più vicino. Avvertirli dell’attacco della Bestia della Calamità, magari perfino tornare con dei soccorsi. Rivastagno avrebbe dovuto essere ripulito dal disastro provocato, ricostruito, poi gli animali… No, non avrebbe pensato al peggio, alle cose difficili che sarebbe stato necessario fare dopo una tale tragedia. Concentrazione sul problema imminente, poi sul prossimo passo, non su quelli che sarebbero seguiti successivamente.


La gola di lei si strinse. Cos’avrebbe detto Nerys, a sentire Helga vivere finalmente nel presente in quel modo? Probabilmente nulla: giusto un arricciamento del naso e uno scuotimento di testa.


Datti una mossa, si disse Helga. Non startene ferma ad aspettare che la vita faccia il suo corso come fai sempre. Muoviti.


Afflitta e malconcia, Helga strinse la borsa che conteneva il suo diario e camminò seguendo il letto del ruscello verso una lontana promessa di luce solare.



Mabel


I topini combinaguai ne stavano facendo un’altra delle loro.


Mabel era in piedi fuori dalla porta circolare di casa sua a mescolare una ciotola di pastella mentre osservava i suoi cari e adorati figli ostinatamente indipendenti appollaiati uno sulle spalle dell’altro, ad ondeggiare precariamente. Rosalyn, la più grande sia di età che di corporatura, era la base, con Foggy sopra di lei e Pip sopra di lui. I piedi scivolavano, le code si attorcigliavano attorno al viso e al collo e ogni nuova offesa che si lanciavano contro era inframmezzata da squittii acuti.


Erano impilati davanti alla finestra del salotto, cercando di appendere lo striscione che avevano passato ore a dipingere meticolosamente. C’era scritto “BUON COMPLEANNO MABEL”… bè, tecnicamente c’era scritto “BUON COMPLEANNO MAMMA MABEL” con una croce sopra la parola “MAMMA”. Clem, loro padre, aveva fatto gentilmente notare che Mabel non era la madre di tutti, proprio come lui non era il papà di tutti, e quindi gli altri abitanti non avevano il privilegio di riferirsi a lei con altri titoli oltre al suo nome. Lui inframmezzò questa gentile correzione con dei baci per tutti, compresa la sua divertita moglie, che aveva i propri privilegi del caso; privilegi che avevano portato a tre figli e a un generale appagamento.


Il suo compleanno era stato veramente bellissimo fino ad ora. Soleggiato ma non troppo caldo, con una leggera brezza che le arruffava la sua pelliccia marrone, piacevole come non mai durante la primavera inoltrata di Buoncolle. Le margherite e i millefogli erano fioriti in alto con graziosi mazzetti bianchi e gialli, le api ronzavano con impegno tra le loro coppe di nettare e… oh, no. Oliver, il sindaco, stava avanzando lentamente dritto verso di lei. Le sue orecchie si muovevano costantemente mentre cercava di origliare ogni conversazione che gli capitava a tiro, e si fermava a chiacchierare con qualsiasi suo vicino intento a uscire dalla propria casa di erba intrecciata, a prepararsi per la festa o a prendere il tè del pomeriggio.


Mabel cercò la paffuta figura grigia di Clem ma, ahimè, il suo amato doveva essere ancora fuori a cercare di scambiare la marmellata di sambuco di cui aveva bisogno per finire un’infornata dei suoi famosi biscotti. Sospirando, lei indossò l’armatura di un sorriso e si rassegnò a una battaglia di convenevoli cortesemente invadenti e curiosaggine non maliziosa.


“Mabel!” disse Oliver ad alta voce, con un saluto della mano. Era basso, cosa normale per i leporidi del posto, con una pelliccia marroncino cannella e un panciotto imbottito dalle vivaci tonalità di verde e giallo. “Il migliore dei compleanni a te, mia cara. Sei bella come in un ritratto.”


Era bella come una madre stanca con un grembiule pieno di farina e sporco di marmellata. “Grazie, Oliver” rispose Mabel. “Sei troppo gentile.” Nella mente di lei, avevano appena incrociato le spade.


Lo sguardo di lui si posò sulla ciotola che lei stava mescolando. “E quali deliziosi delizie avete preparato tu e il tuo incredibilmente talentuoso fornaio di un marito per la tua festa di stasera?”


Se lei avesse continuato a parlare per abbastanza tempo, forse lui non avrebbe avuto l’occasione di coglierla di sorpresa con qualsiasi cosa volesse veramente. Lei aveva la sensazione di sapere cosa fosse.


“Questa sarà una torta alle fragole” disse Mabel con gioia, con un occhio sempre puntato sui suoi figli, che avevano fatto cadere lo striscione e stavano tentando di recuperarlo mentre erano ancora uno sopra l’altro. “Le prime fragole della stagione sono mature ora, e sai bene che una fragola darà da mangiare a mezzo villaggio. Clem sta facendo i biscotti all’impronta con la marmellata di sambuco per accompagnare le crostatine, i muffin e il crumble di fragola, e abbiamo già glassato la torta di carote. Brynn sta portando le sue focaccine alle ghiande, Niall ci ha promesso un’insalata verde di denti di leone e rape, Vann sta facendo la sua bevanda frizzante alla camomilla e-“


“Sarà un grande banchetto!” esclamò Oliver. “E una piacevole opportunità per così tanti di noi di riunirsi a festeggiare.”


Un’abile parata. Foggy stava mettendo il suo piede nell’orecchio di Rosalyn, mossa che tollerò con una smorfia. Pip, però, poi mise la punta della sua coda nell’occhio di Foggy, costandogli una rumorosa lamentela. Mabel smise di mescolare, che fu una cosa positiva, perché altrimenti la torta sarebbe stata densa e gommosa se avesse continuato ancora per un po’.


“Sai, Mabel” disse Oliver, sporgendosi più vicino e parlando con uno dei suoi sussurri, udibile anche dagli avianidi tra le nuvole. “Silver il bardo ha detto che ha intenzione di condividere la sua storia dell’Ordine dell’Agrifoglio, visto che è una delle preferite da queste parti. E, naturalmente, visto che è il tuo compleanno, dati i tuoi trascorsi. Forse questa potrebbe essere un’occasione adatta per mostrare quella vecchia reliquia che hai relegato nella tua soffitta, come dimostrazione storica, per così dire?”


Mabel non avrebbe fatto nulla del genere. Lei aveva già preparato la sua parata con contrattacco. “Non potrei mai portare via l’attenzione dalla performance di Silver. Poverino, immaginami a interrompere una storia perfettamente piacevole per sventolare in giro un cimelio di famiglia.”


“Potresti, ehm, aspettare che finisca?” Oliver si arrischiò, con le orecchie allargate e inclinate leggermente indietro.


“Ma poi tutti i suoi sforzi andrebbero al vento, o sbaglio? Invece di tutti che si complimentano per il suo bel lavoro, aspetterebbero me, e sarebbe semplicemente troppo da maleducati, compleanno o meno.” Mabel scosse la testa come se fosse desolata. “No, meglio lasciarlo al suo posto in soffitta e lasciare che Silver abbia il suo momento. Insieme alla torta di fragole, ovviamente.” Era tanto sperare di averlo disarmato con quest’ultima?


“Capisco il tuo punto di vista” disse Oliver, sbattendo a terra un piede per far capire che non aveva accettato la sconfitta. “Ma hai considerato che Silver stesso potrebbe essere interessato a vedere la reliquia, hm?”


Tutt’altro che disarmato… anzi, riprese il suo assalto. Iris, la madre di Mabel, in tutte le stagioni che era stata a guardia dell’artefatto, non l’aveva mai esposto per farlo guardare con invidia dai suoi vicini come fosse stato un nuovo berretto o una bella cintura. Se lei fosse ancora al villaggio, Oliver non avrebbe mai osato fare la sua richiesta, perché Iris l’avrebbe preso a male parole fino ad assordarlo ed essere costretto a squagliarsela. Oppure suo padre Elis avrebbe elaborato un rifiuto tanto eloquente che Oliver non si sarebbe reso conto di essere stato respinto fino al ritorno nella sua tana.


Purtroppo i genitori di Mabel si erano presi una meritata vacanza nella campagna del nord, e quindi Mabel era rimasta a difendersi da sola. Loro le mancavano, non solo perché avrebbe dovuto gestire Oliver, ma perché era il suo compleanno, e sarebbe stata solo la seconda volta in vita sua che si ritrovavano separati per l’occasione. Ci sarebbero stati altri compleanni, aveva detto loro, ed era vero, ma comunque…


Oliver stava preparando un’altra raffica di proteste quando la piccola torre di topini iniziò ad ondeggiare pericolosamente. Mabel sbolognò la sua ciotola a Oliver e balzò oltre di lui. Con una zampa si lanciò Pip su una spalla, mentre con l’altra strinse Foggy al petto. Rosalyn cadde sul sedere, con la coda incurvata lungo la schiena. Lo striscione si appoggiò a terra in un mucchio di tessuto, con le lettere visibili che ora proclamavano un “BUO LEAN BEL” a tutti quanti.


“L’hai fatto cadere di nuovo!” gridò Foggy, agitandosi nel braccio di Mabel per lanciare un’occhiataccia in alto verso suo fratello.


“Tu me l’hai fatto cadere!” rispose Pip, aggrappandosi all’orecchio sinistro di Mabel e ad una metà del suo viso.


“Non è vero!”


“Invece sì!”


Rosalyn si limitò a sospirare, alzarsi in piedi e sbattere via la terra dal retro dei suoi pantaloni.


“Allora, cos’è tutto questo baccano?” chiese Clem, con le braccia cariche di vivande e gli occhi luminosi di divertimento. Avrebbe potuto dare un bacio sulla guancia a Mabel, ma in quel momento era occupata da un bimbo imbronciato.


“Mamma mi ha salvato!” proclamò Pip nella sua dolce voce acuta. “Foggy mi ha fatto cadere lo striscione-“


“Non è vero!”


“-e poi ha quasi fatto cadere me-“


“Ma non è vero!”


“-però Mamma ci ha presi entrambi al volo e ora siamo salvi e lei è un’eroina!”


Mabel si scambiò con Clem uno sguardo che faceva capire che entrambi stessero trattenendo le risate.


“Lei è sempre stata la mia eroina” disse fedelmente Clem. “Ora però, chi di voi eroi in erba mi aiuta a infornare qualche biscotto?”


Aver nominato i biscotti catturò la loro attenzione, ma esitarono. “Dobbiamo finire di appendere lo striscione” si lamentò Foggy.


“E se lo facessimo io e Rosalyn mentre voi vi date una lavata?” suggerì Clem. “Prima però devo portare tutto questo dentro. Oh, ciao Oliver. Non ti avevo visto. Non posso fermarmi. C’è molto da fare prima che inizi la festa. Mabel?”


Rosalyn estrasse il barattolo di marmellata di sambuco da sotto il braccio di Clem, mentre Foggy e Pip litigavano su chi avrebbe portato lo zucchero e chi i petali di primula. Clem tenne il sacco di farina di ghiande, che era troppo pesante per i bambini. Oliver osservò tutto quanto, improvvisamente disorientato finché Mabel non si riprese la sua ciotola per mescolare.


“Non vogliamo trattenerti” disse Mabel. “Sono sicura che devi fare altri giri, per assicurarti che Buoncolle sia in ottime condizioni come al solito.”


“Sì, certamente” disse Oliver, con le orecchie che ripresero la loro normale posizione rivolta verso l’esterno. Se lui avesse notato che lei aveva evitato ulteriori domande riguardo il suo cimelio di famiglia, non lo diede a vedere. Per ora il duello era terminato.


Mabel si stava per chiudere la porta alle spalle, quando il suono di passi rapidi e un respiro affannato che si avvicinava dalla strada la fece esitare. Jenefer, una delle donnolidi del posto, corse verso Oliver e gesticolò verso la direzione da cui proveniva.


“Oliver, questa devi vederla” disse Jenefer. “Lowenna è di vedetta, dice che…” Prese un profondo respiro. “C’è un’estranea nel Ruscello Stagno, e non sembra stare affatto bene.”


Mabel appoggiò la sua ciotola di pastella sul tavolo del corridoio d’ingresso, poi afferrò il suo stocco rinfoderato dalla parete.


“Clem!” disse lei ad alta voce. “Problemi al ruscello. Torno tra un attimo.”


“Stai attenta!” rispose Clem. “Io bado ai piccoli.”


Oliver e Jenefer erano già partiti, ma Mabel li raggiunse velocemente, correndo oltre i tetti di petali bianchi e le pareti di erba intrecciata inframmezzate dalle più grandi tane di argilla dipinta che preferivano le famiglie leporidi, compresa la mugnaia con il suo alto mulino. Lungo la strada acciottolata erano allineati dei contenitori di vetro colorato, in attesa di raccogliere l’acqua piovana della prossima tempesta primaverile che sarebbe dovuta passare di lì a qualche giorno, ormai. Giardini curati fiorivano di digitali, borragini, alissi odorosi… e, ovviamente, gigli della valle. A torreggiare sopra ogni cosa c’erano le case in legno dei chirotteri, che si trovavano in cima ad alti pali con le finestre chiuse, visto che i loro abitanti dormivano fino al tramonto.


Spettatori curiosi smisero di fare le loro faccende, come spingere carriole o trasportare sacche di verdura, oppure fecero spuntare fuori la testa dalle finestre o si spostarono fuori dalle loro confortevoli abitazioni, chiedendo a Oliver cosa stesse succedendo. Mabel non prestò loro attenzione, concentrandosi nel raggiungere il ruscello quanto più velocemente le sue piccole gambe riuscissero a muoverla.


Una folla in aumento si radunò attorno ad una giovane ranide collassata tra due case in riva all’acqua. La poverina era ricoperta di fango e chiaramente esausta, con la sua pallida pelle verde tendente al grigio e gli occhi chiusi.


“Lasciatele spazio” ordinò Mabel. I cittadini radunati obbedirono, facendo qualche passo indietro.


“Spazio, esatto” ripeté Oliver, affannandosi per andare al fianco di lei.


Mabel appoggiò attentamente una zampa sulla testa della ranide e le palpebre inferiori di lei si aprirono, mostrando solo sottili mezzelune ambrate sotto le sue scure pupille.


“Aiuto… vi prego…” gracidò lei.


“Aiuto per cosa, amica mia?” chiese Mabel. “Cosa ti è successo?”


“Attacco… Bestia… Calamità…” Le palpebre della ranide si chiusero di nuovo e smise di muoversi. Svenuta.


“Ha detto Bestia della Calamità?” squittì qualcuno alle spalle di Mabel.


I mormorii si alzarono dalla folla come una brusca brezza su un campo di rape. Si sarebbe presto sparsa la voce in tutto Buoncolle, e la sua entità sarebbe indubbiamente cresciuta.


“Tu e tu” disse Mabel, indicando. “Andate a chiamare Delen e aiutate a portare una barella per trasportare lei.” La guaritrice era sicuramente nel bel mezzo del suo pisolino pomeridiano e non avrebbe apprezzato l’interruzione, ma il dovere chiama.


“Trasportarla dove?” chiese Oliver.


“Può stare da me per adesso” rispose Mabel. “La terrò al sicuro.” E avrebbe ascoltato la storia della poveretta non appena si fosse svegliata.


Da dov’è arrivata la ranide? A quale terribile destino potrebbe essere a malapena sfuggita, salvandosi la vita? Mabel osservò in lontananza il percorso sinuoso del ruscello, mappando mentalmente i villaggi che si trovavano in quella direzione. Poi alzò gli occhi verso l’orizzonte e il cielo pomeridiano punteggiato da sottili nuvole, alla ricerca di un qualsiasi segno che indicasse che una Bestia della Calamità potesse indirizzare il suo selvaggio potere distruttivo verso Buoncolle.


Delen riuscì ad arrivare, e Oliver era molto preoccupato quando Mabel aiutò a caricare la ranide sulla barella. Fece strada verso casa sua, pensando a cos’avrebbe detto a Clem e i bambini mentre stringeva saldamente il suo stocco con una mano.


Qualsiasi altra cosa succeda, pensò tristemente Mabel, la mia festa di compleanno dovrà aspettare.



Ral


Da quando era tornato su Ravnica da Crocevia Tonante, nella mente di Ral compariva casualmente un singolo pensiero, come una tempesta a ciel sereno, durante le riunioni di gilda, mentre faceva il bagno e ogni volta che la sua attenzione divagava:


Beleren è vivo, e io lo ucciderò.


Assumendo che quel dannato mago potesse essere ucciso. Ma dopo quasi due anni di convinzione della sua morte, perduto a causa dell’invasione di Phyrexia, scoprire che invece si era travestito come il terribile Ashiok così che potesse rubare una specie di strano animale? Insomma.


“Io lo ucciderò” mormorò Ral, con le mani intrecciate dietro la testa mentre fissava il soffitto della sua camera da letto.


“Ucciderai chi?” chiese Tomik, con la voce pesante per il sonno.


“Beleren.”


Tomik alzò la testa dal cuscino per guardare spaesato Ral. Era adorabile senza i suoi occhiali e con i capelli castani in disordine. “Pensavo che lo volessi trovare.”


“Esatto. Così da poterlo uccidere.”


Tomik si accasciò nuovamente. “Non lo ucciderai. È tuo amico.”


Lo era davvero? Che razza di amico combatteva e fuggiva senza spiegazioni?


“Vuoi sapere perché ha fatto ciò che ha fatto” disse Tomik, come se stesse leggendo la mente di Ral. “Non lo saprai mai se lo uccidi.”


“Smettila di essere ragionevole.” Ral diede un bacio sulla bocca di suo marito per farlo stare zitto.


Non funzionò. “Qual è il tuo piano?”


Ral accarezzò il sopracciglio di Tomik con un dito. “Ho provato a compiere un viaggio planare verso di lui. Sono finito su una spiaggia su Ixalan. Ma conosco qualcuno che potrebbe riuscire a rintracciarlo.”


Gli occhi di Tomik analizzavano la stanza scura mentre pensava. “E lei ti aiuterà?”


Ral adorava avere un marito brillante che non aveva bisogno che gli venisse spiegata ogni cosa. “Non vedo perché no. Ci ha già aiutati in passato.”


“Quando parti?”


“Domani.”


“Se parti domani…” Tomik non finì la frase mentre le sue mani volevano iniziare un altro discorso.


Sì, suo marito era decisamente brillante. E Ral non si sarebbe mai accontentato di nulla di meno.



“Non posso aiutarti.”


Lei era in piedi su un ponte all’interno di un giardino ben curato, con i capelli bianchi che sfioravano la sua armatura dorata e il volto nascosto dal suo ampio copricapo. Una brezza scosse i rami di un albero vicino, facendo volteggiare una pioggia di petali di fiori nell’aria baciata dal sole.


“Non puoi, o non vuoi?” chiese Ral.


“Non posso più viaggiare tra i piani. La mia scintilla è sparita.”


Ral digrignò i denti per la frustrazione. “Non riesci proprio a percepire la Cieca Eternità?”


“No.” La sua mano si mosse veloce come una frusta per afferrare un petalo al volo. “Sono finalmente in pace.”


“Dannazione. Dev’esserci un modo.”


“I Planeswalker lasciano delle scie d’etere che possono essere seguite. Molti di voi lo fanno intuitivamente.”


“E tu?”


Lei lasciò andare il petalo, che roteò pigramente verso un mucchio di sabbia rastrellata. “Un tempo io percepivo queste scie, fino alle scintille che si trovavano alla loro fine.”


“Le percepivi in che modo?”


Lei sospirò. “Come posso descrivere un gusto ad un uomo senza lingua? Torna nell’ultimo luogo in cui l’hai visto e apri la tua anima.”


“Perfetto. Grazie tante.” Ral sapeva che non si era meritata il suo sarcasmo, ma lui era troppo arrabbiato per evitarlo. Eseguì un viaggio planare in una pioggia di scintille, lasciando la Viandante al giardino del suo palazzo.



Il luogo a Crocevia Tonante dove aveva visto per l’ultima volta Beleren era vuoto come lo aveva lasciato Ral. Più vuoto, addirittura: il caveau era sparito, lasciando solamente le rovine di Dannazione. Nessun indizio, niente. Cos’aveva detto la Viandante? Di aprire la sua anima? Ridicolo. Ma non aveva altre opzioni.


“Va bene, anima” mormorò Ral. “Al lavoro.”


Chiuse gli occhi e ascoltò. Silenzio. Annusò l’aria. Polvere e metallo. Fantasticò di rovinare ulteriormente quelle rovine con un fulmine, attingendo istintivamente al tempo atmosferico con la sua magia. Forse una bella tempesta lo avrebbe tirato su di morale.


Aspetta. Il suo potere sfiorò qualcosa. Un pizzico di verde. Sembrava imbrattato, come una parola parzialmente cancellata sulla carta. Beleren è riuscito in qualche modo a cancellare il ricordo della sua scia d’etere? Quel piccolo infido…


Ral si concentrò su quella traccia con ogni parte di sé stesso. Quella sensazione verdeggiante sbocciò come un fiore. Chiudendo gli occhi, la seguì nella Cieca Eternità…


E si ritrovò in un campo, circondato da denti di leone. Erano i più alti che avesse mai visto. Così come l’erba e gli alberi in lontananza. Che piano era quello? Dov’era Beleren?


Si passò una mano sul volto per il disgusto, poi si bloccò. Cos’era successo al suo viso? Erano baffi quelli? Era ricoperto di pelo? E quella era… una coda?


“Io lo ucciderò!” gridò Ral, con gli occhi che gli si riempirono di elettricità mentre scuoteva la sua zampa verso il cielo.




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