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Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 2: Non Separare il Gruppo



Sembrava che il corridoio non venisse pulito da anni, con ogni angolo soffocato dalle ragnatele e la sbiadita carta da parati macchiata di sporcizia. Ogni passo sollevava una nuvoletta di polvere dal tappeto rovinato, man mano che la squadra di salvataggio ci camminava sopra, muovendosi con attenta precisione tattica. Kaito guidava il gruppo, con la Viandante subito dietro. Entrambi avevano estratto le spade ed erano pronti ad usarle, con gli occhi che scandagliavano quel luogo in cerca di segni che conducessero a Nashi. Zimone li seguiva, con i propri occhi fissi su uno dei rilevatori di Niv-Mizzet, che lei stringeva con entrambe le mani come una sorta di strana e tecnologica copertina portafortuna. Tyvar e Niko terminavano la fila, entrambi pronti nel caso in cui qualcosa volesse assalirli di sorpresa.


Himoto produsse un suono cinguettante e si girò sulla spalla di Kaito, guardando dietro di loro, da dove erano arrivati. Il resto del gruppo si fermò per vedere cosa stesse guardando… tutti tranne Zimone, che continuò a camminare in avanti con i suoi occhi fissi sullo schermo, fermandosi quando urtò la Viandante.


“Eh?” chiese lei, alzando lo sguardo e sbattendo le palpebre come un gufo.


“La porta è sparita” disse Kaito.


“È ridicolo. Le porte sono strutture statiche, non possono semplicemente-“ Zimone si voltò e fece una pausa. “La porta è sparita.”


“Procediamo con attenzione d’ora in poi, amici” disse Tyvar. “I predatori che si nascondono per cacciare sono più pericolosi di quelli che ti affrontano direttamente.”


Continuarono a camminare lungo il corridoio, avanzando con ancora più attenzione rispetto a prima. Il passaggio si aprì in una specie di salotto, con la carta da parati sbiadita che lasciò spazio ad un finto velluto scrostato tappezzato da un motivo di falene verdi e grigie dalle ali spiegate su uno sfondo rosa pallido. Ogni falena aveva diversi ocelli sulle proprie ali, creando l’inquietante sensazione di essere osservati. Da lì si diramavano altri corridoi, con aperture che decoravano ogni parete, e dei quadrati più chiari sui muri mostravano i punti in cui dei quadri erano caduti o erano stati rimossi.


Zimone aggrottò la fronte, passando lo sguardo dal suo rilevatore alla stanza e viceversa. “Uno dei droni di Nashi continuò a trasmettere per tutto il tempo fino alla fine del corridoio” disse lei. “Questa non è la stessa stanza che aveva registrato. Com’è possibile…?”


“I labirinti più pericolosi possono cambiare disposizione da soli quando rimangono abbandonati a sé stessi” disse Niko. “Nulla vieta che una cosa del genere sia esclusiva di Theros.”


Kaito annuì. “Non sappiamo se riesca a muoversi solo quando nessuno sta guardando. Rimaniamo in gruppo e vicini. Assicuratevi che qualcuno possa vedervi continuamente, capito?”


“Sì” disse Niko.


Himoto cinguettò.


Rimanendo vicini e non dando mai le spalle a nessuno, il gruppo iniziò ad esplorare la stanza, cercando un segno che indicasse che Nashi era stato lì… o che qualcuno era stato lì, a dirla tutta.


Kaito si spostò al centro della stanza, prendendo un profondo respiro. “Mi hai sott’occhio?” chiese alla Viandante. Quando lei annuì, lui chiuse gli occhi.


Il suo addestramento lo portò ad imparare molto più di quanto pensasse possibile riguardo il movimento dell’aria. Mano Lesta continuava ad insistere che comprendere lo spazio avrebbe permesso a quello spazio di venire sfruttato più facilmente secondo i bisogni di un guerriero. Sotto la sua guida, Kaito aveva imparato come entrare in una stanza e percepire grazie al modo in cui l’aria si muoveva sulla sua pelle se lui fosse stato il primo a smuoverla di recente, o se fosse entrato subito dopo qualcuno che era sgusciato via da un’altra porta.


Quella stanza era come la sala centrale dell’accademia, con l’aria talmente disturbata e distorta da muoversi in ogni direzione contemporaneamente, mai stabile, mai ferma. Kaito aggrottò la fronte e aprì gli occhi, trovando la Viandante che lo osservava con attenzione, a non più di un metro di distanza.


“Non so se Nashi è stato qui di recente, ma qualcuno decisamente sì” disse lui. “L’aria è troppo agitata.”


“L’aria…?” chiese Niko.


Zimone, nel frattempo, annuì con entusiasmo. “È un fenomeno ben documentato. Non ti è mai capitato di entrare in una stanza con la certezza di non aver incrociato qualcuno per un pelo?”


Niko annuì con riluttanza. “Sì.”


“E solitamente quella sensazione non si è sempre rivelata corretta? Bè, questo perché il tuo istinto è codificato alla presenza del pericolo su un livello normalmente inaccessibile alla mente cosciente. Può dirti se l’aria è stata smossa di recente dal modo in cui essa colpisce la tua pelle. Alcune persone riescono ad imparare a leggere quella sensazione sul livello cosciente. Ma è molto atipico. Ci vuole moltissimo allenamento.”


“È proprio il nostro Kaito”, disse Tyvar con allegria. “Maestro del sotterfugio.”


“Ricordami perché tu mi stai simpatico?”


“Perché i nostri nemici sono talmente preoccupati dalla mia arguzia che rende il tuo lavoro molto più facile” disse Tyvar.


Zimone lo guardò spaesata, sbattendo le palpebre.


“È più astuto di quanto non sembri” disse Kaito. “Non è decisamente discreto, però.”


“Quindi qualcuno è appena stato qui” disse Niko. “Proviamo a seguirlo?”


“Potrebbe non essere saggio” disse la Viandante, raccogliendo una cornice che era stata incastrata dietro svariate caraffe di ceramica vuote. Il quadro che conteneva sembra più stampato che dipinto, e mostrava una famiglia di tre persone composta da uomo, donna e figlia adolescente, tutti rivolti verso il pittore originale. I volti degli adulti erano stati raschiati via, ridotti a croste bianche sulla carta, mentre la figlia continuava a sorridere serenamente alle persone nella stanza. Con cautela, la Viandante mise nuovamente il quadro sulla mensola.


“Non so se vogliamo trovare le persone che vivono qui” disse Zimone.


Niko fece un passo in avanti. “Quando ci esercitavamo nei labirinti su Theros, eseguivamo le ricerche seguendo uno schema che ci aiutasse ad essere sicuri di non perderci nulla. Prendiamo la strada sulla destra e continuiamo ad andare verso destra fintanto che non ci ritroveremo dove abbiamo iniziato. In questo modo non ci perderemo e sapremo dove non abbiamo ancora cercato.”


“Non vogliamo trovare gli abitanti di qui, ma vogliamo assolutamente trovare Nashi” disse Kaito.


“E vogliamo ottenere quanti più dati possibili per la squadra di ricerca” disse Zimone, puntando il suo rilevatore verso il quadro. Emise un bip, registrando evidentemente qualcosa, e lei annuì con soddisfazione. “La strada sulla destra? Questa tattica coincide con semplice logica dei frattali.”


“Felice di avere la tua approvazione” disse Niko, poi indicò la porta alla sua destra. “Da questa parte.”


Iniziò a camminare. Il resto del gruppo seguì Niko, con Kaito che si sentiva teso nell’attesa che la Casa si modificasse di nuovo, ancora turbato dalla sensazione dell’aria contro la sua pelle. Non aveva percepito la stanza come vuota quando ci entrarono, e nemmeno ora la percepiva vuota. Tutto il suo addestramento gli stava dicendo che aveva un nemico alle proprie spalle.


Nonostante tutto, continuò a camminare.



Seguire il percorso di Niko attraverso la Casa li condusse per un’accozzaglia di stanze senza un senso logico, che si collegavano tra loro senza armonia né funzione, tra cucine che portavano a camere da letto e camere da letto che portavano a verande. Una stanza riecheggiante sembrava essere stata costruita per contenere una piscina da interno che era ancora semi-piena di torbida acqua scura, con la superficie ricoperta di alghe ed improbabili grosse ninfee. I loro fiori erano di un bianco sporcato di rosa, come la pelle di un marinaio annegato, e Niko rabbrividì quando li guardò, volgendo lo sguardo altrove.


Quella vista era ben lontana dai mari di Theros, scuri come il vino, ed aveva visto praticamente di tutto durante i suoi viaggi: la sua immaginazione era vasta.


Vasta quanto bastava per riuscire a contenere la prossima stanza, che si estendeva oltre una serie di alte porte di vetro con le cornici in ferro a forma di falena. Nel vasto spazio dall’altra parte, un parco divertimenti abbandonato incombeva sopra un campo frusciante di mais non raccolto, con pesanti pannocchie che pendevano dai loro gambi e marcivano dov’erano cadute. Il parco divertimenti non assomigliava granché ai giochi itineranti di Theros, ma le somiglianze erano sufficienti da dare un senso a tutte quelle tende e grezze costruzioni di legno e acciaio. In quel luogo nulla si muoveva eccetto il vento.


“Abbiamo trovato un’uscita” disse Kaito, iniziando ad avanzare. Zimone gli prese il braccio. Lui si fermò per guardarla, poi lei indicò in alto, verso il cielo buio.


“Guarda” disse lei, evocando una piccola equazione frattale: matematica manifestata e resa magica. L’entità fece un salto dalla mano di lei, emanando una luce blu e verde mentre rimaneva sospesa nell’aria pochi metri sopra le loro teste.


La luce che diffondeva non era molta, ma veniva riflessa da dei lontani pannelli di vetro, rendendo palese che perfino quel luogo impossibile faceva parte della Casa. Il fruscio del mais improvvisamente si fece sinistro. Se erano all’interno, non poteva esserci alcuna brezza e, senza brezza, perché si stava muovendo?


“Torniamo indietro” disse la Viandante, fermamente.


“Ma-“ iniziò a dire Niko.


“Torniamo indietro” ripeté lei.


“I reali impartiscono ordini e i comuni cittadini obbediscono” disse Tyvar, in modo sufficientemente amichevole, poi il gruppo si allontanò dalle incombenti e terribili forme del parco abbandonato, tornando nella stanza con la piscina.


“Da dove vengo io, noi eleggiamo i nostri leader” mormorò Niko, e Tyvar rise.


L’acqua non sembrava meno pericolosa al loro ritorno, e neanche meno propensa a trascinare al suo interno chiunque si fosse avvicinato troppo. Rimanendo vicino alla parete, continuarono a camminare, tornando verso una porta che avrebbe dovuto condurli in una dispensa piena di vasetti mezzi vuoti e ceste di radici marce. Invece si ritrovarono ad attraversare una sala da ballo riecheggiante, con lampadari avvolti nelle ragnatele che penzolavano sopra di loro e finestre ricoperte di crepe.


“Ancora nessun segno di Nashi.” Kaito si fermò, alzando lo sguardo verso le finestre. “Forse una visuale dal tetto potrebbe essere d’aiuto.”


“No” disse la Viandante, con assoluta risolutezza. Kaito si voltò, alzando le sopracciglia. Lei scosse la testa. “Sei tu quello che ha capito che dobbiamo fare in modo di essere sempre visti da qualcun altro. Nessuno di noi riuscirebbe a seguirti.”


“Io potrei” disse Niko.


“Non mi fido del condizionale in un posto del genere” disse la Viandante.


“Non avrebbe comunque importanza” disse Zimone. Si voltarono tutti verso di lei. Aveva appeso il suo rilevatore sul fianco e tirato fuori un quaderno di carta dal gilè, con la matita che si muoveva rapida mentre scriveva i suoi calcoli. “L’architettura di questo posto non ha senso. Alcuni angoli hanno misure diverse se vengono guardati da sinistra o da destra. Se qualcuno si arrampicasse sulle finestre sopra di noi, avrebbe la stessa possibilità di sbucare in un seminterrato o in un attico… e comunque si troverebbe all’interno della Casa.”


Tyvar soffocò una risata. “È solo una casa. Quanto grande potrà mai essere?”


“Molto” disse la Viandante. Tutti insieme, rivolsero l’attenzione su di lei. Lei si appoggiò una mano sulla tempia, scuotendo la testa. “Questo posto è… Io non posso più viaggiare tra i piani, ma riesco ancora a percepirli, nello stesso modo in cui mi trascinavano per la Cieca Eternità senza il mio consenso. Questo posto è sbagliato. Sembra racchiuso, come una falena nell’ambra, e sta marcendo dall’interno. Non credo sia rimasto nulla di ciò che esisteva prima, tranne la Casa.”


“Esistono alcuni funghi che potrebbero inghiottire colline intere, se lasciati crescere indisturbati” disse Tyvar, incerto.


“Esatto, proprio così” disse la Viandante. “Sembra quasi un guscio che circonda tutto ciò che esisteva un tempo, e temo che non abbia limiti. Dovremmo tornare nel punto in cui abbiamo perso di vista la porta che conduce a Ravnica e vedere se riusciamo a trovare un modo per aprirla di nuovo.”


“La porta è sparita” disse Niko.


“Siamo piuttosto intelligenti” disse Zimone. “Collettivamente, intendo. Scommetto che possiamo trovare un modo per far tornare la porta.”


“Allora torniamo sui nostri passi” disse Kaito. “Da questa parte.”


Iniziarono a muoversi, ma avevano fatto appena qualche passo prima che qualcuno urlasse dalle profondità della Casa, oltre una delle porte a sinistra che avevano ignorato durante la loro metodica avanzata. Tyvar si mise sull’attenti come un segugio da caccia che sente il corno del cacciatore. La voce gridò di nuovo.


AIUTATEMI AIUTATEMI OH PER I SOLI AIUTATEMI!” gemeva.


Il sottile guinzaglio di Tyvar che teneva a bada i suoi desideri eroici si spezzò, e lui iniziò a correre, gridando: “Non temere! Ti porterò in salvo!”


Gli occhi di Zimone si spalancarono. Anni di esperienza con le impulsive matricole Prismari avevano affinato i suoi riflessi a puntino. Quando qualcuno si buttava in braccio al pericolo era spesso suo compito allontanarlo, così che quel qualcuno fosse ancora vivo per poter allontanare lei quando avrebbe iniziato ad avvicinarsi al pericolo in maniera più accademica. Lei corse dietro a Tyvar.


“Torna indietro!” urlò lei. “Tyvar, torna indietro! Dobbiamo stare uniti!” Qualcosa si frantumò sulla soglia vicino alla propria testa non appena la oltrepassò, dopodiché la sala da ballo scomparve, rimanendo solamente lei, Tyvar e il suono del grido.


Dall’altro lato della porta si trovava una sala vuota. Non c’era nessuno lì. Nessuno in pericolo, nessuno che urlava. Soltanto Tyvar che, confuso, aveva rallentato dopo aver notato la mancanza di qualcuno che aveva bisogno di essere salvato. Zimone lo raggiunse, appoggiando una mano sul suo gomito.


“Dobbiamo tornare indietro” disse lei.


“Ma io ho sentito-“


“L’abbiamo sentito tutti. Penso che la Casa ci stia giocando degli scherzi.” Si guardò alle spalle, poi si bloccò, impallidendo. “Oppure ci ha sentiti dire che non volevamo separare il gruppo e ha pensato che ci avrebbe reso la scelta più semplice.”


“Le case non pensano” disse Tyvar, con una mezza risata mentre si voltava per seguire lo sguardo di lei.


“Sì, bè, e a quanto pare nemmeno i principi elfici, vista la situazione in cui ci troviamo” disse Zimone.


Dietro di loro, dove avrebbe dovuto esserci la porta che riportava alla sala da ballo, si trovava una parete tappezzata di un blu sbiavido e decorata con altre di quelle falene, costantemente presenti e sempre più di cattivo auspicio. Queste avevano delle lunghe code che cadevano dritte dalle loro ali posteriori, dando l’impressione che stessero sciogliendo la carta.


Tyvar camminò attentamente in avanti, allungando il braccio per toccare la carta da parati con la punta delle dita. Ritirò la mano non appena la toccò, facendo una smorfia. “Solido” disse lui, guardando Zimone. “Cosa facciamo adesso?”


Zimone scosse la testa. “Non lo so. Ma dovremo per forza trovare una soluzione.”



“Credevo che tu non mancassi mail il bersaglio!” disse Kaito, girandosi verso Niko, che si stava fissando le mani in preda alla confusione. “Perché il tuo frammento non l’ha fermata?”


“Io… Io non manco mai” disse Niko. “Io centro sempre il bersaglio.”


“E infatti non hai mancato” disse la Viandante. “La soglia della porta si è spostata quando Tyvar ci è passato attraverso. Non di molto, ma abbastanza da sfuggire alla tua mira. Zimone stava già correndo, quindi lei si è adattata senza pensarci. Era una trappola.”


“Come fa una casa a tendere una trappola?” chiese Kaito.


“Non lo so, ma ho il presentimento che non avremo molto tempo per capirlo.”


Kaito aveva iniziato ad inseguire Zimone non appena la ragazza aveva iniziato a correre, e ora lui si trovava qualche metro più lontano rispetto agli altri, solo in un mare di piastrelle di marmo sbiadite. Aggrottò la fronte. “Torneranno. Riusciranno a tornare indietro.”


“Sicuro?” chiese Niko.


“Mi fido di Tyvar.”


“L’uomo che si è appena lanciato verso il pericolo alla prima scusa?” Niko scosse la testa. “Una volta l’ho visto provare a fare braccio di ferro con un gigante, solo perché era convinto che ne sarebbe venuta fuori una bella storia. Potrà anche non essere un seguace di Birgi, ma non ci sono dubbi che lui sia uno dei suoi protetti. Lui mi piace, ma fidarmi? Che scelga la sicurezza sulla gloria? Non penso proprio.”


La soglia rimase vuota.


“Credo…” Kaito si morse brevemente l’interno della guancia. “Credo che dovremo andarli a cercare. Non possono essere andati molto lontano.”


“Dobbiamo rimanere uniti” disse la Viandante.


Kaito si voltò per mostrarle uno sfavillante sorriso impertinente. “Perché credi che abbia usato il plurale?”


Iniziò a camminare verso la porta.


Il pavimento su cui mise piede si aprì come la bocca di una lampreda, grande, circolare e attorniata da denti appuntiti rivolti verso il basso. Kaito cadde, riuscendo appena a conficcare la sua spada nel frammento di pavimento rimasto prima che cadesse completamente. La Viandante saltò verso di lui, gridando il suo nome mentre allungava il braccio. Lui allungò il braccio a sua volta, e le punte delle dita stavano per sfiorarsi quando il buco nel pavimento si allargò di più, facendo staccare la spada di lui, e Kaito precipitò nel buio, con gli occhi di Himoto come unica luce che segnalava la sua caduta.


Scomparire dalla Vista | Billy Christian
Scomparire dalla Vista | Billy Christian

La Viandante si irrigidì come se volesse saltare per raggiungerlo, ma si fermò quando Niko le afferrò il polso. Lei si voltò, incredula, e Niko scosse la testa.


“No” disse. “Nemmeno per Kaito. Lui è l’unico tra noi che può andarsene per conto proprio. Ha tutto sotto controllo.”


Disperata, spostò lo sguardo nuovamente verso il buco, solo per scoprire che anch’esso era sparito, sostituito dal pavimento liscio, come se non fosse mai esistito. Divincolò il braccio dalla presa di Niko e cadde in ginocchio, fissando le lisce piastrelle.


“Ma è da solo” disse lei. “È da solo in questa casa, dove tutto è sbagliato e tutto sta marcendo.”


“Allora andiamo a prenderlo” disse Niko, offrendole una mano per alzarsi.


La Viandante guardò la mano tesa per un secondo, con sguardo assente, poi la prese e si concesse di essere sollevata nuovamente in piedi.


“Allora andiamo a prendere tutti quanti” disse lei.



Tyvar martellò sul muro con entrambi i pugni, facendo un chiasso terribile e smuovendo cascate di polvere dalla cornice da soffitto che si trovava in cima alle pareti.


“Kaito! Niko! Gradevole spadaccina senza nome!” gridò. “Riuscite a sentirci?”


“Non penso che possano” disse Zimone. Aveva tirato fuori nuovamente il suo rilevatore e stava spostando lo sguardo dal muro. “Tyvar…”


“Cosa?”


“Problema.”


“Credo che ne abbiamo già più che a sufficienza” disse lui, poi si voltò.


Non si trovavano più in una sala. Era stata sostituita da un’enorme biblioteca torreggiante alta almeno tre piani, con il soffitto sopra di loro aperto in una specie di cortile centrale per mostrare i livelli superiori. Ogni strato dell’apertura era circondato da ringhiere in ferro battuto a forma di ali di falena e ramificazioni, presumibilmente per evitare che la gente cadesse verso la morte. Lungo le pareti erano allineati degli scaffali, ciascuno che soffriva sotto il peso dei libri impolverati stipati all’interno per occupare tutto lo spazio possibile.


“Cambia quando nessuno sta guardando” disse lui.


“Sovrapposizione quantistica” rispose lei. Allo sguardo perso di Tyvar, lei spiegò: “È l’effetto osservatore. È valido in fisica. E anche in alcune forme di magia. Alcune interpretazioni della Congettura di Vorzani dicono che il Multiverso stesso cerca di venire osservato, nella forma di persone capaci di vederlo da più direzioni contemporaneamente… non è ancora stata dimostrata, ma ipotizzo che sia parte del motivo per cui l’apertura di connessioni tra i piani sia stata compensata con una diminuzione proporzionale del numero di persone che possono viaggiare tra di essi sfruttando un potere proprio. Il Multiverso può rimanere stabile ed osservato senza un investimento così ingente di risorse.”


Lo sguardo di Tyvar continuava ad essere perso.


Zimone sospirò. “Non può cambiare se stiamo guardando. Almeno non di molto.”


“Capisco.” Lui tornò a guardare il muro, sollevato nel vedere che si trovasse ancora lì e non sostituito da una libreria o un altro corridoio infinito. “C’è ragione di pensare che questo muro sia portante in qualche modo?”


“Da quanto vedo, non mi sembra” disse Zimone. “Perché?”


In tutta risposta, la pelle di Tyvar iniziò ad incresparsi, assumendo la lucentezza lignea del pavimento sotto i suoi piedi, poi tirò indietro il braccio, fiondando un pugno contro il muro abbastanza forte da far scattare delle crepe su tutto il legno che si trovava dietro alla carta da parati.


“Ah” disse Zimone. “Violenza.”


Probabilmente sarebbe dovuta rimanere lì a guardarlo mentre lottava contro il muro. Lo sapeva benissimo. Distogliendo lo sguardo correva il rischio di perderlo. Ma il suono di lui che si faceva strada a pugni nel corpo della Casa era abbastanza forte e regolare da non renderla particolarmente preoccupata del fatto che sparisse senza lasciare traccia: a volte essere l’equivalente elfico di uno sposta pietre di Archeorocca ha i suoi vantaggi. Quindi lei si voltò e iniziò ad analizzare gli scaffali attorno a loro, appuntandosi i titoli che vedeva archiviati, cercando una logica.


Ci fu un fortissimo suono di sfondamento seguito da Tyvar che dichiarò allegramente: “Sono passato oltre! E c’è una scalinata dall’altra parte!”


Zimone gesticolò con le dita, srotolando una spirale di energia. “Tieni con te un’estremità di questa” disse lei, spingendola verso di lui. “Io terrò l’altra, e speriamo che sia sufficiente per non perderci.”


Sarebbe dovuta andare con lui. Lo sapeva benissimo. Ma i libri… la conoscenza perduta di un intero piano, per quanto pericolosa, non era qualcosa da cui poteva allontanarsi così facilmente. Stringendo forte l’estremità del suo nastro di luce frattale, si avvicinò alla scaffalatura più vicina, cercando di decidere da dove iniziare.


Tyvar aggrottò leggermente la fronte quando prese l’estremità del filo di Zimone, vedendola avvicinarsi ai libri. Lui riconosceva un’esca quando ne vedeva una. Molti mostri le usavano per catturare le loro prede. Con un’apparente dolcezza e qualcosa di desiderato, potevano catturare bersagli troppo astuti per essere predati normalmente.


“Zimone…”


“Torna indietro velocemente. C’è qualcosa nel modo in cui questi piani sono stratificati che mi fa pensare che non sarai assente per molto tempo.”


Tyvar sbatté le palpebre. Poi alzò le spalle, voltandosi nuovamente verso le scale. Ci aveva provato. Eccetto prendere la ragazza di peso e portarla con sé o rimanere intrappolati dov’erano, non riusciva a vedere altre opzioni realistiche.


Si legò il filo frattale al polso, poi oltrepassò il buco che aveva aperto nel muro e iniziò a salire. Le pareti della scalinata erano decorate dai ritratti dipinti di persone normali, umani ed elfi, che diventavano sempre più distorti e sbagliati man mano che avanzava. I denti diventavano zanne, le mani degli artigli e i sorrisi sempre più larghi rispetto ai volti che li mostravano, finché non sembrava che le teste dovessero spaccarsi a metà. Tyvar rabbrividì e continuò a camminare.


Dopo Phyrexia, qualsiasi cosa distorcesse il corpo senza il consenso del suo proprietario trascendeva l’orrore, diventando una violazione dell’ordine naturale delle cose. Certo, queste persone potrebbero aver voluto la loro trasformazione, ma nei loro occhi dipinti c’era un riflesso di disperazione che gli fece pensare che non era questo il caso. Camminò attraverso una galleria di incubi, e fu molto contento quando vide una porta in fondo al pianerottolo successivo. Iniziò a camminare più velocemente.


Il filo attorno al suo polso si allungò per stare con lui e, dato che non rimbalzò per sventolare inutilmente contro la sua pelle, diede per scontato che Zimone stesse ancora tenendo la sua estremità, al sicuro nella biblioteca che sembrava essere l’habitat naturale di lei. Tyvar continuò a camminare, oltrepassando la soglia verso una stretta corsia in mezzo a delle scaffalature caricate pesantemente. Erano piene di libri polverosi e stipati a forza. Era tornato nella biblioteca.


Aveva una brutta sensazione. Continuò ad avanzare fino alla fine della corsia, dove udì la voce di Zimone dire ad alto volume: “Psss, Tyvar! Da questa parte!”


Lui guardò verso sinistra. Lì c’era Zimone, con l’altro capo del filo legato al proprio polso, che salutava vigorosamente con la sua mano libera. Lui camminò verso di lei, abbattuto.


“Temo che potremmo essere in grave pericolo, amica Zimone” disse lui.


Lei annuì. “Credo che tu abbia probabilmente ragione. Vieni ad aiutarmi a spostare la scala dell’archivista. Ho bisogno di raggiungere gli scaffali in cima.”


Lei tirò il filo, che si dissolse in una luce brillante mentre cadeva, e camminò più in profondità nella biblioteca. Non volendo perderla di vista di nuovo, Tyvar la seguì.



Niko e la Viandante tentarono di tornare sui loro passi attraverso la casa in continua trasformazione, tramite lo stesso percorso che avevano seguito in precedenza, muovendosi con triste determinazione lungo inquietanti stanze sconosciute. Lungo tutta una serie di salotti e camere da letto sontuosamente arredate, l’aria era così calda che i loro vestiti divennero insopportabili, lasciandoli provati e sudati. A seguire ci fu un lungo corridoio con pareti di vetro che sembrava fosse stato costruito per un grande giardino d’inverno regale, un passaggio che i giardinieri potessero usare per le loro mansioni quotidiane. Ma fuori da quelle pareti di vetro non c’era alcun giardino verdeggiante, bensì un mondo sommerso di stanze allagate, piene di galleggianti mobili marci e libri deformati che galleggiavano da una parte all’altra spinti da correnti impossibili.


“Ora prenderò una posizione controversa, dicendo che non mi piace questo posto” disse Niko. “Anzi, è piuttosto orrendo.”


La Viandante lasciò trasparire un leggero sorriso… il suo primo dalla scomparsa di Kaito. “Penso che in molti concorderebbero con la tua posizione.”


“Mi dispiace per il tuo amico.” Niko si fermò, poi aggiunse “Quello che siamo venuti a cercare qui dentro.”


“Nashi, sì. Sua madre era una cara amica e ho un grande debito verso la sua famiglia. Lei morì nell’invasione.”


“Mi dispiace.”


“Sono stata patetica per averla uccisa.”


Niko scosse la testa. “Se è morta nell’invasione, non l’hai uccisa tu. È stata Phyrexia. Ti sei solo assicurata che fosse permanente.”


La Viandante sospirò. “Se ci credessi davvero, potrei dormire meglio. Io devo la mia vita al popolo di Kamigawa, e lei era una delle migliori rappresentanti di quel popolo. Potrà anche essere morta per mano di Phyrexia, ma abbiamo visto come alcuni che erano perduti allo stesso modo sono tornati da noi. Se fossi stata più lenta nella mia difesa, meno determinata, potrebbe essere tra noi ora.”


“Oppure Kamigawa potrebbe non esistere più.”


La Viandante sbatté le palpebre. Quello non l’aveva considerato, quindi per un po’ camminarono in silenzio, con i pensieri di lei che minacciavano di sopraffarla.


Davanti a loro si mostrò una porta di metallo pesante con i cardini ghiacciati, completamente fuori posto nella delicata parete di vetro. Entrambi aggrottarono la fronte, ma fu Niko ad allungare il braccio verso il chiavistello e tirare la porta per aprirla, rilasciando un’ondata di aria gelida.


Con attenzione, sgusciarono all’interno, poi la porta si chiuse sbattendo dietro di loro, bloccandoli dentro.


Si trovavano in una fredda stanza con il pavimento di pietra e delle pesanti catene di ferro appese al soffitto, con gli uncini alla loro estremità conficcati all’interno di enormi tagli di carne. La Viandante analizzò i crudi corpi scorticati, sollevata nel non vedere nulla che sembrasse umano o nezumi. Almeno la Casa non li aveva condotti lì per gongolarsi della morte di Nashi.


Non ancora. Niko e la Viandante si mossero in silenzio tra i tagli di carne penzolanti, attenti a non perdersi di vista tra loro. La Casa aveva già reclamato tre membri del loro gruppo. Tutto quello che potevano fare ora per aiutare i loro compagni era tornare a Ravnica e chiedere aiuto a Niv-Mizzet. Di sicuro, lui avrebbe avuto un piano nel caso in cui la prima squadra risultasse dispersa. Di sicuro, lui avrebbe fornito loro le risorse per riportare a casa tutti.


Di sicuro.


La fredda stanza sembrava non finire mai. Non c’erano pareti in vista, solo carcasse appese e catene che attendevano la consegna della prossima vittima. Improvvisamente, Niko fece scattare il braccio, impedendo alla Viandante di avanzare ulteriormente. Lei lanciò uno sguardo irritato e Niko fece un cenno con la testa verso il fondo della stanza, dove aveva visto delle catene che si muovevano fino a fermarsi, come se qualcosa di enorme avesse spinto le carcasse appese lì di fianco.


La Viandante estrasse la spada, mettendosi in posa da combattimento, mentre Niko evocò diversi frammenti magici in aria, facendoli ruotare sopra le dita. La coppia si preparò alla battaglia che sarebbe certamente avvenuta e, per questo, si ritrovarono totalmente impreparati quando delle mani si allungarono dalle loro spalle per trascinarli duramente dietro al più vicino bestione scuoiato e appeso.


Qualunque cosa fosse stato in vita, aveva le sembianze di una specie di bradipo, fatto di duri muscoli e lunghe braccia che terminavano con affilati artigli. Ora era, di fatto, un muro.


Niko e la Viandante ruotarono su sé stessi, pronti a combattere. L’uomo dalla pelle pallida e dal viso smunto che li aveva trascinati dietro la bestia indietreggiò, alzando le mani come se li volesse allontanare. Si portò un dito alle labbra, tirando fuori dalla tasca un foglio di carta e mostrandolo a loro.


Lì, in diverse lingue, compresa quella di Theros e quella di Kamigawa, era scritta la frase FAI SILENZIO. Non era una traduzione perfetta: il testo in Kamigawese diceva NO SUONI BRUSCHI. Ma il significato era comunque lo stesso.


La coppia lo guardò in confuso silenzio, poi lui fece un cenno esagerato con la testa prima di tirare fuori una fionda dalla sua altra tasca. Dalla stessa tasca estrasse una pallina di ciò che sembravano essere capelli macchiati di sangue, appoggiandola nella coppa della fionda mentre la tendeva e indicò con la testa la stanza dietro di loro.


Niko e la Viandante si voltarono per sbirciare dietro l’angolo della carcassa, nella penombra piena di catene. Mentre guardavano, una figura stava arrivando a piedi tra le carcasse, alta e muscolosa. Dei selvaggi capelli spettinati spuntavano attorno a una maschera che copriva la parte superiore del suo volto, lasciando scoperti soltanto due folli occhi in costante ricerca. Indossava un grembiule di tela ricoperto di macchie improponibili e brandiva una mannaia.


L’estraneo tirò la coppa della sua fionda ancora di più prima di lasciarla andare, spedendo la pallina di capelli insanguinati nell’oscurità dietro la figura. Mancò il bersaglio. Mancò il bersaglio e la figura continuò a camminare silenziosamente e minacciosamente verso di loro.


Poi, la pallina di capelli colpì una delle catene più lontane, facendola sferragliare, e la figura si voltò all’improvviso con una velocità terrificante per puntare verso il suono. Iniziò a camminare verso il movimento, ma mise il piede in una trappola per orsi che era stata nascosta dalla nebbia sul pavimento. L’essere ululò, cercando di liberarsi. L’odore del sangue riempì l’aria.


Intervento di Winter | Cristi Balanescu
Intervento di Winter | Cristi Balanescu

L’estraneo rimise in tasca la fionda prima di gesticolare agli altri di seguirlo, con uno sguardo soddisfatto sul viso mentre scivolava silenziosamente tra le carcasse. Niko e la Viandante lo seguirono, non certi di ciò che stava accadendo, ma senza soluzioni migliori.


Finalmente una porta: questa era lucida con una finestrella ad altezza occhi. L’estraneo la aprì e loro lo seguirono all’interno di un ennesimo salotto, questa volta caldo, come per compensare la stanza gelida dalla quale erano appena fuggiti. Un piccolo fuoco scoppiettava nel caminetto che si trovava su un lato di quello spazio; le librerie erano quasi vuote, chiaramente sfruttate per alimentare il fuoco.


“Lamidi” disse l’estraneo. “Quelli che si trovano nelle Fosse Sommerse non sono abituati a sentire i suoni che non riecheggiano nell’acqua. A volte si riesce a distrarli. Quello era bello grosso. Non conviene combatterli faccia a faccia. Non avreste successo.”


Niko, nel frattempo, stava dando una rapida occhiata al nuovo arrivato. Aveva dei trasandati capelli neri a punta e indossava una larga giacca smanicata messa sopra altri vestiti che sembravano stati cuciti insieme da decine di fonti diverse; Niko aveva la certezza che alcuni dei pezzi dovevano essere originariamente della carta da parati. “Come ti chiami?” chiese.


“Winter.”


“E da quanto tempo vivi nella Casa, Winter?”


“Da quasi tutta la vita” disse l’estraneo. Lui alzò le spalle. “Non esiste nient’altro. La Casa è tutto il mondo, e tutto il mondo è la Casa, e una volta che ti prende non esiste altro posto in cui andare. Lo vedrete presto, se già non l’avete visto.


Appartenete a Duskmourn adesso.”

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