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Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 6: Non Morire


Suonare il tamburo non era proprio una forma d’arte a Meletis. Diversamente da tantissimi altri luoghi su Theros, lì i tamburi di guerra non venivano suonati; quando era necessaria una chiamata alla battaglia, il suo ritmo veniva deciso dai piedi in marcia e dalle spade che si scontravano, non dalle bacchette che colpivano le pelli. A Niko era quasi venuto un infarto la prima volta che udì i tamburi di Kaldheim che iniziavano a suonare, richiamando alla guerra il popolo del piano.


E in quell’esatto momento, la sua testa sembrava uno di quei tamburi, colpita così forte da risultare fisicamente nauseante. Sbuffò, cercando di muoversi. Cambiando posizione lentamente e muovendosi soltanto tra un colpo di tamburo e l’altro, riuscì a sollevare la testa. Da lì, fu semplice costringere i propri occhi ad aprirsi, mentre si stringevano per il dolore.


Non riusciva ancora a muovere mani o piedi. Erano infatti ben legati alla sedia sulla quale si trovava, con i piedi fissati sul duro pavimento di pietra e i polsi annodati insieme con delle corde di canapa ruvida, che grattavano la pelle quando cercava di muovere le braccia. La propria cattura era decisamente riuscita.


Digrignando i denti per la pulsazione costante, si guardò intorno molto, molto lentamente. Nashi era legato ad una sedia sulla sua sinistra; chi ebbe il compito di bloccare il giovane nezumi lo aveva avvolto in talmente tanta corda da farlo sembrare quasi un bozzolo con una testa di ratto che sbucava dalla cima. L’immagine era quasi disturbante, e Niko distolse lo sguardo più velocemente di quanto avesse intenzione: il movimento inviò una nuova ondata di dolore che si infranse nella sua testa, facendo agitare anche il suo stomaco nello stesso momento. Niko trattenne un lamento. Se i suoi rapitori non si erano ancora resi conto dei suoi movimenti, non voleva che lo notassero.


La Viandante era legata alla sua destra, con le sue braccia e gambe costrette allo stesso modo di quelle di Niko. C’era un tavolo a pochi metri oltre di lei, appoggiato alla parete della stanza in cui erano stati tutti spostati, e su di esso erano disposte le loro armi, posizionate con cura ritualistica. La parete stessa era composta di una specie di legno scuro, abbastanza grezzo da trasudare colate di linfa rosso-dorata che aveva un aroma di zucchero e morte.


Gli occhi della Viandante sbatterono rapidamente. Niko rischiò un’altra occhiata attorno, analizzando il resto della stanza. Al centro si trovava un piedistallo di granito, alto quasi quanto il busto di Niko, e contro la parete più lontana c’era un grosso altare di pietra, macchiato e ricoperto di linfa, con delle chiazze di qualcosa di troppo scuro perché fosse parte delle pareti. Niko rabbrividì.


Anche lì si trovavano quelle dure crisalidi spigolose che avevano visto nella stanza precedente, appese lungo la parte superiore delle pareti all’interno di nidi di cotonosa seta bianca. Ogni tanto si contorcevano quando i loro ospiti si agitavano, che stessero dormendo profondamente o si stessero preparando al risveglio.


Niko non voleva trovarsi nelle vicinanze quando si sarebbero schiuse.


Non c’erano altre persone in vista: loro tre erano da soli. Niko rivolse lo sguardo nuovamente alla Viandante.


“Psss” disse.


Lei aprì gli occhi.


“Riesci a sentirmi?” sussurrò.


“Sì” rispose lei, con la voce a malapena udibile. “Ma potrebbero farlo anche altri. Rimani in silenzio.”


Niko aggrottò la fronte. Lei aveva ragione, ma il suo tono aveva qualcosa che non andava. Soprattutto con la sua testa che stava pulsando e dopo aver subìto il tradimento del loro unico altro alleato all’interno della Casa. Eppure riusciva a vedere quanto lei fosse ben fissata alla propria sedia; dando per scontato che fossero legati in modo simile, qualche momento per raggruppare le idee e cercare di studiare i nodi non sarebbe stato sprecato.


Non sembrava esserci alcun agio tra le corde. Niko le strattonò senza successo prima di evocare un piccolo frammento, non più lungo del suo mignolo, ed iniziare a tagliare le corde, senza notare un vero progresso man mano che i secondi passavano. Lanciò nuovamente un’occhiata a Nashi. I suoi occhi erano aperti e riflettevano la debole luce apparentemente senza fonte che riempiva la stanza. Non sembrava spaventato. Era più rassegnato a qualsiasi cosa stesse per succedere.


“Nashi?” chiese Niko. “Stai bene?”


“Non ci sono più” disse Nashi. La sua voce era piatta, quasi svuotata.


“I cultisti, intendi? Bene. Questo ci dà qualche minuto per capire cosa fare dopo.”


“No. I miei amici. Mia madre. Non ci sono più.” Nashi rivolse a Niko uno sguardo improvvisamente feroce. “Sono venuto qui con quattro degli Ineluttabili che conoscevo da casa nostra. Non mi volevano lasciar andare da solo. Erano tutti intelligenti, veloci e pericolosi, e ora non ci sono più. Questa Casa se li è presi, ma io li ho condotti qui. Senza di me, sarebbero al sicuro con le loro famiglie e non starebbe accadendo nulla di tutto questo.”


“Hai detto tu che non volevano lasciarti andare da solo. Vuol dire che non è colpa tua.”


“Se io sono il motivo per cui l’hanno fatto, allora è anche colpa mia” insistette Nashi. “Quando la pergamena di mia Madre sparì, io non… non potevo rifiutarmi di seguirla.”


“Tu hai seguito lei, e loro hanno seguito te” disse Niko. “A me sembra che la colpa sia di chi ha rubato il ricettacolo di tua madre.”


“E l’abbiamo fatto con gioia” disse una nuova voce. Niko si irrigidì, girando la testa quanto le corde permettevano in un vano tentativo di guardare dietro di sé. Non funzionò, ma in realtà non ce ne fu bisogno, visto che quasi immediatamente il sommo cultista iniziò a camminare tra Niko e la Viandante, trasportando sempre il suo libro. “La falena viene attirata dalla luce, ma la luce è senza colpa. La falena sta facendo solamente ciò che deve. L’istinto e la fame controllano ogni cosa. Sia benedetta la soglia, sia benedetta la fiamma.”


Dietro di lui partì un basso mormorio, con altri cultisti che ripetevano le sue parole. Niko strinse gli occhi. Non riusciva a capire se anche la voce di Winter fosse presente tra quelle del coro.


“State per ricevere una grande benedizione” disse il sommo cultista. Era una figura insignificante, dalla voce dolce e di altezza media, con i suoi occhiali ricoperti da piccoli graffi. Si fermò a metà strada tra i suoi prigionieri e il piedistallo, aprendo il proprio libro. “La vostra conoscenza sarà aggiunta alla grande lista, e con essa noi condurremo il Padre Divoratore al suo prossimo luogo di banchetto. Ogni cosa conoscerà la luce della sua attenzione.”


“Cosa intendi?” chiese la Viandante, parlando per la prima volta da quando aveva intimato Niko al silenzio.


Il sommo cultista rivolse la sua attenzione a lei, mentre altri tre camminarono tra lei e Niko, diretti al piedistallo. Stavano trasportando una scatola squadrata. Quando la appoggiarono, il coperchio si aprì di scatto, poi apparve l’ombra di Tamiyo.


“Madre!” gridò Nashi.


L’ombra di Tamiyo nascose il viso.


“Voi trasportate la polvere di tanti mondi quante stanze esistono in paradiso” disse il sommo cultista, concentrandosi su Niko. “Luoghi che non hanno ancora conosciuto la soglia, che non hanno ancora percepito la fiamma. Tramite voi, noi saremo guidati verso di essi. Tramite voi, nostro Padre riuscirà a gettare le Sue fondamenta, e banchetterà.”


Niko continuò a fissare l’uomo, prima di strattonare con più forza le sue corde. Non si smossero.


“Le storie sono un conto, ma banchettare con la carne di coloro che hanno viaggiato così lontano… voi siete una benedizione, e considerato che lui”, spostò la sua attenzione su Nashi, sorridendo con serenità, “vi ha condotti a noi, gli concederemo il dono della rinascita. Il suo bozzolo è stato preparato, e vivrà in eterno al servizio del Padre Divoratore.”


Nashi mostrò i denti. Dietro di loro si udì del trambusto, terminato quando Winter riuscì a farsi strada dall’altra parte della stanza, fermandosi esattamente di fronte al sommo cultista.


“E io?” chiese lui. “Tu mi hai promesso-“


“Io ti ho promesso ciò che promisi a Marina, moltissimi anni fa” sussurrò una nuova voce. Era sottile e leggera come la seta ai lati della stanza, divisa in centinaia di strati che si riunivano per formare un terribile coro. La pulsazione nella testa di Niko cadde in silenzio, messa a tacere dal sussurro. Nessun altro suono poteva sopravvivere dove parlava quella voce.


I cultisti si lanciarono in ginocchio, tutti quanti, inchinandosi fino a toccare il pavimento con la fronte. Solo Winter rimase in piedi, anche se non si voltò.


“Ti ho promesso ciò che desideri di più” continuò la voce. Nelle ombre sopra di loro iniziò a mostrarsi una lenta illuminazione, che veniva emanata dal corpo di ciò che sembrava essere un’enorme falena intrecciata con strati di incubi. Le sue ali erano mischiate con le pareti attorno a lui, che si immergevano dentro e fuori la pietra come se fosse cresciuta attorno a lui, e la sua vista fu accompagnata da un freddo glaciale che si infiltrò immediatamente nelle ossa di Niko. Chi aveva parlato voltò la sua enorme testa, con i suoi occhi sfaccettati che brillavano mentre guardavano solennemente Winter.


“Sei tu” disse Winter, con un tono a metà via tra la riverenza e l’orrore.


Valgavoth non aveva labbra per sorridere, ma riusciva comunque ad apparire compiaciuto mentre annuiva, con le proprie antenne piumate che scattarono coordinate con le sue movenze. Estese un tentacolo fibroso della sostanza di cui era composto verso il suo sommo sacerdote, dando una spintarella all’uomo. Non aveva impresso forza. Eppure il sacerdote sollevò la testa e si alzò velocemente in piedi, avvicinandosi al proprio dio.


“Sì” disse Valgavoth. “Tu mi conosci. Tu mi conosci dal momento in cui chiamai il tuo nome nell’oscurità, poiché qui sono io l’unica fonte di luce. Tu sei il primo dopo la mia Marina a rispondere alla mia chiamata con un vero sacrificio.”


“Sì” sussurrò Winter.


“Quattro vite per ricevere ciò che più desideri. Quattro soglie che io possa attraversare.”


La testa di Niko si alzò di scatto. “L’amica di cui mi hai raccontato nel bosco” disse, senza sforzarsi di tenere bassa la voce. “Quella che ora non c’è più. La tua migliore amica.”


“Cosa c’entra lei?” chiese Winter.


“Qui siamo solo in tre.”


Winter rimase in silenzio.


“L’hai sacrificata a un mostro per ciò che più desideri.”


“Tu faresti lo stesso” disse Winter. “Passa abbastanza tempo su Duskmourn, e non c’è nulla che non faresti per ottenere la libertà.”


“Menzogne” sbottò la Viandante.


“Verità” disse Winter. “Quando muore ogni speranza, rimane solo la verità.” Tornò a concentrarsi su Valgavoth. “Avrei dato qualsiasi cosa per riuscire ad andarmene, quindi diedi qualcosa di meglio.”


“Cosa?” chiese Niko.


“Diedi ogni cosa. Ora lasciami andare.”


Valgavoth rise, un suono contorto e strappato, poi spiegò le ali quanto la loro fusione con le pareti le consentissero. Quando le richiuse, apparve una porta incastonata alla base del proprio corpo, nel punto in cui il suo addome si incastrava con la cima delle scale che conducevano ancora più in profondità all’interno della carne della Casa.


Questa porta era fatta dello stesso legno di ciliegio delle altre, con i bordi intagliati con falene e ghirlande di frutti, una luna piena al posto dello spioncino e degli intrecci di tentacoli che facevano capolino dai suoi bordi. Winter la guardò come un uomo affamato poteva osservare un banchetto, ma non si mosse. Rivolse invece lo sguardo a Valgavoth.


“Posso andare?” chiese lui. “Me lo prometti?”


“Io mantengo la mia parola” disse Valgavoth. Winter corse verso la porta. Troppo velocemente, però… inciampò in una crepa del pavimento e cadde pesantemente, atterrando sulle mani e sulle ginocchia. Né Valgavoth né i cultisti si mossero per aiutarlo mentre lui si rimetteva faticosamente in piedi. Si limitarono ad osservare, silenziosamente giudicanti.


Niko strattonò i suoi vincoli. Erano ancora stretti come all’inizio e non mostravano segno di allentarsi. Dietro di sé, udì il particolare suono del legno che colpisce la carne, accompagnato da un grido, poi una voce familiare sovrastò ogni altra cosa quando Tyvar tuonò: “È maleducazione cominciare la battaglia senza di noi!”


Un cultista volò oltre Niko per schiantarsi contro la parete, dopo essere stato chiaramente scagliato dalla parte opposta della stanza, e al suo fianco comparve una terribile figura. Aveva la forma di Zimone ma, a differenza di Zimone, la sua pelle era fatta di legno scheggiato e danneggiato dall’acqua, mentre i suoi denti erano dei chiodi arrugginiti. Si avvicinò con le sue orribili mani, con dita fatte di cardini deformati e palmi di tegole frantumate, e Niko cercò di sfuggire alla presa, spostandosi quanto più lontano le corde permettessero.


Calmati” disse la figura, e la sua voce era quella di Zimone, e la figura era effettivamente Zimone, trasformata in qualche maniera, come i viminidi. Lei si avvicinò nuovamente, e questa volta Niko non si mosse mentre lei fissava quelle dita-cardine sotto il primo giro di corda e iniziò a tagliarla, lacerando la fibra semplicemente sollevando la mano.


Un altro cultista volò per la stanza, mentre l’aria alle sue spalle fu riempita di urla e uno scoppio di risata. Tyvar, apparentemente, si stava divertendo un mondo. “Almeno qualcuno sta passando una bella giornata” mormorò Niko.


Zimone mostrò un orribile sorriso, con l’espressione resa terrificante dallo strano taglio del suo viso. “Non penso che sappia come passare una brutta giornata a lungo” disse lei.


Le corde sulle braccia di Niko lasciarono la presa quando Zimone si spostò alle sue spalle, armeggiando sui suoi polsi. Valgavoth ruggì, sbattendo le sue ali e facendo tremare e contorcere le pareti attorno a lui, con l’intera casa che sembrava vibrare con un’improvvisa e terribile energia. Winter si lanciò di nuovo verso la porta, solo per barcollare all’indietro quando un cultista lo urtò, impedendogli di aprirla.


Le corde ai polsi di Niko si allentarono, liberando le mani, dopodiché estrasse due frammenti dal nulla e li scagliò verso la Viandante. Tagliarono le corde che tenevano bloccate le braccia e le gambe di lei, facendola alzare dalla sedia. Niko aveva già preparato un altro frammento, che le liberò le mani mentre Zimone gestiva le corde che tenevano le proprie gambe ancorate alla sedia. La Viandante si mosse con rapidità e leggiadria verso il tavolo su cui si trovavano le loro armi, recuperando la propria spada.


Appena in tempo: Valgavoth aveva smesso di ruggire e stava espellendo in aria delle nuvole bianche di membrana acida. La Viandante tagliuzzò facilmente le ragnatele mentre sembrava che danzasse sul pavimento per raggiungere Nashi, liberandolo grazie alla sua spada e mettendo nella sua mano un piccolo oggetto solido. “Tu puoi cambiare il tuo destino” gli sussurrò lei, poi si allontanò, alla carica verso il corpo dell’enorme demone falena.


Winter cercò di raggiungere la porta una terza volta, ma uno dei frammenti di Niko lo colpì in pieno sulla schiena e lo avvolse, sigillandolo lontano dalla libertà che bramava così tanto. Niko si voltò verso i suoni della lotta in atto.


Tyvar stava tenendo testa ad una mezza dozzina di cultisti, con la propria pelle che passava da carne a pietra e viceversa così rapidamente che sembrava quasi osservare una nuvola che si spostava davanti al sole. Stava ridendo. Niko tornò a voltarsi verso Zimone.


Un cultista la afferrò, ma lei lo tagliò con le sue dita a forma di cardine, lacerandogli la guancia e respingendolo, con il volto che spruzzava sangue. Lei si spostò in direzione di Tyvar, spostando la scatola di Niv-Mizzet di fronte a lei e iniziando a schiacciare interruttori velocemente. Una volta che fu abbastanza vicina, Tyvar le toccò la spalla e la normale composizione del suo corpo tornò gradualmente, scacciando quegli orrori temporanei.


La scatola riversò immediatamente una cascata geometrica di linee blu e verdi nell’aria. Si avvolsero attorno al cultista più vicino e corsero per la sua pelle, moltiplicandosi in maniera esponenziale, finché non venne inghiottito dalla luce.


“Ottima mira!” gridò Tyvar, incoraggiandola.


“Ero la migliore della classe in matematica da combattimento teorica” disse Zimone. Estrasse un’altra cascata di linee dalla scatola, lanciandola senza timore contro Tyvar. Quando colpì la sua pelle, iniziò ad intrecciarsi su sé stessa come una sorta di armatura annodata, che deviò il colpo successivo che altrimenti lo avrebbe colpito. Tyvar sbatté le palpebre, poi sorrise raggiante.


“Ammirate il potere della matematica!” proclamò lui, voltandosi e dando un pugno a un cultista in piena faccia.


Valgavoth ruggì. La Viandante era balzata sull’altare di pietra e stava duellando contro l’enorme demone falena, facendosi strada a fendenti attraverso le sue nubi di ragnatela caustica e bloccando i suoi tentativi di colpirla con zampe artigliate. La spada di lei non riusciva ad intaccare i suoi arti sottili in modo ingannevole, ma riusciva a respingerli lontano da lei, e man mano che assorbiva sempre più energia dai colpi, la lama iniziò a brillare di focoso bianco lucente.


Sotto di lei, Nashi si precipitò verso il piedistallo, afferrando la scatola sopra la quale fluttuava l’immagine di Tamiyo. Lui ci infilò la mano dentro, e quando le sue dita stavano per chiudersi attorno alla pergamena, lei si voltò per guardarlo.


“Aspetta!” urlò lei.


Nashi si bloccò.


“Sono qui per salvarti” disse lui. “Mamma, devi permettermi di salvarti.”


“Hanno rubato le mie storie, Nashi” disse lei. “Le hanno spezzate e le hanno portate via. Non ricordo cosa mi hanno rubato. Ma mi ricordo di te. Io mi ricorderò sempre, sempre di te.”


“Mamma…”


“Quelle storie erano ciò che mi hanno permesso di esistere in questa forma. Erano il mio sangue, il mio respiro e le mie ossa, dopo che tutto questo fu andato perduto, e ora sono state portate via. Le persone che mi hanno preso mi hanno connessa a questa trappola per fantasmi per tenermi qui: ed è l’unica cosa che mi sta tenendo qui, Nashi. Loro sono l’unica cosa che mi sta tenendo qui. Non puoi salvarmi questa volta.”


“Mamma. No.” Nashi la guardò, con i baffi distesi e le orecchie premute forte contro il suo cranio, tremanti per via della confusione e del mistero.


“Oh, mio dolcissimo ragazzo, esistono storie che possono cambiare il proprio finale, ed altre che non possono. Il mio finale è stato scritto anni fa. Tua madre, la tua vera madre, ti amava così tanto, Nashi. Ti amava così tanto che la storia del suo amore è una delle uniche che non ho dimenticato. Quando hanno provato a prenderla hanno scoperto che, senza di essa, ciò che rimaneva di me si sarebbe disfatto, scomparendo immediatamente. Mi hanno fatto chiamare te, Nashi, perché tu eri la storia che tenevo nel cuore. Mi hanno costretto ad attirarti qui, quei cacciatori che hanno intrappolato la luna, e mi dispiace. Mi dispiace veramente tanto.”


“Mamma…” Le lacrime di Nashi gli coprivano gli occhi. Il combattimento attorno a loro era svanito in un sottofondo di urla e rumore di armi, meno importante dell’ombra sfarfallante di sua madre. “Ti prego. Ho bisogno di te.”


“Non puoi salvarmi, ma non ne hai bisogno. Non hai bisogno di me, Nashi, non più. Guarda cosa sei riuscito a fare! Hai condotto una carica eroica nel cuore di una casa demoniaca per salvare l’impossibile. E guarda le persone che sono venute ad aiutarti, solo perché ne avevi bisogno. Sei più amato di quanto pensi. Ora vai, Nashi. Vai, e sii spettacolare come lei ha sempre saputo che saresti diventato.”


Commiato Catartico | Miranda Meeks
Commiato Catartico | Miranda Meeks

Nashi sollevò il piccolo oggetto che la Viandante gli aveva infilato in mano. “Lei mi ha detto che posso cambiare il mio destino. Lei mi ha detto… che posso…”


“No, amore mio. Quello non riesce ad andare abbastanza indietro per farlo. Il mio libro è chiuso, la mia storia è finita. Ti chiedo solamente un’ultima cosa.”


“Cosa?”


“Lasciami andare.”


Nashi la fissò, terrorizzato e in silenzio.


“Ho ancora delle storie che mi potrebbero rubare. Ti prego, amore, ti prego. Lasciami andare, così che il lavoro che è stata la mia vita non potrà più essere usato per fare del male. Liberami, mio caro. Liberami.”


Nashi distolse lo sguardo, girandolo verso il caos alle sue spalle.


Niko stava combattendo per raggiungere la porta, scagliando frammenti nei corpi dei cultisti e calpestando quelli già abbattuti da Tyvar. Tyvar stava ancora combattendo con uno slancio sconsiderato, finalmente nel suo elemento mentre lottava contro quell’orda apparentemente infinita. Zimone era subito dietro di lui, a guardargli le spalle con la sua magia e il suo dispositivo.


Valgavoth ruggì, distendendo le ali. Le mura tremarono, e da esse fuoriuscirono ipogenie ed incubi, riversandosi nella stanza. Tyvar afferrò Zimone, e l’orrore della Casa la rivestì nuovamente, trasformandola. La magia smise di fuoriuscire dalla sua scatola. Lanciò a Tyvar uno sguardo infelice.


“È l’unico modo per tenerti al sicuro” spiegò lui.


“Nessuno di noi è al sicuro” sbottò Zimone.


“Non hai tutti i torti” disse Tyvar, poi si voltò per continuare a colpire l’incubo a forma di calamaro che stava fluttuando verso di loro, con i tentacoli che si dimenavano in aria.


Niko afferrò il pomello della porta: un piano sconosciuto sarebbe comunque stato meglio di quello. Avrebbero potuto trovare una Via dei Presagi per andarsene. Valgavoth ruggì di nuovo e la porta sparì, tramutandosi in polvere sotto le dita di Niko. Alzò la testa per lanciare un’occhiata furiosa all’enorme demone falena, preparando un altro frammento.


La Viandante era parzialmente avvolta negli appiccicosi fili bianchi, con le braccia ancora libere che potevano muovere la spada, ma la sua mobilità risultava molto ridotta in quelle condizioni. Niko iniziò ad andare verso di lei, ma subì un placcaggio laterale. Si voltò e si ritrovò a fissare la lama di un coltello terribilmente ricurvo, a pochi centimetri dal suo viso.


“Per la soglia!” gridò il cultista, prima di spingere il pugnale brutalmente verso il basso.


Niko sentì la lama perforare il suo occhio e continuare oltre la sottile barriera del suo cranio, tagliando muscolo e osso con la stessa facilità, finché non penetrò nel tessuto del cervello di Niko, distruggendo i pensieri e lacerando la memoria, finché ogni cosa non fu buio e silenzio. Morendo così distante da Theros, non avrebbe potuto vedere l’ade, non avrebbe potuto raggiungere l’aldilà-


Il mondo scattò come la corda di un arco rilasciata, e Niko stava guardando Valgavoth dal basso. Sgusciò via prima che il cultista potesse essere a portata, lanciando un frammento che racchiuse l’uomo nella magia lucente. Ne stava preparando altri due quando perse l’equilibrio a causa di un attacco alle spalle.


Con un ruggito di furia trionfale, Valgavoth estrasse un’ala parzialmente fuori dalla parete, lanciando a terra la Viandante prima di inserirla nuovamente nel legno e nella pietra. Allontanò con un tentacolo la spada di lei, a terra, poi il soffitto sembrò abbassarsi verso il pavimento quando lui si inclinò più vicino a lei per parlarle.


“Divorerò tutto ciò che siete, e disferò il vostro mondo a mia immagine” sibilò lui, con la voce improvvisamente bassa. “Avete perso.”


“Anche tu!” gridò Nashi. Valgavoth osservò il giovane nezumi nell’esatto istante in cui infilò la mano nella trappola per fantasmi, liberando la pergamena di Tamiyo. Lei gli sorrise, con le lacrime che le scorrevano sulle guance trasparenti, prima di dissolversi in luce lunare e sparire.


“Non abbiamo bisogno di lei” disse Valgavoth. Rivolse nuovamente l’attenzione verso la Viandante, bloccata a terra e che cercava di divincolarsi. “Ora ho tutti voi.”


Aprì la sua bocca, scoprendo delle fauci piene di denti simili a spilli spezzati e frammenti di vetro, poi si avvicinò ancora alla Viandante, preparandosi ad inghiottirla.


Ci fu un barlume di luce blu-bianca dalla parete dietro di lui, riconoscibile solo perché era totalmente fuori posto, poi Valgavoth si bloccò. Produsse un breve suono soffocato e si raddrizzò di nuovo, riempiendo il mondo intero. La Casa attorno a lui divenne immobile. Lui si guardò il petto. Da esso spuntava la lama di una katana, lucente di icore ed emolinfa, che brillava con una luce magica bluastra.


Valgavoth cercò di parlare ma non emise alcun suono.


La lama si ritrasse, lasciandosi dietro una ferita aperta, poi Valgavoth fu tirato verso l’alto quando la ragnatela che lo sosteneva si tese per attirarlo verso il soffitto. L’uscita di scena del demone rivelò Kaito, che teneva la sua katana con entrambe le mani, respirando pesantemente. Dietro di lui, sulla parete, si trovava una porta composta di luce blu-bianca: il bordo presentava un disegno di triangoli interconnessi, draghi stilizzati e delle piccole falene che, in qualche modo, evocavano speranza, al contrario delle falene sparse per la Casa che evocavano solo disperazione. Tutto quel disegno brillava con una luce accecante, dissipando l’oscurità.


La porta si spalancò improvvisamente, mostrando un piccolo corridoio dall’altro lato, connesso ad una seconda porta. Proft apparì sulla soglia, gesticolando animatamente.


“Per di qui!” gridò. “Non posso mantenerla per molto tempo!”


Niko afferrò la spada della Viandante, usandola per liberarla dal bozzolo prima di riconsegnargliela ed aiutarla ad alzarsi. Corsero insieme verso la porta. Nashi li seguì, con il guscio vuoto della pergamena di sua madre sotto braccio. Dall’altra parte della stanza, Zimone strattonò il braccio di Tyvar indicando gli altri. Lui la sollevò da terra, mettendosela in spalla mentre correva verso di loro.


Erano quasi arrivati quando un incubo lanciò un attacco, con la sua mano artigliata che stava per colpire la testa di Tyvar. Zimone gridò. Una mezza decina di shuriken si conficcarono nella mano, poi vennero estratti volando indietro verso Kaito, riunendosi nella sua spada mentre faceva un cenno a Tyvar e attraversava la porta.


Tyvar si tuffò dentro, con Zimone in braccio, poi la porta si chiuse dietro di loro, sbattendo.



“Presto, presto” disse Proft, facendo cenno agli altri di muoversi velocemente lungo il breve corridoio. “Questo spazio non è esattamente stabile.”


Cosa sarebbe?” chiese Niko.


“Una Via dei Presagi artificiale” disse Kaito. “La mia scintilla, la magia mentale di Proft, la manipolazione del fato di Aminatou e un pezzo della Casa che ho portato con me quando fui costretto ad eseguire il viaggio planare. Non appena Proft smetterà di mantenerla, sparirà nella Cieca Eternità e sarà perduta per sempre. Meglio non fare la sua stessa fine.”


Nashi smise di camminare.


Gli altri erano quasi arrivati alla seconda porta quando la Viandante si voltò, aggrottando la fronte.


“Nashi?” chiese lei.


Nashi guardò la pergamena vuota tra le sue mani. “Il tuo corpo è su Kamigawa, con noi” disse alla pergamena. “Ma il tuo spirito appartiene alla Cieca Eternità. Lo so bene. Spero che tu possa riposare ora. Spero che tu sappia che hai fatto la cosa giusta. La tua storia è finita, ma la mia è appena cominciata. Ti voglio bene.”


Appoggiò la pergamena sul pavimento del corridoio e corse dietro agli altri, uscendo insieme a loro verso la luce pomeridiana di Ravnica.


Proft fu l’ultimo ad uscire. Non appena tutti gli altri furono fuori, eseguì un gesto secco e la porta si chiuse di scatto, sparendo in una pioggia di luci bianche con la forma di piccole falene luccicanti.


“Puoi mettermi giù ora” disse Zimone.


“Scusa” disse Tyvar, in maniera impertinente.


“Tyvar, che cosa stai indossando?” chiese Kaito.


Tyvar guardò il suo gilè, poi alzò le spalle. “Zimone ha detto che mi avrebbe aiutato a nascondermi all’interno della Casa. Ma ora non c’è più bisogno di nascondersi.”


Si tolse il gilè con un gesto, guardando verso la posizione in cui si trovavano la Viandante e Kaito insieme a Nashi e Aminatou, con Yoshimaru che danzava attorno a loro in estasi per la ricongiunzione, scodinzolando selvaggiamente con la sua coda soffice.


“Sembra che ogni cosa sia stata rivelata” disse Tyvar, quasi in modo filosofico.



Valgavoth si trascinò giù dal soffitto, guardandosi attorno tra le rovine della camera cerimoniale. I corpi dei cultisti erano disseminati per il terreno, le ipogenie erano già marcite nel punto in cui erano morte e gli incubi si stavano ritirando, senza più alcuna paura con la quale nutrirsi.


La ferita nel petto del grande demone stava ancora trasudando sconosciuti fluidi viscosi, poi Valgavoth sibilò. Aveva bisogno di nutrirsi, poi sarebbe tornato nel suo bozzolo per guarire. La forza vitale l’avrebbe rinnovato, e le storie che i suoi fedeli avevano raccolto avrebbero posto le basi per le sue nuove esche. Aveva soltanto bisogno di pazientare, e le prede sarebbero arrivate. Le prede arrivavano sempre.


E non tutti i suoi trofei gli erano sfuggiti. Raggiunse l’attico sopra di lui, avvolgendo un tentacolo attorno ad un tremante mucchio agitato di pelo arancione e lo attirò a sé, così da poterlo vedere. La creatura ringhiò e mostrò i denti. Valgavoth la scosse con forza finché non smise col suo tentativo di minacciarlo. Quella cosa era preziosa. Lo avrebbe servito bene.


A tempo debito. Ora come ora, doveva fermare l’emorragia. Si guardò intorno per la camera, cercando un cultista con anche soltanto una scintilla di forza vitale rimasta, e si fermò alla vista di Winter, rannicchiato contro la parete dove la porta verso l’arretrata terra della luna maledetta era stata aperta e abbandonata. L’uomo era illeso, in qualche modo, e disarmato. Lui sarebbe andato bene.


Winter si accorse del movimento con la coda dell’occhio e si voltò per vedere i tentacoli di Valgavoth che si estendevano verso di lui. Lui gridò e si alzò in piedi barcollando, ma non abbastanza velocemente: lo afferrarono per la vita, facendolo alzare da terra con i piedi ciondolanti in aria, inerme.


“Ti ho promesso la libertà” disse Valgavoth, con una voce simile allo scricchiolio di antiche fondamenta, vecchie e pesanti. “Ti donerò la libertà. In un certo senso.”


Sollevando Winter ancora più in alto verso il suo sanguinante petto trafitto, Valgavoth si mischiò all’interno del soffitto, poi calò il silenzio in tutta la Casa.



La Viandante era in piedi al bordo del cortile, con Yoshimaru da un lato e Kaito dall’altro, mentre osservavano Nashi raccontare la storia delle loro avventure ad una folla di giovani rapiti. “Lui ha un dono” disse la Viandante.


“Sì che ce l’ha” disse Kaito. “Nessuno di questi ragazzini aprirà mai una porta misteriosa.”


Con gli occhi lucenti di malizia, la Viandante posò lo sguardo su di lui. “Una storiella dell’orrore ti avrebbe fermato, a quell’età?”


Kaito iniziò a ridere.


Nashi distolse lo sguardo, sorridendo alla coppia, poi tornò alla sua storia. Yoshimaru saltellò sul posto, scodinzolante, poi scattò attraverso il cortile verso il gruppo di ragazzini, accasciandosi sull’erba di fianco ad Aminatou, che gli arruffò il pelo con una mano mentre continuava ad ascoltare. Gli altri erano tornati con Zimone a Strixhaven: Tyvar e Niko sembravano emozionati riguardo un gioco chiamato “Torre del mago”. Per un attimo, potevano far finta che tutto andasse bene nel Multiverso. Che tutto fosse a posto.


Come minimo, su Kamigawa era una bellissima giornata.



Con il progetto di mappatura di Niv-Mizzet terminato e le Vie dei Presagi messe quasi completamente in sicurezza, Proft ed Etrata erano stati congedati nuovamente ai loro soliti doveri, che per Proft significava passare notti insonni nella riproduzione mentale del suo ufficio ideale a studiare le prove del suo ultimo caso. Distesa di fronte a lui si trovava una perfetta riproduzione di una statua spezzata in svariati pezzi brillanti blu, posizionati come un puzzle con diversi pezzi mancanti, esattamente come l’aveva vista in precedenza durante la giornata.


Non notò la superficie blu-bianca della parete dietro di lui che iniziò a distorcersi leggermente, facendo apparire lentamente la forma di una soglia al posto degli scaffali e delle fotografie. Quando smise di formarsi, lo spazio al centro divenne liscio, creando una porta intagliata con delle falene dalle ali bianche. Gli occhielli sulle loro ali sembravano socchiusi, come se gli stessero lanciando un’occhiata dall’immagine.


Perfino più lentamente di come apparve, la porta si aprì spalancandosi, e un vento freddo soffiò per tutto l’ufficio. Proft si irrigidì.


Quando si voltò, lì non c’era nulla.

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