Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 5: Non Cedere
- Mira Grant

- 28 ago 2024
- Tempo di lettura: 20 min
Per la magia di trasmutazione di Tyvar, la sostanza del pavimento e delle pareti era identica alla carne del mostro che li aveva attaccati. Era snervante pensare che stessero camminando all’interno del corpo di qualcosa di vivo e ostile. Eppure, quando Tyvar li avvolgeva nel corpo della Casa, potevano attraversare le stanze ed esplorare i corridoi senza essere attaccati. Terminava la mimetizzazione ogni volta che uno di loro iniziava a percepire emozioni strane che si facevano strada nelle loro menti, evitando che si trasformassero completamente.
Zimone fu costretta ad ammirare l’abilità con la quale lui applicava e rimuoveva la mimetizzazione, rimanendo sulla sottile linea tra la salvezza e la perdita dell’identità. Durante una pausa, lei gli chiese come faceva a sapere cosa fare, poi osservò la sua espressione farsi afflitta.
“Durante l’assalto su Nuova Phyrexia, osservai molti dei miei alleati perdere sé stessi per sempre” disse lui, con voce bassa. “Al mio ritorno a casa, nel mio bellissimo Kaldheim, osservai lo stesso fato colpire moltissimi altri. Vidi l’Albero del Mondo bruciare. Koma, che io avevo adorato, di cui ricercavo il favore, soccombette a quella crudele trasformazione. La percepii diffondersi, attraverso due mondi, e so come ci si sente in quel processo grazie ai cambiamenti che effettuo con la mia magia. Mi limito ad attendere di percepire la fine del mondo e, quando accade, lascio andare la magia.”
“Mi dispiace” disse Zimone. “Io non volevo-“
“Comunque sia, dovremmo muoverci” disse lui, nuovamente gioviale. Appoggiò una mano alla parete e l’altra sulla spalla di lei, poi la carne della Casa rifluì su di loro, e improvvisamente tristezza, lutto e perdita furono molto lontani, nascosti dietro un velo di incubi.
E continuarono ad avanzare, attraverso stanze mutevoli e gallerie di quadri, oltre un’altra biblioteca, questa con scaffalature vuote e pezzetti di carta che ricoprivano il pavimento come coriandoli macchiati di sangue. Zimone li continuava a guardare bramosamente, come se volesse fermarsi a ricomporre le storie squarciate di questo luogo morto dai corpi che si erano lasciati alle spalle.
Tyvar disattivò e riattivò velocemente il loro occultamento, guadagnando tempo, poi si spostarono all’interno di una stanza impossibile:
Era grande e confortevole, ammobiliata con diversi divanetti e delle grandi sedie imbottite, con gli stili di mobilio apparentemente scelti perché le due tipologie non si distinguessero troppo tra loro. Sulle pareti erano appoggiate delle scaffalature, piene di libri e gingilli, mentre sui muri color crema erano appesi dei quadri piacevoli. Non c’erano strani odori od ombre bizzarre, né macchie di sangue o incubi. Era semplicemente… piacevole: il genere di luogo in cui entrambi avrebbero potuto tranquillamente sonnecchiare un intero pomeriggio.
Della luce solare filtrava attraverso le due finestre chiuse, inondando la ragazza adolescente seduta su uno dei divani più grandi, con un diario aperto sulle ginocchia. Scrisse una riga, poi si fermò, mettendosi l’estremità della penna in bocca mentre guardava pensosa la via tranquilla che si trovava fuori dalla finestra. Su un tavolino vicino aveva un bicchiere di liquido ambrato pieno di scaglie ghiacciate, forse tè, e sembrava tanto pacifica quanto fuori posto. Questa stanza non apparteneva a questo luogo. Era l’antitesi della Casa attorno ad essa e non avrebbe dovuto esistere.
Zimone sussultò, afferrando il braccio di Tyvar per la sorpresa. Lui si voltò per guardarla, aggrottando leggermente la fronte.
“Lei la conosco” sussurrò Zimone. “Era nel quadro che ho trovato nel primo salotto, la prima stanza di quando siamo entrati all’inizio! Ma quel quadro era molto vecchio… e lei è più giovane di me. Come…” Rovistò per trovare il suo rilevatore, sollevandolo e muovendolo di fronte a lei come se stesse analizzando l’area. “Non c’è alcuna magia temporale attiva qui. Come può essere più giovane di me?”
“Magari è un fantasma?” suggerì Tyvar. “Uno spirito di qualche tipo? Non sembra essere consapevole della nostra presenza, e anche avvolto nel corpo di questa casa, io sono difficile da non notare.”
Zimone lo guardò incredula. “Ti stai vantando di quanto tu sia attraente? Veramente? In questa situazione?”
“Sto semplicemente constatando dei fatti… ma guarda. Sta andando via.”
La ragazza, che ancora non li aveva notati, si alzò, prendendo con sé bevanda e diario mentre lasciava la stanza. La trasformazione fu rapida e terribile. Delle nuvole soffocarono immediatamente il cielo esterno, inghiottendo la luce solare, la carta da parati iniziò a scrostarsi e le tende si chiusero strisciando davanti alle finestre ora buie. Del sangue iniziò a ribollire dal pavimento, segnando le sue impronte.
“Non mi pare una bella situazione” disse Tyvar.
“No, decisamente no” disse Zimone. “Andiamo.” Lei iniziò a seguire la ragazza, e questa volta fu Tyvar che fu costretto a seguirla.
La raggiunsero nella stanza successiva, una piccola serra che stava prendendo vita intorno a lei, con piante morte che diventavano verdi e si raddrizzavano, e viticci ambiziosi che lasciavano andare la propria presa dalle pareti e dai mobili mentre si ritiravano all’interno dei loro vasi. Zimone osservò tutto quanto con un occhio di falco.
“Credo di capire” disse lei, lentamente. “Qualsiasi cosa lei sia, sta respingendo la Casa. Non la può toccare. Solo, non so il perché… e credo sia anche il motivo per il quale non riesce a vederci. Se la Casa non può attaccarla in questa stanza, qui dovremmo essere al sicuro. Rilascia la trasmutazione.”
Tyvar annuì e annullò la magia. I due tornarono di carne normale, poi Zimone si schiarì la gola. “Ehilà?” disse ad alta voce.
La ragazza si voltò, vedendoli veramente per la prima volta. Davanti ad una strana donna vestita in modo bizzarro che trasportava un rilevatore squadrato e ad un elfo a torso e piedi nudi, lei fece l’unica cosa sensata: lasciò cadere la sua bevanda e iniziò a gridare.
“Oh no!” sussultò Zimone. “Non siamo qui per farti del male! Volevamo soltanto parlarti.”
“Cosa ci fate in casa mia?” chiese la ragazza.
“Vaghiamo senza meta, cerchiamo di evitare una morte praticamente certa e cerchiamo i nostri amici, da cui siamo stati separati a causa di una parete dall’aspetto maligno” disse Tyvar.
La ragazza sembrò solamente più confusa.
“Mi dispiace” disse Zimone. “Stavamo seguendo uno strano fenomeno e ci siamo ritrovati qui. Io mi chiamo Zimone. Tu sei…?”
“Io sono Marina” disse la ragazza. “Marina Vendrell. A meno che voi non siate qui per uccidermi, in tal caso sono una che correrà in strada per chiedere aiuto alla guardia.”

“Che bel nome” disse Tyvar. “Entrambi. Io sono Tyvar Kell, principe di Skemfar. Non siamo qui per ucciderti. Possiamo parlare?”
“Suppongo… di sì” disse Marina. “Come siete entrati?”
“Per la porta” disse Zimone. “Abbiamo bisogno di sapere cos’è successo alla Casa.”
“In che senso, cos’è successo alla casa?” Marina aggrottò la fronte, apparentemente confusa. “È la casa, com’è sempre stata. State forse poco bene?”
“La Casa ha sempre avuto dei mostri che spuntano dalle pareti per cercare di mangiare le persone?” chiese Zimone, inorridita.
Marina la fissò. “Cosa? No!”
“In biblioteca ho trovato un libro sulla storia di questo luogo, e nemmeno lì venivano citati i mostri” disse Zimone. “Quindi è successo chiaramente qualcosa.”
“Oh, intendi Un’Amministrazione Architettonica? L’aveva iniziato l’ultima persona che viveva qui. Una tipa un po’ stramba, se posso dire… credeva che la casa dovesse essere trattata con il rispetto che si mostrerebbe ad un essere vivente. Ha vissuto qui per molti anni. Ed è anche morta qui. Quando abbiamo comprato la proprietà l’agente immobiliare ci ha chiesto di aggiornarlo: era una delle condizioni per la vendita, che aggiornassimo il libro durante la nostra occupazione. Mamma e Papà pensavano che fosse sciocco, ma io pensai che fosse dolce, in qualche modo. Ogni cosa merita rispetto per il posto che occupa nel mondo.”
“Proprio quel libro” disse Zimone.

“Era quello con la magia sgradevole dal punto di vista accademico annotata ai margini?” chiese Tyvar.
Marina arrossì di colpo. “Stavo solo prendendo appunti” disse lei.
Zimone aggrottò la fronte. “Sei stata tu? Marina, quel tipo di magia è… bè, è pericolosa. Delle persone potrebbe farsi veramente male, o peggio, se usassi qualcosa del genere. Hai usato qualcosa del genere? È questo che è accaduto alla Casa?”
Marina rispose come una bimba molto più piccola che stava venendo sgridata: si mise le mani sulle orecchie e strinse gli occhi fino a chiuderli completamente, cantilenando: “Voi non siete reali, voi non siete qui, voi non siete reali, voi non siete qui.”
Mentre il quadrato di pavimento esattamente sotto i suoi piedi rimaneva immutato, il resto della stanza iniziò a distorcersi e contorcersi, con le pareti che aprirono dei fori dai quali strisciarono fuori delle bestie da incubo ricoperte di pustole, con lunghi arti dalle molte giunture che si allungavano per afferrare Tyvar e Zimone. Zimone fece un lungo passo verso Marina, cercando di raggiungerla con la mano, solo per essere fermata da Tyvar, che la tenne stretta per il retro della sua camicia. Lui scappò, trascinandosi dietro anche lei.
Si addentrarono ancora di più nella Casa, con le bestie all’inseguimento, finché non riuscirono a girare un angolo ed appiattirsi contro un muro, lasciando che la carne della Casa si insinuasse su di loro quando la magia di Tyvar ebbe nuovamente effetto. Ansimando, si staccarono e sbirciarono nel corridoio, osservando la progenie della casa che li oltrepassava furiosamente.
“La Casa la protegge” disse Tyvar.
“Sembra proprio così” disse Zimone. “Lei ha qualcosa a che fare con quello che è successo qui, ne sono sicura. E abbiamo la prova.”
Tyvar aggrottò la fronte. “Prova?”
Zimone sollevò il piccolo libro rovinato che aveva afferrato prima di venire trascinata fuori dalla serra.
“Ho preso il suo diario” disse lei.
“Normalmente, questa la considererei un’enorme violazione della vita privata” disse Zimone. Avevano dovuto entrare in tre stanze prima di trovare un tavolo intatto dove potersi accomodare per analizzare il suo ritrovamento. “Ho effettivamente sbirciato nel diario di Rootha una volta, e si era lanciata in questo breve monologo su quanto brucino facilmente le persone. Non sono nemmeno sicura se stesse soltanto cercando di spaventarmi, dopo aver letto tutto. Stava essenzialmente solo rassicurando sé stessa, e il fuoco la fa calmare. Comunque sia, i diari dovrebbero essere super segreti, da non sbirciare, mai e poi mai, ma credo che le nostre circostanze siano abbastanza uniche.”
“Sembra che tu stia cercando di convincerti a farlo” disse Tyvar.
“Avete dei diari su Kaldheim?”
“Tra la mia gente, se una cosa non è pensata per essere ripetuta, non dovrebbe essere trascritta” disse lui. “Le storie e le saghe sono fatte per essere condivise, mentre i segreti devono rimanere tali, per tenerli al sicuro da occhi indiscreti.”
“Oh. Bè, a noi va bene che lei tenga un diario, perché dobbiamo sapere” disse Zimone, poi aprì il piccolo libro all’inizio.
La calligrafia di Marina era precisa e abbastanza chiara. Zimone iniziò a leggere.
Non voglio traslocare, ma quello che voglio non importa, perché stiamo traslocando. È “meglio per il lavoro di Papà” e io andrò in “una bellissima nuova scuola” dove si assicureranno che io mi faccia “tantissimi fantastici nuovi amici”.
Già. Perché sedici anni nel nostro vecchio quartiere circondata soltanto da altri stramboidi mi ha preparata ad essere estroversa come una farfalla in questo nuovo ambiente scolastico. Io sono più come una falena. Rimango nell’ombra, non sto in mezzo e spero di non venire spiaccicata prima di trovare una lanterna sulla quale immolarmi. Non che lo noterebbero visto che, per quanto cerchino di far finta che io non esisto…
“Va avanti così per un po’ di pagine” disse Zimone, sfogliando oltre. “Credo che Marina fosse molto sola, e quasi spaventata dal trasloco, quindi faceva finta che non le importasse. Ma aspetta, qui…”
Iniziò nuovamente a leggere.
La presenza che percepii nel seminterrato quando siamo entrati la prima volta, l’ho percepita ancora, quindi sono scesa per vedere cosa riuscivo a trovare. Questa volta mi ha parlato! Il suo nome è Valgavoth… Val… e fu evocato qui e vincolato da uno dei precedenti proprietari. Pensavano che sarebbe stato come i piccoli spiriti di servizio che la gente evoca per le mansioni semplici, e quando si resero conto di quanto fosse grande e potente, andarono nel panico e scapparono, ma non lo liberarono. È stato qui per tutto questo tempo, da solo. Dice che può darmi una lista di libri che potrebbero aiutarmi a capire come liberarlo…
“E credo che sia qui dove iniziò quella ricerca discutibile dal punto di vista accademico” disse Zimone. “Qui è scritto molto fitto, e parla di demonologia, necromanzia e legami spiritici. Tutto punta a delle brutte notizie. Ma questo Valgavoth era prigioniero, e perché la Casa sia ancora così attiva significa che deve per forza essere ancora qui.”
“Anche adesso?” chiese Tyvar, apparentemente ammaliato. “Continua a leggere, skald, e raccontami la storia.”
“Sei molto strano” disse Zimone.
Ho letto i libri, e credo che riuscirei a liberarlo, ma… non voglio più farlo per davvero. La scuola è ancora orribile e, forse è egoista da parte mia, ma Val è l’unico vero amico che ho avuto da quando ci siamo trasferiti qui. Non voglio perderlo. E poi è stato rinchiuso per tanto, tantissimo tempo, e la cosa lo fa infuriare abbastanza, anche se cerca di far finta che non sia così quando parliamo. Credo che se lo lasciassi libero, potrebbe fare del male a molte persone prima di andarsene. Io non voglio fare del male a molte persone.
“Quindi, Marina era essenzialmente una brava persona fino a un certo punto, anche se stava compiendo delle discutibili scelte accademiche” disse Zimone.
“Sembrerebbe.”
“Qualcosa dev’essere cambiato” disse Zimone. Si massaggiò la nuca. “I miei pensieri stanno iniziando ad infastidirmi. Riusciamo a tornare noi stessi per qualche secondo?”
Tyvar annuì, lasciando andare la trasmutazione. Il peso oppressivo dell’attenzione della Casa tornò all’improvviso e, dopo un attimo, Zimone disse:
“Va bene, riattivala. Non voglio continuare a leggere mentre la Casa riesce a vederci.”
Oggi è stato il giorno peggiore finora. Alcune delle ragazze della lezione di necrobiologia hanno deciso di mettermi all’angolo dopo la lezione e poi…
Quello che mi hanno… chiamata… spintone… il muro.
“Un bel po’ di questo passaggio è stato scarabocchiato” disse Zimone. “Ma ciò che è rimasto sembra parecchio brutto. Ci sono delle macchie lasciate dalle lacrime sulla carta. Credo che le abbiano fatto talmente male da farla piangere.”
Val dice che può fargliela pagare per ciò che hanno fatto. Che può farle soffrire. Non mi importa più. Non posso vivere in questo modo.
Le inviterò a casa domani dopo la scuola.
Zimone sfogliò all’annotazione successiva, trattenendo il fiato:
Che cos’ho fatto?
Lui le ha prese. Delle mani sono uscite dalle pareti e le hanno afferrate, e loro urlavano, urlavano e cambiavano, come se lui si stesse muovendo sotto la loro pelle, e poi loro smisero di urlare e le trascinò dentro le pareti, facendole sparire. Non è rimasto nulla.
Sono stata io. Lui è intrappolato: non importa quanto sia arrabbiato o quanto voglia ferire le persone, non ci sarebbe riuscito senza di me. Sono stata io a ucciderle. Io ho permesso che accadesse.
Non riesco a dormire. La casa continua a cigolare, e i muri stanno pulsando, come se stessero cercando di respirare. Io continuo a pensare di poterle sentire che si muovono lì dentro, intrappolate dentro la casa, che cercano di scappare.
Sono stata io.
Zimone alzò lo sguardo. “Oh no.”
Passò alla prossima annotazione:
Le due case ai nostri lati sono sparite, e ora casa nostra è più grande. Credo che, in qualche modo, Val sia la casa dopo tutto questo tempo, ed è affamato, infuriato e gli ho concesso il potere di iniziare a divorare il mondo attorno a lui. Non posso permettere che continui. Devo parlargli. Devo trovare un modo per salvare me stessa, per salvare i miei genitori. Forse non posso salvare il mondo, ma non devo essere per forza un completo mostro, giusto?
Non è troppo tardi.
Zimone chiuse il diario, fissando il muro mentre lo appoggiava di lato. “Quei rituali su cui lei stava facendo le ricerche… con l’energia vitale di quattro persone Valgavoth poteva riuscire ad espandere la sua portata esponenzialmente. Intrappolare altre persone al suo interno, e poi farlo ancora, e ancora, e ancora. Finché all’esterno non sarebbe rimasto nulla.”
“Cosa intendi?”
“Non credo che fuori dalla Casa sia rimasto qualcosa del piano.” Zimone si voltò per guardare Tyvar, con uno strano volto sotto la sua maschera da casa degli orrori, con gli occhi spalancati e terrorizzati. “Penso che a questo punto, matematicamente parlando, Valgavoth sia ogni cosa.”
La “stanza” esterna dove avevano incontrato i viminidi danzanti era connessa ad altre simili, “stanze” che contenevano foreste, distese di rovi e colli desolati. Nashi li guidava sempre più in profondità, attraverso ambienti che non avrebbero mai dovuto essere limitati in quel modo. La Viandante pensò di aver udito un fiume che scorreva in lontananza, con l’acqua che si infrangeva sulle pietre e, per quanto quel suono fosse impossibile, voleva seguirlo fino alla fonte. Voleva sapere.
Ogni volta che sembrava che fossero riusciti a lasciare la Casa, c’era uno scorcio di muro o un riflesso di luce da una finestra mezza nascosta; per quanto quegli ambienti sembrassero naturali, erano comunque completamente contenuti. Niko rabbrividì alla vista di un cumulo di terra costellato di ossa e circondato dagli alberi, così simile ai tumuli di Kaldheim e così diverso dalle tombe di Theros. Le differenze non avevano importanza. Osservava le somiglianze e riconosceva un cimitero quando ne vedeva uno.
Il gruppo continuava a camminare, con Nashi che continuava a fare strada, anche se Winter annuiva in maniera incoraggiante quando qualcuno volgeva lo sguardo verso di lui, facendo capire che erano sulla strada giusta. La foresta divenne boschetto e poi solamente rovi, finché non sbucarono in un grande campo troppo impossibilmente vasto per essere contenuto. Sulle colline ondulate erano disseminate delle capanne, alcune delle quali con del fumo che saliva dai loro comignoli, creando delle strisce grigie nell’aria pallida. A un certo punto, durante il loro viaggio, erano tornate le luci, inizialmente fioche, poi sempre più luminose, finché non riuscirono a vedere ogni centimetro del terribile panorama attorno a loro.
Anche all’”esterno” la Casa continuava a tormentarli. Nella corteccia degli alberi incombenti erano intagliati dei volti urlanti… e dopo i viminidi, era impossibile capire se gli alberi urlassero perché crescevano in quel modo, o perché un tempo erano dei sopravvissuti ed ora erano ancora consci e consapevoli del loro destino immobile. L’erba che cresceva sulle colline in piccole macchie aveva un aspetto sospettosamente simile a delle ossa, dando l’impressione che potesse chiudersi attorno a un piede o far impigliare l’orlo di un vestito in qualsiasi momento.
Quello non era un bel posto, per quanto l’aria sembrasse fresca o i fiumi scorressero allegramente.
Winter fece uscire un piccolo suono infelice. La Viandante e Niko gli rivolsero lo sguardo, e lui scosse la testa. “Questa è la Valle della Serenità” disse lui. “Qui ci vive il Culto di Valgavoth. Dovremmo tornare indietro.”
“Mia madre mi sta chiamando da questa direzione” disse Nashi. “Siamo nel posto giusto.”
“Ma-“
“Non dovete venire per forza. Non vi ho chiesto io di seguirmi fin qui.”
“Noi verremo con te, a qualunque costo” disse la Viandante. Lei lanciò a Winter uno sguardo di sfida.
Winter sospirò. “Non dite che non vi avevo avvertito” disse lui, poi il trio continuò a camminare.
Il barlume della Viandante continuava a fluttuare attorno alle sue spalle, girando intorno a lei mentre camminava. Niko estrasse un frammento dal nulla, facendolo ruotare attorno alle dita e guardando Winter attentamente.
“Di che genere di culto stai parlando?” chiese.
“Il Culto di Valgavoth” disse Winter. “Dicono che Duskmourn fu creato da un’entità evocata dai loro antenati, un’entità che affondò le proprie radici in questa Casa per crescere fino ad inglobare ogni cosa. Il demone chiamato Valgavoth è intrappolato qui come tutti noi, ma a lui non interessa più così tanto, visto che mangia bene. Questo, per qualcosa come lui, è un perfetto luogo per cibarsi: fertile e rigoglioso. Il culto dà la caccia ai sopravvissuti, sia quelli originari di qui che le persone come me e i miei amici… o voi. Quando possono ci catturano, poi ci portano via o per essere convertiti, oppure per essere dati in pasto a Valgavoth. In qualsiasi caso, quelli che catturano non fanno più ritorno.”
“Sembrano delle personcine adorabili.”
“Non lo sono.”
“Stavo facendo del sarcasmo.”
“Lo so.”
“Allora perché…” Niko si ricompose, scuotendo la testa. “Lascia perdere. Quindi, questo culto porta guai?”
“Del peggior tipo” disse Winter, in modo tragico.
Niko lo guardò. “Dopo i viminidi, i lamidi e gli intermispettri, questo porta i guai del peggior tipo?”
“Lo vedrete” disse Winter. Sospirò. “Speravo ci avremmo impiegato più tempo prima di incontrarli.”
“Allora sapevi che li avremmo incontrati.”
“Sono inevitabili su Duskmourn. Loro, proprio come il loro Padre Divoratore, sono ovunque.”
Niko aggrottò la fronte e seguì Nashi e la Viandante attraverso un tunnel di pietra con la forma di una porta, che conduceva alla prossima stanza.
Sembrava una caverna naturale scavata nella roccia da secoli di erosione, con le pareti ruvide e sconnesse, il soffitto cosparso di stalattiti. Dal terreno si alzavano alcune stalagmiti gemelle, ma la maggior parte mostrava i segni di una modifica intenzionale, con le cime tagliate e lisciate per essere usate come superfici piatte per lanterne rituali, recipienti e perfino una grande lastra di pietra creata appoggiando uno strato di quarzo scheggiato a mano in cima a quattro stalagmiti appiattite.
Tutti quegli oggetti erano decorazioni ambientali, fatti immutabili di quel luogo, e nemmeno lontanamente disturbanti quanto ciò che conteneva la stanza. Mezza dozzina di figure umanoidi vestite di lunghe tuniche con la forma delle ali di una falena, pulite e ben rammendate, ma sfilacciate sui bordi. A Niko ci volle un attimo per rendersi conto perché lo stato dei loro vestiti fosse così nefasto.
Non c’erano toppe. Né macchie. Loro avevano il lusso di avere cura di sé stessi in un modo che Winter non aveva mai potuto e, per estensione, che era stato negato agli altri sopravvissuti che vagavano per la Casa. In questo luogo, la pulizia era praticamente una dichiarazione di potere.
Ai lati della stanza erano appese delle crisalidi: oggetti duri e spigolosi che davano l’impressione di possedere allo stesso tempo geometria naturale e innaturale, come se fossero stati plasmati da solidi platonici e trascinati fuori da un’altra dimensione. Erano dipinte in sfumature di verde e marrone e, mentre Niko osservava, una di esse si contorse, mossa da qualcosa al suo interno. Era disturbante. Se le guardava troppo a lungo, i suoi occhi provavano una fitta di dolore.
Tre persone con vestiti più simili a quelli di Winter erano legate al centro della stanza, e tentavano di strattonare debolmente le corde che li legavano. Una di loro aveva uno squarcio dall’aspetto terribile sulla gamba, che aveva oltrepassato diversi strati di tessuto fino a raggiungere la pelle sottostante; gli altri due sembravano incolumi. Una delle figure in tunica, che teneva un libro rilegato in cuoio vicino al petto, stava predicando verso di loro.
“Il Padre Divoratore non ha ancora rifiutato il vostro servizio” disse lui, con voce sonora e roboante, chiaramente intonata per ammaliare. “Possiate rinascere nel suo nome, e possiate essere trasformati nella gloria, ripuliti dalla vostra paura dal Dono della Soglia. Non sarebbe glorioso, figlioli, non avere più paura? Non camminare più avvolti nelle catene della vostra debolezza, incapaci di ergervi sicuri ed orgogliosi al di sotto della sua gronda?”
La sopravvissuta ferita iniziò a piangere rumorosamente. “Sì” disse lei, tra le lacrime. “Sarebbe bellissimo. Ho avuto così tanta paura.”
“Zitta” sibilò uno dei suoi compagni. “Hanno il nostro equipaggiamento, ma possiamo ancora andarcene da qui. Possiamo ancora sopravvivere.”
“Non possiamo! Ve l’ho detto e ripetuto, ma voi non avete ascoltato, perché volevate essere coraggiosi. Bè, essere coraggiosi non vuol dire non avere paura.” Lei guardò l’oratore, con gli occhi lucidi e spalancati. “Io non voglio più avere paura.”
“Prendetela” disse l’oratore.
Le altre figure, i cultisti, avanzarono, liberandola. Uno di loro le baciò la fronte. Un altro le prese il braccio. Insieme, la trasportarono verso la crisalide più vicina, che era aperta nel mezzo, e iniziarono ad appoggiarla all’interno.
Niko non riusciva più a guardare. Saltò sulla stalagmite più vicina, con un frammento che apparve nella sua mano. “Ehi!” gridò. “Lasciatela stare!”
Lentamente e deliberatamente, l’oratore si voltò per osservare Niko, poi spostò lo sguardo verso i suoi compagni. “Incredibile” disse lui. “Ce l’hai fatta per davvero.”
La Viandante iniziò ad avanzare, solo per percepire una strana sensazione placida che iniziò ad invaderla. Non fu sufficiente a farla svenire, visto la sua forte volontà, ma rese le mani che improvvisamente afferrarono le proprie braccia da entrambi i lati come se fossero fatte di ferro. Nashi si spostò al suo fianco, ma venne catturato in maniera simile, così come gli altri nezumi, lasciando liberi solamente Niko e Winter.
Niko saltò giù dalla stalagmite e si spostò per fiancheggiare Winter, con la chiara intenzione di aiutare l’uomo ad evitare la cattura. Winter si limitò ad abbassare la testa, senza dire nulla, mentre i cultisti avanzavano per afferrare anche Niko.
L’oratore si mosse verso la coppia mentre Niko si dimenava, cercando di liberarsi. Lui sorrise e appoggiò con approvazione una mano sulla spalla di Winter. “Tu diventerai uno dei favoriti” disse lui.
“A questo punto, sarà meglio che sia vero” disse Winter, poi indietreggiò, tirando una pietra mobile dalla parete. Una lastra di granito solido cadde pesantemente tra lui e gli altri, chiudendoli nella stanza con i cultisti.
Era una battaglia impari fin dall’inizio. Una delle più grandi spadaccine del Multiverso, l’infallibile lancia-giavellotti e Nashi, che aveva imparato a sopravvivere tra le strade di Kamigawa, facendo a gara contro persone che non avevano un rifugio sicuro come lui dentro il quale ritirarsi, contro sette cultisti. Non potevano perdere in alcun modo.
Ma poi il loro leader sollevò il suo libro e soffiò tra le pagine, dopodiché uno spesso strato di polvere si sollevò dalla carta, brillando d’argento alla luce mentre copriva ogni cosa nelle vicinanze. I loro arti divennero pesanti e i loro movimenti lenti, finché non svennero brevemente, cadendo in un vuoto che era assolutamente distinto e separato dal sonno.
La Viandante fu la prima a risvegliarsi. Venire sballottata avanti e indietro per il Multiverso dalla propria scintilla per anni l’aveva preparata meglio di altri a riprendersi da shock improvvisi, e riuscì a scrollarsi di dosso gli ultimi effetti della polvere sedativa per ritrovarsi appesa da degli anelli di un materiale bianco e cotonoso che la bloccavano contro un palo. Ora si trovavano in una caverna differente, più grande e buia, con degli affioramenti di roccia seghettati sulle pareti. Lei riusciva a vedere i suoi compagni, legati ad altri pali di pietra lungo i lati della stanza.
Una parete era occupata da un enorme bozzolo pulsante che vibrava come il battito di un cuore, con il sussurrante suono delle sue contrazioni ed espansioni che riecheggiava per la camera.
Al centro della stanza si trovava un altro altare e, sopra l’altare, un dispositivo quadrato come quello che trasportava Winter, come quelli che avevano visto abbandonati per tutta la Casa. La parte superiore era aperta, e l’eco della pergamena di Tamiyo fluttuava in quel punto, sfarfallando ogni tanto fuori fuoco, come se lei provasse dolore a manifestarsi. Le sue spalle erano abbassate e la sua testa chinata, e parlava all’uomo di fronte a lei con una voce troppo bassa per essere udita dalla Viandante. L’uomo stava trascrivendo ogni sua singola parola.
“Storie davvero deliziose” disse una voce alla sua sinistra. Lei fece scattare la testa in quella direzione, quanto più possibile, e vide l’uomo che stava conducendo il rituale nella prima caverna in piedi di fianco a lei, con il libro ancora tra le mani. “È stata una gloriosa scoperta, un gioiello inestimabile, e siamo più che onorati di averla come ospite.”
“Lei non è una cosa che può essere presa” sbottò la Viandante.
“Eppure l’abbiamo presa” disse l’uomo, quasi con allegria. “Il Padre Divoratore non ha interesse ad abbandonare Duskmourn. Questo è stato un glorioso bozzolo che l’ha nutrito e fatto crescere, ed è diventato forte. Ma di recente lo spazio fuori dalle mura è cambiato, e ora può diffondere la sua benedizione ancora più lontano, raggiungendo sempre più mondi. Non ha più bisogno di usare tutta la sua possanza per aprire una sola porta. Ora ha solamente bisogno di sapere che esistono.”
La Viandante cercò di divincolarsi dalle sue catene. Riusciva a sentire Nashi e Niko che iniziavano a svegliarsi. “Stai rubando le sue storie. Le stai dando a un mostro.”
“Se desiderate rimanere degli eretici, io non posso salvarvi, ma vi saremmo gloriosamente grati se decideste di unirvi a noi” disse l’uomo, sembrando quasi dispiaciuto. “L’offerta è stata fatta. Dovete solamente accettare.”
La Viandante lo guardò malamente, scuotendo la testa. L’uomo sospirò.
“Che peccato e che spreco, ma avete tempo per cambiare la vostra risposta.”
Con il libro sotto braccio, lui si allontanò da lei, verso l’altare dove il ricordo di Tamiyo stava raccontando, senza avere alternativa, il lavoro della sua vita ad un crudele pubblico.
I suoni di Ravnica sembravano un assalto dopo l’inquietante silenzio di Duskmourn. Kaito si guardò in giro, preoccupato di venire attaccato. Si trovava nel vicolo dove aveva incontrato Zimone la prima volta, dov’era cominciato tutto quanto… aveva puntato a Ravnica? Aveva puntato qualche luogo specifico? Era così disperato di fuggire prima che fosse troppo tardi…
Qualcosa pizzicò il suo palmo stretto a pugno. Si costrinse ad aprire la mano. Nella sua mano si trovava un pezzo di legno macchiato di sangue, un regalo d’addio da parte di Duskmourn. Kaito lo guardò con disprezzo, poi espanse la sua coscienza nella Cieca Eternità, alla ricerca delle vili fondamenta della Casa. Afferrandole, cercò di lanciarsi attraverso il vuoto, verso l’infinito…
Ma non accadde nulla. Il panico si fece temporaneamente strada dentro di lui, con la mano che si strinse velocemente sulla scheggia mentre la paura risaliva dalla bocca del suo stomaco. Era giunto il momento anche per la sua scintilla di spegnersi, lasciandolo alla mercé delle Vie dei Presagi come molti degli altri? Era in trappola? Kamigawa si era ritrovata senza un difensore che potesse reagire alla giusta velocità?
Il panico trasferì quella velocità alle sue gambe mentre si affrettava per il vicolo verso il punto in cui Niv-Mizzet e gli altri avevano allestito l’accampamento. Aminatou ed Etrata lo videro e gli fecero cenno di fermarsi, ma lui continuò ad avanzare, diretto nella zona di quarantena.
Era quasi arrivato quando Niv-Mizzet chiuse un enorme artiglio sulla sua spalla, costringendolo a fermarsi.
“Kaito, cos’è successo?” chiese lui, quasi gentilmente.
Kaito si fermò. “Siamo stati separati, e poi Jace… Jace si trovava lì.”
“Beleren?” chiese Niv-Mizzet.
“Mi ha abbandonato.” Kaito guardò Niv-Mizzet, offeso. “Ha detto che gli dispiaceva, poi mi ha abbandonato.”
Aminatou ed Etrata l’avevano ormai raggiunto, con Yoshimaru subito dietro Aminatou. Lei allungò la mano verso Kaito, poi sembrò pensarci meglio e ritrasse il braccio. “Ciò che temi non è accaduto” disse lei. “Sei ancora acceso, e non ridotto in cenere. Il problema non è dentro di te. È dentro la Casa.”
“La Casa?” chiese Kaito.
“Ora ti conosce. Ha capito che non vali i problemi che le crei. Non ti vuole all’interno delle sue mura. Il fato del tuo amico dipende dalle persone che si trovano già con lui. Se hai scelto con saggezza, lui verrà liberato.”
Proft raggiunse il gruppetto, muovendosi con meno urgenza rispetto agli altri. Spostò lo sguardo verso la mano di Kaito, che stava ancora stringendo il pezzo staccato da Duskmourn.
“Se vuoi venire con me, credo di avere un’idea che potrebbe aiutarci” disse lui, facendo cenno a Kaito di avanzare.
In mancanza di idee migliori, Kaito lo seguì verso le postazioni di lavoro dall’altra parte del cortile. Il tempo stava scorrendo. E non era dalla loro parte.


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