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Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 4: Non Arrenderti


La lucente ombra dorata di Kyodai li guidò oltre… anche se “guidare” poteva non essere la descrizione corretta. Non era chiaro se il piccolo drago sapesse di essere seguito o capisse dove stava andando. Aveva iniziato a muoversi quando la Viandante gli chiese di aiutarli a trovare Nashi, ma da allora non aveva più risposto ad alcuna richiesta, nemmeno quando lei gli chiese di rallentare.


Il barlume poteva muoversi per la Casa senza timore. Winter diceva che i barlumi a volte sparivano o si spegnevano, ma non sapeva come o perché accadesse, né se esistessero dei mostri nella Casa adibiti specificatamente a soffocare qualsiasi speranza. Se esistevano, si muovevano nell’ombra, e nessuno li aveva mai visti colpire. Il barlume continuava ad avanzare con la stessa velocità, anche mentre ondeggiava attraverso stanze piene di nebbia agitata, oltre esseri immensi con la pelle simile a spuntoni frastagliati di ossidiana, che strappavano e spezzavano i resti di qualunque cosa fosse stata abbastanza sfortunata da attirare la loro attenzione, oltre masse di carne senza occhi e masse brulicanti di occhi. Tutti quegli orrori lo ignoravano, lasciandolo andare pacificamente per la propria strada.


Winter, Niko e la Viandante seguivano il barlume, muovendosi senza quella noncurante sicurezza di sopravvivere, visto che dovevano attraversare a piedi ogni stanza attraverso la quale sfrecciava e senza attirare l’attenzione. Durante uno dei rari momenti in cui nulla di orribile si trovava nelle vicinanze, Winter mormorò amaramente: “Qualcosa avrebbe già dovuto assalirci in tutto questo tempo.”


“Non attirarci dei guai” disse Niko.


“Non lo faccio” disse Winter. “Se la Casa ci sta facendo passare, significa solamente che sta architettando qualcosa.”


“Allora stiamo attenti” disse la Viandante, poi il gruppo continuò a muoversi, seguendo il barlume di lei in una lunga galleria piena di specchi incorniciati d’oro. La metà era infranta, con i frammenti di vetro sparsi sul pavimento. L’altra metà rifletteva con una strana distorsione irregolare.


Niko aveva vissuto su Kaldheim abbastanza a lungo da aver visto gli arcobaleni danzanti dei nastri di Esika riflessi attraverso la nebbia ghiacciata e infranti in migliaia di particelle di luce e colore. Ciò che avevano davanti ci assomigliava, ma… era senza vita. Era altrettanto brillante, altrettanto sorprendentemente ipnotico ma, allo stesso tempo, era morto.


Winter continuò ad avanzare finché non si rese conto che i suoi compagni si erano fermati ad ammirare gli specchi. Solo allora si fermò e tornò indietro per vedere cosa stessero guardando. Kyodai lo seguì, dimostrando di essere conscia della situazione per la prima volta da quando era iniziato il loro viaggio. Winter si irrigidì quando vide il colore tremolante riflesso nel vetro. Imprecando a bassa voce, afferrò Niko per il braccio e lo tirò per allontanarsi dallo specchio che stava fissando.


“Dobbiamo muoverci” disse lui. “Qui siamo troppo esposti, non possiamo starcene qui ad aspettare che quelli finiscano di manifestarsi.”


“Quelli chi?” chiese Niko.


“Gli intermispettri” disse Winter. “Usano le superfici riflettenti per entrare nella Casa. Per moltissimo tempo avevamo pensato che fosse la prova che da qualche parte avremmo potuto trovare un sacco di specchi camuffati da finestre e che ci avrebbero permesso di fuggire, ma no. A quanto pare si può entrare e uscire solo se sei qualcuno che è morto all’esterno della Casa e in qualche modo è rimasto intrappolato esattamente come tutti noi.”


Come convocata dalla sua spiegazione, un’entità irregolare iniziò a spingersi dalla cornice dello specchio, con la luce riflettente in continuo movimento che si spostava con essa mentre si riuniva in una forma umanoide che si inclinò verso Niko. Degli echi dei propri arti la seguirono dietro di essa, creando una nube tremolante di distorsioni incomplete, come se la figura stesse esistendo in ogni tempo contemporaneamente, propagandosi al contempo tra le probabilità. Non sembrava essere solida, ma sembrava essere comunque letale.


Dalla liscia parte anteriore della sua “testa” si formò la vaga impressione di un volto, e la sua nuova bocca si spalancò, tendendosi verso Niko anche mentre continuava ad allungare le braccia.


Gli occhi di Niko si spalancarono. “No” disse, uscendo improvvisamente da quella fuga momentanea. “No, non credo che faremo una cosa del genere.” Allungò la mano nell’aria vuota di fianco e ne estrasse un frammento lucente di forza magica dalle sfumature blu, facendolo roteare sul suo palmo prima di scagliarlo all’entità.


Colpì senza colpire, racchiuse senza racchiudere. Il frammento toccò l’entità, poi l’entità scomparve, mentre il frammento rimase intatto, ora con una patina di mutevole luce multicolore che danzava al suo interno.


Lo specchio diventò opaco, smettendo di riflettere Niko, ma nemmeno più colmo di luce. Niko raccolse il frammento dall’aria e lo ruotò un’altra volta mentre studiava il suo ospite, poi lo abbassò, tenendolo vicino al fianco.


Si voltò per trovare Winter con lo sguardo fisso su di sé. Niko alzò un sopracciglio. “Sì?” chiese.


“Quello era… non puoi combattere con uno di quelli” disse Winter. “Ti prendono e tu muori. Oppure devi usare un acchiappa-fantasmi per esiliarli all’esterno, da dove sono arrivati. Ciò che hai appena fatto è impossibile!”


“Suppongo che nessuno abbia aggiornato il coso dello specchio al riguardo” disse Niko.


Il barlume dorato di Kyodai era ancora visibile alla fine del corridoio, con la Viandante subito dietro di esso. Il barlume era apparentemente riuscito a farla uscire dalla propria fuga e lei era tornata a seguirlo lungo il percorso che li avrebbe sperabilmente condotti verso Nashi. Niko e Winter si affrettarono a raggiungerli, e tutti e quattro continuarono ad addentrarsi nella Casa.


Era difficile chiamare ciò che stavano facendo “addentrarsi”, poiché non esisteva un senso di inizio o di fine nel labirinto di stanze e corridoi che spiraleggiavano attorno a loro. I tentativi di Niko di usare la logica per comprendere l’architettura si erano da molto sgretolati e ridotti in polvere, impossibili da proporre dinnanzi al testardo rifiuto della Casa di seguire delle regole consistenti. Dopo la sala degli specchi, attraversarono una riecheggiante sala da ballo vuota con il soffitto nascosto da una coltre solida di ragnatele che pulsavano e si scuotevano, come se qualcosa di nascosto si muovesse sopra di loro, avvertito della loro presenza ma non incline ad attaccare.


Quella stanza si connetteva non ad un altro spazio chiaramente confinato, ma con quella che sembrava una porzione di foresta racchiusa nelle pareti filigranate in vetro e metallo di un’aranciera. Torreggiavano perfino oltre gli alberi, creando in alto una cupola a punta, e l’aria, nonostante odorasse di limo e cose verdeggianti in crescita, era immobile e stagnante come qualsiasi altra cosa all’interno di uno spazio chiuso.


“Siamo ancora dentro” disse la Viandante.


Winter aggrottò la fronte verso di lei. “Certo che lo siamo” disse lui. “Ogni cosa è dentro. Non l’avete ancora capito? Non è rimasto nessun fuori. La Casa se lo è preso per sé molti anni fa, e ora ogni cosa è dentro, tranne gli intermispettri e il vuoto dal quale provengono.”


“Qualcuno dovrà aver costruito questo posto” disse la Viandante. “Non può averlo fatto se era già intrappolato al suo interno.”


Winter soffocò una risata.


Il barlume li stava conducendo verso gli alberi. I membri del trio si avvicinarono tra loro mentre lo seguivano, sentendosi piccoli ed insignificanti all’ombra di questa foresta prigioniera. C’era qualcosa di così profondamente innaturale in quel panorama da far scattare i loro nervi già tesi, e Niko dovette resistere all’istinto di creare un nuovo frammento solo per avere un’arma a portata di mano. La Viandante estrasse la spada mentre camminava, tenendo la lama bassa e pronta a colpire davanti a lei.


Il barlume si fermò improvvisamente ed iniziò a girare in cerchio nell’aria, con il suo bagliore che illuminava gli alberi attorno ad esso. La Viandante si fermò, aggrottando la fronte, poi camminò verso di esso allungando la sua mano libera con il palmo rivolto verso ciò che sarebbe dovuto essere il cielo.


Il barlume smise di girare e si appoggiò, solo per un attimo, sulla mano di lei. Poi si alzò in volo e scattò a posizionarsi sulla sua spalla. La Viandante guardò tra le profondità degli alberi e barcollò all’indietro, riuscendo a malapena a trattenere un sussulto.


“Cosa c’è?” chiese Winter, a bassa voce.


Lei scosse la testa con vigore mentre si voltava per guardare i suoi compagni, poi fece un secco gesto con la sua mano libera. Loro la guardarono con sguardo assente. Lei fece di nuovo lo stesso gesto, poi sospirò e sussurrò: “Davanti a noi. Non fate rumore.”


Insieme, i tre si raggrupparono per guardare nel varco tra gli alberi e assistettero ad un incubo.


Un fuoco freddo bruciava al centro di una radura apparentemente naturale, con i bordi irregolari e disseminata di pietre e radici. Le scintille che si levavano dalle fiamme assumevano la forma di fiocchi di neve, non di lapilli, brillando di un bianco bluastro mentre scendevano verso il terreno.


Attorno al “fuoco” crescevano delle gabbie di vimini a forma di barile, apparentemente piantate e non costruite; i loro tronchi diventavano spesse radici che perforavano il terreno come fossero chiodi. Ce n’erano sette in tutto, quattro delle quali occupate da ratti umanoidi che si allontanavano dalle sbarre che li circondavano, ringhiando e sbattendo i denti come qualsiasi prigioniero terrorizzato. Fuori dalle gabbie, i loro rapitori danzavano e saltellavano.


I prigionieri furono abbastanza semplici da identificare: le persone-ratto non erano qualcosa con cui Niko avesse familiarità, ma non si allontanavano molto dai satiri e dai centauri di casa sua. Le persone con elementi animali erano così comuni su Theros che forse era più sorprendente che non esistessero delle persone-ratto. I rapitori erano tutta un’altra questione. Bizzarri e allampanati, assomigliavano più che altro a costrutti di vimini e legnetti legati insieme. Alcuni erano decorati con dei fiori, che imitavano dei capelli o altri ornamenti; uno stava indossando ciò che sembrava quasi una vestaglia intrecciata con rovi spinosi. Si muovevano rigidamente, come ci si poteva aspettare per delle creature fatte di legno, e quando passavano vicino alle gabbie allungavano le braccia per scuoterle, facendo scattare i loro prigionieri dalla parte opposta.


“Nashi” sussurrò la Viandante, con gli occhi fissi sulla più piccola delle persone-ratto, seduta in fondo alla sua gabbia con le braccia attorno alle ginocchia. Non ringhiò quando i danzatori passarono alla sua gabbia, si limitava a fissarli con una furia silenziosa, osservando ogni loro mossa. Sembrava quasi che stesse cercando di memorizzarle per il futuro, per quanto potesse sembrare futile.


Le altre tre persone-ratto erano meno contenute. Una di esse scattò verso la mano che stava scuotendo la sua gabbia, mordendo il vuoto a soli pochi centimetri di distanza dalle “dita” di rametti attorcigliati della creatura. Come risposta, la creatura smise di danzare e cominciò a schioccare, con uno strano e terribile suono scattoso che però fornì un po’ di copertura quando Winter sussurrò: “Viminidi. Dovremmo andarcene. Il tuo amico è già spacciato.”


“Ci è già stato detto in passato, riguardo ad altri amici, e in altri luoghi” sussurrò la Viandante, con la spada alzata e pronta a colpire.


Nella radura, il viminide aprì la gabbia e allungò il braccio, afferrando per il polso la persona-ratto e contemporaneamente conficcandogli le dita in profondità nella carne. Il ratto urlò con un terribile suono lamentoso, ma non morsicò la mano nemica. Sembrava invece che ne fosse terrorizzato.


Il viminide lasciò la presa e indietreggiò, lasciando degli enormi fori nel braccio della persona-ratto. Fori che non sanguinavano, ma trasudarono una lenta linfa ambrata solo per un istante prima che dei freschi germogli verdi spuntassero dalla ferita.


La persona-ratto urlò di nuovo. La Viandante, che fu l’unica a riconoscere quei germogli come bambù verde di Kamigawa, si portò una mano alla bocca. I germogli continuarono a crescere, sempre più veloci, avvolgendosi attorno alla persona-ratto finché non fu completamente racchiusa. Ci fu un ultimo, disgustoso scricchiolio, dopodiché le urla terminarono. La persona-ratto era morta, lasciando al suo posto una bambola di vimini intrecciati, afflosciata e senza vita.


Finché non iniziò a muoversi, traballante e rigida, e uscì dalla gabbia per unirsi agli altri danzatori intorno al fuoco gelido. Era più bassa di molte delle altre creature… ma non di tutte, si rese conto Niko con orrore crescente. Anche altre tre erano basse ed esili, con delle “code” composte di radici attorcigliate o rovi annodati che imitavano l’anatomia delle persone-ratto.


La danza riprese, ora più veloce, come se fossero stati rivitalizzati dall’aggiunta di un altro membro della loro specie.


Niko iniziò a voltarsi verso la Viandante, solo per vederla balzare, spada alla mano, verso le figure danzanti. Lei gridò qualcosa mentre atterrava in mezzo ad esse, come una visione vorticante di morte vendicativa. La sua spada brillava d’argento alla luce del “fuoco”, tagliando arti e teste dalle creature, che smisero la loro danza per avanzare su di lei come gli incubi che erano.


Lei usò la sua lama per aprire uno squarcio su un lato della gabbia di Nashi e si stava girando per continuare ad affrontare i suoi avversari quando si bloccò, aprendo la bocca in un urlo senza suono. Del sangue iniziò ad espandersi sulla parte frontale del suo tabarro prima che dei rami di albero spuntassero fuori dalla propria cassa toracica, consumandola rapidamente mentre Nashi osservava in preda all’orrore, ancora intrappolato nella sua gabbia. La spada le cadde di mano mentre la debole luce dorata del suo barlume si spegneva, estinto dalla Casa. La creatura che un tempo fu la Viandante iniziò a voltarsi verso i propri vecchi alleati, ancora conscia della loro posizione, ma non più loro compagna-


Poi la visione si infranse quando la Viandante sussultò, portando la mano nella tasca dove aveva inserito il plasmafato di Aminatou. Lei fissò Niko, che la fissò a sua volta in silenzio, insicuri entrambi di cosa dire di una scelta quasi compiuta e a malapena evitata.


Winter passò il suo sguardo su entrambi, aggrottando la fronte. “Cos’avete voi due che non va?” chiese. “Questo non è un posto sicuro per fermarsi e starsene qui a guardare inebetiti. Dovremmo andarcene.”


“Questo… non è come pensavo che avrebbero funzionato” disse Niko.


“No” disse la Viandante. “Non penso che lo farò.”


“Bè, qualcosa dovrete farlo per forza!” disse Winter, con tono terrorizzato.


Niko e la Viandante si voltarono per tornare ad osservare la radura. Le creature non stavano più danzando. Avevano invece rivolto le loro “teste” verso il trio, osservandoli senza occhi. La loro immobilità diede l’impressione di un movimento imminente, della pausa prima di sferrare il colpo.


“Giusto” disse Niko, per poi generare un nuovo frammento dal nulla, tenendo il frammento vuoto in una mano e il frammento riempito con la cangiante foschia blu-bianca dell’intermispettro catturato nell’altra. Muovendosi rapidamente, scattò in avanti e scagliò entrambi i frammenti con un unico movimento. Il frammento occupato colpì la creatura davanti alle altre ed esplose, avvolgendola nella figura ululante dello spettro di luce infranta.


Il secondo frammento colpì Nashi, racchiudendolo al suo interno mentre sfrecciava oltre, attraverso le sbarre della gabbia. Si conficcò in un albero vicino, sufficientemente lontano dal circolo, con Nashi al suo interno.


Salvataggio del Mago dei Frammenti | Jarel Threat
Salvataggio del Mago dei Frammenti | Jarel Threat

Winter si accucciò il più possibile, cercando di nascondersi, mentre Niko e la Viandante partirono entrambi alla carica verso la radura. Il fantasma stava ancora consumando la creatura in testa alle altre, producendo un terribile suono, come dei chiodi arrugginiti che grattavano la latta. Le altre creature sembravano confuse e attaccavano senza scopo apparente.


La Viandante le schivò facilmente, spostandosi per aprire con un taglio le altre gabbie occupate. I nezumi prigionieri uscirono, alzandosi velocemente e afferrando delle rocce da usare come armi improvvisate. “Il fuoco” rantolò uno di loro. “Hanno paura del fuoco.”


“Fuoco, eh?” chiese la Viandante. Niko stava tenendo testa ai suoi avversari, lanciando frammenti e pietre indistintamente, colpendo il bersaglio ogni singola volta. Lei si allontanò dal combattimento, correndo verso l’albero dov’era finito il frammento che conteneva Nashi. Dopo averlo estratto continuò a correre, aggirando la battaglia per andare dove si era accucciato Winter.


“Hai una fonte di fuoco?” chiese lei. “Avevi accennato a degli strumenti… ne hai uno che può produrla?”


Winter rovistò nella sua cintura per un attimo prima di trovare un piccolo rettangolo nero più o meno delle dimensioni del proprio palmo. Lui glielo offrì. “Premi il bottone rosso in cima” disse lui. “Lo usiamo per accendere le micce e fare luce.”


“Tieni questo.”


Lei gli passò il frammento di Nashi con tutta la delicatezza possibile, poi si voltò per buttarsi nuovamente nella mischia.


Le creature cadevano quando Niko le colpiva con i suoi attacchi taglienti, ma si rialzavano di nuovo ad una velocità notevole e terribile. Solo quelli bloccati nei frammenti venivano realmente eliminati dal combattimento, e lei non sapeva che limiti avesse quella magia. Prendendo una manciata di erba secca dai bordi del circolo, la puntò con la scatoletta nera e premette il bottone.


Uscì una fiammella e l’erba prese fuoco, bruciando come un faro. Lanciò il cumulo in mezzo alle creature, che andarono nel panico, rinunciando al loro tentativo di attaccare Niko e i nezumi per poter fuggire nella parte più profonda del bosco. La Viandante tornò da Niko, che stava controllando di non aver riportato ferite.


“Hai combattuto con ferocia” disse lei.


“Io non manco mai il bersaglio” disse Niko. “Nemmeno tu sei male in combattimento.”


Tornarono camminando verso Winter, con i due nezumi dietro di loro a debita distanza. La Viandante gli restituì la scatoletta, prendendo in cambio il frammento.


“Puoi liberarlo?” chiese lei.


Niko annuì, prendendo il frammento e disgregandolo. Nashi si ritrovò improvvisamente lì in piedi, con lo sguardo perplesso giusto per un attimo prima che la Viandante lo attirasse in un abbraccio. Lui si divincolò e lei indietreggiò, con lo sguardo deluso.


“Sei venuta” disse lui, con i baffi tremolanti.


“Certo che sono venuta” disse lei. “Vorrei solo che fossi venuto da me. Ti avrei aiutato.”


“Noi ci aiutiamo tra noi” disse uno degli altri nezumi.


La delusione della Viandante non fece che crescere. “Capisco” disse lei.


“Sono alla ricerca di mia madre da quando sono arrivato qui” disse Nashi. “Penso di sapere dove si trova. Ma abbiamo appena perso molti del gruppo che ho portato con me. Se voglio essere sicuro di trovarla, ho bisogno del tuo aiuto.”



Il gemito continuava a fuoriuscire dalle pareti, interminabile, riecheggiante e scabroso in un modo impossibile per un semplice suono. Jace e Kaito erano schiena contro schiena, così da diminuire le probabilità di subire un agguato da parte di qualcosa. La parete iniziò ad incresparsi come fango denso, finché un terribile essere informe e tentacolato non cominciò a strisciare fuori fino a entrare nella stanza in cui si trovavano entrambi.


Sembrava qualcosa che apparteneva al fondale marino, molle e senza forma, incapace di sostenere il proprio peso. Ovviamente non ne aveva bisogno: fluttuò sopra il pavimento non appena fu libero dalla parete, con la parte anteriore del suo mantello gelatinoso che si spalancò in una bocca piena di denti aguzzi, al cui interno potevano vedersi delle forme galleggianti di teste spettrali. Sembravano essere composte di fumo o nebbia, qualcosa di sottile e inconsistente.


“Che diamine è quello?” chiese Kaito.


“Sembra… ma non può essere” disse Jace. I suoi occhi si illuminarono di bianco bluastro mentre rivolgeva la propria magia mentale verso l’essere, poi tornarono normali. “Non ha una mente. Le teste all’interno della sua bocca, invece, hanno una mente, ma non sono consapevoli dell’essere. Questo è un incubo in forma fisica.”


“Un incubo può farci del male?”


“Meglio dare per scontato di sì piuttosto che il contrario.”


“Ottimo.”


L’incubo fece scattare verso di loro due lunghi tentacoli. Kaito non aspettò di vedere se riuscissero a colpirli. Fece un movimento di taglio con la mano e i pezzettini di roccia che cospargevano il pavimento si alzarono per formare un muro di detriti che bloccò il colpo, deviandolo. I detriti non caddero nuovamente a terra. L’incubo li osservava e continuava ad avanzare.


“Come si combatte un incubo?” chiese lui.


“Lo si priva dei suoi sogni” disse Jace. “Tienilo occupato per un attimo.”


La sua silhouette divenne sfocata, poi sembrò scomparire, impedendo di essere visto. Kaito imprecò e si accucciò al riparo, dopo essersi spostato dalla traiettoria di un altro colpo di quei tentacoli.


Essendo Kaito l’unico bersaglio visibile, l’incubo si concentrò su di lui, inseguendolo per il seminterrato mentre Jace faceva qualunque cosa stesse facendo. Kaito schivò e rotolò, deviando ogni tanto un tentacolo con la propria spada, ma cercando principalmente di evitare i colpi.


E poi, con un lamento gutturale, l’incubo esplose in una nebbia torbida. Il gemito si fermò. Le pareti tornarono normali. I resti dell’incubo si appoggiarono sul pavimento, dove scomparirono. Kaito si voltò per fissare, incredulo, la stanza.


Jace riapparve, con gli occhi luminosi e apparentemente senza fiato.


“Cos’hai fatto?” chiese Kaito.


“Un incubo non può vivere senza la paura che lo alimenta” disse Jace, con tono leggermente pieno di sé. “Ho sondato i sognatori che ho percepito al suo interno e li ho liberati dalle loro paure.”


Kaito lo continuò a fissare.


“Che c’è?”


“Tutto in questa casa vuole ucciderti! Non pensi che potrebbero avere bisogno di essere un po’ impauriti?”


“Non li ho liberati di tutte le paure, né della loro capacità di provare paura. Ho preso solo la specifica paura che stava cercando di ucciderci. Non c’è di che, comunque.”


“Ti ricordi che prima il tuo naso non si era rotto?”


“Sì…”


“Possiamo provarci di nuovo.”


Jace sospirò. “Non sono qui per combattere, Kaito. Mi dispiace di essere sparito dopo l’invasione. Non dirò che non ho avuto scelta, ma delle scelte che avevo a disposizione, andarmene per un po’ di tempo era quella corretta.”


“Se non sei qui per combattere, perché sei qui?”


“Stavo viaggiando insieme a Vraska e al nostro nuovo compagno. Li ho persi, e penso che possano essere da qualche parte in questa casa. Devo ritrovarli.”


“Ah già, sia mai che Vraska venga lasciata senza supervisione, giusto?”


“So benissimo che questa è una frecciata sul mio bisogno della sua compagnia e non sulla sua capacità di badare a sé stessa, ma no, non mi piace lasciarla da sola. Loro hanno bisogno di me. Quindi, se ti decidi a smetterla di prendermi a pugni, potremmo lavorare insieme per trovare tutti i nostri amici scomparsi.”


Kaito gli lanciò un’occhiata. “Dopo quanto accaduto su Nuova Phyrexia… non siamo tornati ad essere amici, Jace.”


“Mi sta bene. Ma significa anche che dobbiamo sopravvivere entrambi.”


Insieme, si addentrarono nel seminterrato.



La creatura non li stava più seguendo.


In qualche modo, quella situazione era peggiore di un inseguimento. Almeno quello era prevedibile. Ma si era fermata diversi corridoi prima, lasciandoli fuggire senza nulla da cui fuggire. Zimone era senza fiato e continuava a tornare indietro per recuperare dei libri caduti. Infine, ansimante, si accasciò contro una parete e lasciò ciondolare la testa in avanti.


“Amica Zimone?” chiese Tyvar. “Cosa stai facendo?”


“Ho bisogno di prendere fiato” disse lei. “Dammi solo un secondo.”


Riluttante, Tyvar si spostò in piedi di fianco a lei, voltandosi verso la direzione da cui provenivano. La Casa aveva continuato a cambiare disposizione durante la loro fuga: guardandosi alle spalle non ritrovavano mai la stanza in cui erano stati fino a un attimo prima, ma qualcosa di completamente nuovo.


Tyvar quasi apprezzava le continue trasformazioni. Li costringevano ad essere sempre all’erta, a non dimenticarsi che questo luogo era loro nemico. Sembrava che stessero correndo attraverso il corpo di un’enorme creatura, qualcosa delle dimensioni di Koma, troppo enorme per comprenderla o ragionarci. L’unica cosa che potevano fare da qui era sopravvivere.


Il muro di fronte a loro iniziò a pulsare e contorcersi in un modo che Tyvar stava cominciando a riconoscere. Si raddrizzò, preparandosi a combattere nuovamente la creatura, quasi sollevato di tornare allo schema familiare di attacco e difesa. La contorsione continuò, e quello che ne uscì non fu il terribile assalitore allampanato, ma un’elegante donna elfo con i capelli raccolti in un alto chignon sulla testa, degli occhiali che risaltavano occhi intelligenti e delle sembianze vagamente trasparenti.


“Zimone” disse lei. “Eccoti qui, ragazzaccia. Sono settimane che non ti presenti alle mie lezioni.”


La testa di Zimone scattò in alto, con gli occhi spalancati. “D-Decana Kianne?” chiese lei. “Ma lei… Io l’ho vista…”


“Phyrexia? L’invasione? Ho lasciato che mi prendessero, mia cara. Dovevo dimostrare le mie teorie sulla trasformazione e riflessione del mana, e ho dimostrato così tanto. Il completamento ha sbloccato le porte finali per la mia ricerca e finalmente capisco ogni cosa. E l’avresti capito anche tu, se solo avessi continuato a frequentare le lezioni.”


“No, ma lei… quando Phyrexia fu sconfitta, lei morì. Lei venne presa, e poi morì.”


“Nulla di cui rimane un ricordo muore, cara. La memoria è una forma di magia, e la magia esiste per essere usata.” Allungò una mano dalle lunghe dita verso Zimone. “Vieni qui, e ti mostrerò come fare.”


Zimone respirò con il naso, poi iniziò a fare un passo verso di lei, solo per essere fermata da Tyvar, che la trattenne con una mano sulla spalla. Lei gli lanciò un’occhiata tagliente.


“Lasciami andare. Quella è la Decana Kianne.”


“Che tu hai visto completata” disse lui. “Che tu hai visto morire. Perché dovrebbe trovarsi qui? Perché dovrebbe cercare di convincerti ad avvicinarti a lei?”


L’ombra di Kianne strinse gli occhi, lanciandogli un’occhiataccia. “Stai interferendo in cose che non ti riguardano, sconosciuto.”


“Mi riguardano eccome. Senza di lei, non riuscirei mai ad uscire da questa casa. Mi rifiuto di lasciar finire qui la mia storia, incompiuta e mai raccontata.”


“Allora interferisci solo per egoismo.”


Tyvar la guardò severamente, sempre tenendo a distanza Zimone. “Io interferisco perché tu sei un trucco! Una trappola! Lei vedrà la verità non appena si riprenderà dallo shock.”


“Ne sei sicuro?”


“Tu non puoi essere la Decana Kianne” disse Zimone, con la voce tremante. “Lei… lei è morta. Vorrei che non fosse così, ma è morta.”


“Oh, dunque è così che andranno le cose?” Il viso di Kianne perse le sue ultime tracce di gentilezza. “La spocchiosa scolaretta pensa di poter sopravvivere solo perché ha un ‘eroe’ da poter buttare nel tritacarne, ma tanto muoiono sempre per proteggerti, non è vero, Zimone? In quanti della tua accademia non ce l’hanno fatta perché pensavano che la debole, dolce piccola Zimone dovesse essere risparmiata da Phyrexia?”


“Non è giusto” si lamentò Zimone.


“Non è giusto che tu sia viva” ringhiò la decana fantasma, poi balzò verso di lei. Zimone gridò e si rannicchiò, nascondendosi dietro Tyvar, che rimase immobile.


La silhouette della Decana Kianne tremolava mentre si muoveva, e Tyvar fece un mezzo passo indietro, continuando a difendere Zimone dal suo attacco. La mano artigliata della creatura che li aveva attaccati in precedenza apparve attraverso il petto traslucido della decana Quandrix, colpendo Tyvar lungo il suo busto senza protezioni, tagliando pelle e muscoli con facilità. Tyvar barcollò indietro, sentendo qualcosa rovesciarsi e scivolare fuori dalle ferite aperte.


“Tyvar!” gridò Zimone, mentre Tyvar cadeva, con gli occhi aperti che fissavano il nulla-


Poi quel momento si frantumò come il ghiaccio al bordo del fiume in un mattino invernale, con Tyvar ansimante che portò una mano sul plasmafato che aveva infilato nella sua cintura. La Decana Kianne doveva ancora muoversi. Non c’era traccia della creatura.


“Cos’ho fatto di sbagliato?” chiese lui. “Aminatou aveva detto che ci avrebbero riportato indietro quando facevamo qualcosa di sbagliato.”


“Sei rimasto a combattere” disse Zimone. “Quella non è la Decana Kianne. Dobbiamo scappare!”


“No” disse Tyvar. “Quando mi ha tagliato, ho percepito…” Si mise in una posa diversa, guardando con sfida la Decana Kianne. “Combatti contro di me, se hai il coraggio, fantasma.”


Lei ringhiò e balzò di nuovo. Questa volta lui indietreggiò, e quando l’artiglio della creatura apparì dal petto di lei, lui afferrò il suo polso prima che potesse toccarlo, con la conoscenza del combattimento che in realtà non aveva ancora perso che gli disse esattamente dove e come posizionarsi. La creatura gridò. Lui strinse la sua presa sul polso, quando ciò che sembrava intonaco iniziò a strisciare su per le sue mani, fino a ricoprire le braccia. Lui continuava a stringere, con la trasmutazione che si diffondeva sempre più velocemente, finché il suo intero corpo non divenne del colore della pelle della creatura.


Lui la lasciò andare. La creatura non continuò ad attaccarlo. Si rivolse invece verso Zimone, con un ghigno che gli divideva in due la faccia mentre la falsa Decana Kianne tornò a fluttuare nuovamente dentro il muro. Tyvar saltò verso Zimone. E così fece anche la creatura. Zimone urlò quando Tyvar avvolse le sue braccia attorno a lei, stringendola in un abbraccio che non era meno terrificante solo perché ricevuto da un alleato. La magia di lui si riversò su di lei, e lei sentì che la propria pelle stava iniziando a cambiare.


Improvvisamente, la creatura si voltò e iniziò a vagare per il corridoio, lasciandoli in pace.


“Cosa…?” chiese Zimone.


“La creatura… bestia… qualsiasi cosa sia… non può essere uccisa perché non è viva” disse Tyvar. “Non nel modo in cui noi riconosciamo la vita. Appartiene alla Casa. Così come l’immagine della tua amica scomparsa. Sono create dalla Casa: una da legno e intonaco, l’altra dalla polvere.”


Zimone aggrottò la fronte. “Cosa vuoi dire?”


“La loro carne è la carne della Casa, e ora… lo siamo anche noi.”


Zimone sbatté le palpebre. “Cosa?”


“Finché non rilascio la magia, noi siamo fatti della Casa, e quindi la Casa non ci vede come invasori. Le sue difese naturali dovrebbero lasciarci stare.”


“Io… oh.” Zimone raccolse il resto dei suoi libri e si alzò, cercando di non guardare le proprie disturbanti mani trasformate. “Per quanto tempo riesci a farlo?”


“Ora come ora, mi sento come se potessi continuare per sempre.”


Zimone decise di non contraddirlo. Il corridoio davanti a loro era dritto e libero, quindi lei gli fece cenno di seguirla quando riprese a camminare.


La Casa non sembrava più consapevole della loro presenza o della loro destinazione. Nulla cambiava o mutava mentre camminavano, e le porte che erano state chiuse conducevano alle stesse stanze una volta aperte di nuovo. Continuarono ad avanzare finché non raggiunsero una camera circolare con un corridoio su entrambi i lati pieno di porte di ciliegio. Ciascuna era decorata con degli intagli uguali a quelli presenti sulla porta apparsa su Ravnica, ma con disegni leggermente diversi.


“Questa sembra la decorazione dell’ala studio Quandrix” disse Zimone, osservando una porta.


“Questo è il disegno della sala dei banchetti di mio fratello” disse Tyvar, osservando un’altra porta.


“Si sta diffondendo” disse Zimone. “Le porte… sta piazzando delle esche nei luoghi dove potrebbe attirare più persone.”


“Ma perché?” chiese Tyvar, osservando un’altra porta, questa intagliata con falene ed edri, mezza sprangata con delle assi inchiodate lungo i bordi, come se fosse vietato aprire questa porta, rispetto alle altre. Dall’altra parte potrebbe esserci Zendikar. Pericoloso, delizioso Zendikar, pronto per essere divorato.


Aspetta. Divorato? Lui si fermò, aggrottando la fronte. “La Casa è… affamata” disse.


“Le case non possono essere affamate.”


“Questa sì. Si diffonderà, e conquisterà, e divorerà tutto ciò che è più debole di essa. Essa diventerà tutto. Non esisterà più nient’altro.”


“Tyvar? Questo non… tu non mi sembri…” Zimone si fermò quando si rese conto che lui effettivamente non avesse completamente torto. C’era qualcosa di allettante nell’idea di strappare in due l’intero Multiverso, di prenderlo e tirarne fuori le interiora, quei deliziosi cuori dolci…


I suoi pensieri andarono all’invasione Phyrexiana, con i mostri che si diffondevano per la sua amata accademia, mostri che erano stati amici, compagni di classe e professori fino a pochi secondi prima. Lei iniziò a grattarsi freneticamente quella pelle dura come intonaco, ricordandosi delle loro trasformazioni di porcellana. Questo era davvero così diverso? Non era praticamente un’altra forma di Phyrexia?


C’era una via d’uscita? Mentre un rimbombante no riecheggiava per i propri pensieri, lei gridò e cadde a terra, con il corpo che si spezzava dall’interno mentre germogliava in una nuova versione più piccola della creatura precedente, finalmente consumata, finalmente a casa-


E poi si ritrovò a guardare la porta verso Strixhaven, sentendo il proprio plasmafato bruciare come carbone contro la pelle. Lei si voltò di scatto, afferrando il braccio di Tyvar.


“Fai terminare la mimetizzazione” lo pregò.


“Ma perché? Ci protegge, ci rende forti-“


“Ci sta divorando!”


Tyvar aggrottò la fronte. Un eroe l’avrebbe protetta, eppure lui voleva cibarsi di lei. “…sì” disse lui, riluttante.


L’intonaco sparì pian piano dalla loro pelle finché non furono nuovamente loro stessi. Zimone lasciò andare un sospiro di sollievo. “Va bene” disse lei. “Dobbiamo sembrare parte della Casa così che non ci attacchi, ma non possiamo rimanere trasformati per sempre perché altrimenti ci attaccherà in modo diverso.”


“Mi dispiace” disse Tyvar, affranto. “Le cose che stavo pensando di farti… mi dispiace tantissimo. Un eroe non dovrebbe.”


“Avanti.” Zimone gli afferrò il braccio, affrettandosi lungo la stanza verso l’uscita. Oltre di essa si trovava un lungo corridoio, simile a tutti gli altri che avevano visto. “Puoi comunque nasconderci: basta non mantenerlo attivo per troppo tempo. Dobbiamo fregare la Casa in altri modi.” Lei spostò i suoi libri sotto braccio e prese un dispositivo squadrato dal pavimento, dove era caduto, mettendoselo in spalla. “Trova qualcosa da trasportare… o meglio, da indossare. Magari se sembriamo nativi di questo posto, non ci bramerà così tanto. Potresti metterti una maglia o qualcosa del genere.”


Tyvar rovistò nelle scaffalature più vicine, tirando fuori un gilè lacero. Lo indossò. “Questo può andare?”


Zimone lo guardò, con il petto e la cintola ancora scoperti, e trattenne un sospiro. “Va benissimo” disse lei. “Continuiamo.”


Non più nascosti ai molti occhi della Casa, iniziarono nuovamente ad avanzare, via dalla stanza delle porte e diretti verso una destinazione sconosciuta.



Nashi faceva strada, con il resto del gruppo a seguire e la scintillante figura di Kyodai sospesa sulla spalla della Viandante mentre camminavano. Niko rimase in fondo, al passo di Winter, mentre lo osservava sospettosamente.


“Sei rimasto qui da solo per tutto questo tempo?” chiese Niko.


Winter aggrottò la fronte. “Vuoi sapere da quanto?” rispose lui. “Io non sono di qui. Non in origine. Io e la mia migliore amica abbiamo attraversato una di quelle porte anni fa. Abbiamo passato molto tempo a visitare la Casa per conto nostro. Lei… lei ora non c’è più.”


Il dolore nella sua voce era impossibile da ignorare. Niko percepì una fitta per empatia, distogliendo lo sguardo. “Mi dispiace” disse. “Dev’essere stato difficile. Ma sei con noi ora. Troveremo un modo per uscire di qui e ti porteremo con noi, se sei pronto a lasciare questo posto.”


“Sono pronto da quando sono arrivato qui” disse Winter.


In testa al gruppo, la Viandante si rivolse a Nashi. “Vorrei che mi guardassi” disse lei.


“Perché?” chiese lui. “So già che aspetto hai. Andiamo da questa parte.” Lui svoltò e gli altri lo seguirono.


“Perché mi piacerebbe vedere il tuo viso mentre discutiamo la prossima mossa.”


“Non c’è niente di cui discutere. Questa casa ha preso mia madre. Ora andiamo a prenderla.”


“Nashi…”


“Phyrexia si è presa mia madre, ed è tornata a casa. Poi tu hai preso mia madre, ed è ritornata. Lei non mi abbandona mai. E per questo io non abbandono lei.”


“Nashi-“


Uno dei nezumi rimasti le toccò il braccio. Lei lo guardò. “Ci abbiamo provato. Quando ci siamo resi conto che la porta era un’esca e che questa era una trappola, ci abbiamo provato. Non ti darà retta. Non ha ancora superato il lutto.”


La Viandante guardò Nashi, con le labbra strette in una linea dritta, e non disse nulla mentre il gruppo continuava ad avanzare.



Nessun altro incubo era giunto per attaccare Jace e Kaito. Era una cosa positiva. Il seminterrato sembrava continuare per sempre, scavando il proprio percorso sempre più in profondità nella terra. Le scale scendevano, e non salivano mai. Non c’era alcuna finestra.


Il seminterrato lasciò spazio ad una stanza delle caldaie, ad un magazzino sotterraneo, ad un atrio vuoto con un soffitto di vetro che osservava un cielo punteggiato di stelle sconosciute, ad una grande caverna che sarebbe potuta sembrare naturale se non per le porzioni di mattoni a vista che si intravedevano attraverso la pietra spezzata. In fondo si trovava una porta. Jace e Kaito iniziarono ad avvicinarsi verso di essa quando a metà via il pavimento cedette sotto i loro piedi, facendoli cadere non nel nulla, ma in una fossa piena di una densa sostanza gelatinosa che irritava la pelle e stringeva i loro arti, rendendo difficile muoversi.


Dei pioli su entrambe le pareti della fossa sembravano offrire una via d’uscita. Kaito si fece strada verso il più vicino, con Himoto che cinguettava incoraggiante nelle sue orecchie e il fluido che lo rallentava fino quasi a fermarlo. Con fatica, riuscì a sfiorare il metallo con la punta delle dita, ma urlò quando sentì delle manette avvolgersi attorno alle sue caviglie.


Jace sussultò e Kaito gli lanciò un’occhiata. “Ti hanno appena afferrato?” chiese lui.


“Catene” disse Jace. “Siamo proprio in trappola.”


“Forse.” Qualsiasi cosa li stesse trattenendo aveva abbastanza agio da permettere a Kaito di tornare verso Jace, poi guardò in basso e utilizzò la propria telecinesi per spostare il fluido e creare uno stretto tunnel. Stava ansimando quando i piedi dell’altro uomo furono finalmente in vista.


“Questo… è il massimo che posso fare… Non riesco a fermare il fluido e agire sui lucchetti” disse lui. “Ma quello può farlo Himoto.”


Il drone corse giù per il suo braccio per balzare sulla gamba di Jace quando le catene alle loro caviglie tirarono verso il basso, trascinandoli più in profondità. Qualche altro strattone e sarebbero annegati.


Himoto iniziò ad agire sui lucchetti alle caviglie di Jace, manipolando i meccanismi finché non si aprirono con un clic. Jace fece uscire i piedi, aggrappandosi al piolo sulla parete più vicino. Questa volta, nulla lo afferrò. Lui si allungò all’indietro, offrendo il braccio a Kaito. “Ti aiuto a tirarti su” disse lui. “Rimani concentrato e riuscirò a fare uscire entrambi di… qui…”


La sua voce si spense mentre fissava qualcosa sopra di loro. Kaito alzò la testa, seguendo lo sguardo di Jace.


Lì, proiettata sul soffitto, c’era Vraska, che stava facendo da scudo con il proprio corpo ad una piccola creatura dalla pelliccia arancione mentre si ritraeva da un gruppo di creature che sembravano essere composte completamente di lame.


“Non posso” disse Jace. Tornò a guardare Kaito. “Mi dispiace tanto. Lui è troppo importante.”


Prima che Kaito si rendesse conto di cosa stesse accadendo, Jace iniziò a scalare. Ogni volta che toccava un piolo oltre il primo, la manetta sulla caviglia di Kaito lo strattonava ancora più verso il basso.


“Jace! Torna qui, brutto-“ gridò, prima di venire trascinato sotto.


Sentì Himoto aggrapparsi alla propria gamba. Le manette diedero un altro strattone, tirandolo ancora più in profondità. Non riusciva ad aprire gli occhi senza che ci finisse dentro quel fluido, e non riusciva a respirare.


Mi dispiace tanto, amici miei; avrei dovuto spaccargli il naso quando ne ho avuto l’occasione, pensò, poi eseguì un viaggio planare per andarsene, per arrivare su Ravnica, per tornare all’inizio, dove avrebbe potuto ancora sopravvivere.

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