top of page

Duskmourn: La Casa degli Orrori | Episodio 3: Non Voltarti


Winter camminava per il piccolo salotto, muovendosi con un’andatura quasi ondeggiante, come se stesse attraversando il ponte di una nave in movimento piuttosto che una casa immobile. Niko osservò i suoi piedi, notando il modo in cui i passi apparentemente naturali dell’uomo riuscissero a non calpestare i motivi a falena intessuti nel tappeto sbiadito. Alzando nuovamente lo sguardo, studiò per un attimo la sua nuova conoscenza. Nulla che lo riguardasse sembrava caotico come appariva, dal modo in cui camminava alle strisce di carta da parati innestate nei suoi vestiti; se fosse rimasto immobile nella giusta luce e abbastanza vicino alla parete giusta, poteva praticamente scomparire.


Se nulla che lo riguardava era una coincidenza, poteva esserla la sua presenza nella sala frigorifera? O l’aveva architettata nello stesso modo in cui architettava la sua camminata, appoggiando i passi con precisione?


E aveva importanza, in entrambi i casi? Che Winter li avesse incontrati per caso o intenzionalmente, li aveva salvati dalla creatura che aveva chiamato lamide. Questo gli faceva guadagnare un po’ di fiducia, almeno finché non avrebbe dimostrato di non meritarla. Fatta la sua decisione, Niko iniziò a seguirlo.


“Fermi!” disse Winter, girando il busto senza muovere i piedi, che rimasero piantati e immobili dove si trovavano, negli spazi vuoti presenti nel disegno del tappeto. “Non calpestate le falene!”


“Le… falene?” chiese gentilmente la Viandante.


“Sul tappeto.” Winter fece un cenno verso la stanza intorno a loro. Il calore, che era sembrato così rincuorante quando vi si ritrovarono per la prima volta, stava diventando velocemente soffocante. Chiunque avesse alimentato il fuoco l’ultima volta, lo aveva attizzato in maniera un po’ troppo entusiasta e, man mano che il freddo usciva dalle loro ossa, veniva sostituito da un fastidioso calore.


Niko seguì il movimento della mano di Winter, aggrottando la fronte quando notò che i disegni delle falene sul tappeto continuavano fin sulla carta da parati. Alcuni dei dipinti incorniciati sulle pareti erano diagrammi entomologici di falena che quasi riconosceva, specie che aveva visto svolazzare attorno ai bracieri del tempio su Theros. Le altre non le riconosceva, accomunate solo dalle loro ali dalla forma strana con sopra degli occhi che osservavano disegnati in maniera grezza. Sembrava che l’intera stanza li stesse osservando, attraverso le falene. Non c’erano finestre.


La Viandante continuava a guardare Niko, con un’espressione quasi perplessa sul viso. “Ci vuoi spiegare perché non dovremmo calpestare le belle falene intrecciate?”


Winter lasciò andare un respiro, con lo spettro di una risata dietro quel suono. “Sapevo che eravate nuovi, ma non pensavo foste così nuovi” disse lui. “Come avete fatto a sopravvivere così a lungo da raggiungere le Fosse Sommerse? Duskmourn avrebbe dovuto prendervi ben prima di arrivare così lontano. A meno che la Casa non sia più affamata, ma se la Casa non fosse affamata, non starebbe posizionando delle esche.”


“Di cosa stai parlando?” chiese Niko, con un freddo vuoto che si aprì in fondo al suo stomaco. Su ogni piano c’erano dei cacciatori che tendevano imboscate, come le grandi rane pescatrici che facevano dondolare un’esca che assomigliava ad un verme o un ragno o, addirittura, un intero corpo umano, usandole per attirare le prede abbastanza vicino da catturarle.


“Siete arrivati qui attraverso una porta, vero?” chiese Winter. “Una porta che non avevate mai visto prima, che non c’entrava nulla con i dintorni in cui si trovava? E non era chiusa a chiave, e si è aperta facilmente quando l’avete sfiorata, e dall’altra parte si trovava la Casa, come un invito all’avventura. Come se volesse che entraste per dare un’occhiata. Ma quando avete provato a voltarvi per andarvene, la porta non si trovava più lì. Appartenete a Duskmourn adesso.”


“L’hai già detto prima.”


“E lo dirò altre cento volte, se serve per farvelo capire.”


“Duskmourn è la Casa?”


Winter annuì con furore. “Sì.”


“E la Casa è… cosciente? Intelligente? Caccia?”


“La Casa è cosciente; che sia intelligente o meno non è mai importato abbastanza per preoccuparsene. Non si chiede alla cosa che sta per ingoiarti in un sol boccone se comprende ciò che sta facendo: se comprendesse abbastanza da importagliene, si sarebbe fermata dopo aver udito le tue grida.”


Niko si guardò di nuovo intorno, nella stanza. Ogni secondo che passava sembrava più nefasta, con il calore meno simile ad un falò e più simile al calore malato che scaturiva dalla carcassa fresca di un drago, qualcosa di vivo ed incombente. Gli occhi delle falene nelle pareti erano pesanti sulla sua pelle, facendo capire che non avrebbe potuto sfuggire al loro sguardo nemmeno volendo.


Istintivamente, cercò di raggiungere il calore della sua scintilla… non per fuggire, non per lasciarsi alle spalle i suoi alleati, ma per sorreggerla nella cavità della propria volontà, per percepire la sua sicurezza e sapere che il suo fato non era ancora stato deciso. E, come succedeva sempre dall’invasione, non trovò nulla nel posto in cui avrebbe dovuto trovarsi quel minuscolo tremolio di Cieca Eternità. Solo il vuoto, un ricettacolo troppo spezzato per contenere qualcosa di diverso dalla polvere.


Sfuggì da quella sensazione (non una cosa semplice, essendo ancorata alla propria anima) e rivolse la sua attenzione a Winter, che stava ancora osservando la Viandante dal posto in cui si trovava, vicino al fuoco. Come faceva a starci così vicino senza surriscaldarsi?


“Non abbiamo attraversato la porta perché siamo stati attirati” disse la Viandante. “Siamo venuti alla ricerca di un bimbo che si è perso, anche se non mi ringrazierebbe per averlo chiamato in questo modo. Sua madre era… anche lei si era persa, in modo diverso. Io ho una responsabilità verso di lui, e quando ho scoperto che era entrato nel tuo ‘Duskmourn’, non avevo altra scelta se non seguirlo. Chi mi accompagna ha accettato di venire con me.”


“Solo voi due, a caccia di un singolo ragazzino in questo posto maledetto?” Winter soffocò una risata. “Sapete che esistono modi più facili per morire, vero?”


“Smettila con questo discorso” disse Niko. “Il nostro fato non è deciso. Abbiamo degli alleati nella Casa, e non appena li ritroveremo riusciremo ad uscire di qui.” Kaito era ancora un Planeswalker, il suo ricettacolo era ancora integro e, anche se non lo fosse stato, il cubo che Niv-Mizzet aveva dato a Niko era ancora appeso sulla sua spalla, e ronzava con soddisfazione. Delle lucine si accendevano a intermittenza in un angolo. Stava ritrasmettendo informazioni a Ravnica. I soccorsi stavano arrivando.


I soccorsi stavano arrivando ed erano ben lontani dall’essere disperati, perfino in questo strano luogo, con le sue strane regole. Winter li stava trattando come se avessero fatto il più grave errore di sempre a venire fin lì, ma loro non erano arrivati per errore: erano alla ricerca di Nashi. Un innocente che aveva bisogno del loro aiuto. La capacità di Niko di rifiutare non era migliorata, nemmeno senza poter attraversare la Cieca Eternità in autonomia.


Winter soffocò un’altra risata, solo per bloccarsi quando si ritrovò la Viandante improvvisamente di fronte, dopo aver camminato sul pavimento con passi rapidi e aggraziati che avevano evitato le falene intessute nel tappeto apparentemente senza alcuno sforzo. La sua spada, che era sempre stata rinfoderata sul suo fianco, improvvisamente era tra le sue mani, con la lama a pochi centimetri dal volto di Winter.


“Non sarebbe saggio minacciare un nuovo alleato” disse la Viandante. “Quindi questa non è una minaccia. Soltanto una promessa. Non deriderci per cose che non abbiamo modo di sapere. Ci siamo capiti?”


Winter annuì lentamente, con gli occhi fissi sulla lama lucente della spada della Viandante. Non iniziò a rilassarsi finché lei non abbassò l’arma e la mise nuovamente nel suo fodero.


“La Casa è come un cacciatore, tu dici, ma questa volta potrebbe aver trovato un boccone troppo grande da mandare giù” disse lei.


“Non saresti la prima a pensarlo” disse Winter, ancora scosso, ma sempre di meno ogni secondo che passava. “Duskmourn ha inghiottito eroi e canaglie senza un minimo di esitazione. Voi pensate di sapere come sopravvivere qui perché siete sopravvissuti nel luogo dal quale provenite. Bè, qui non avete esperienza come eroi. Ma avrete esperienza come cibo. Voi dite che avete degli alleati nella Casa? Siete forse stati separati, uno per uno, da cose impossibili?”


La Viandante fece una smorfia. “Il pavimento si spalancò e inghiottì un nostro compagno” disse lei.


“Quello è successo dopo aver sentito qualcuno gridare aiuto in lontananza, e due dei nostri compagni sono corsi verso il grido” disse Niko. “Attraversarono una porta in un corridoio e, quando abbiamo provato a seguirli, lì si trovava un muro. Non l’abbiamo visto apparire, ma non poteva trovarsi lì quando loro se ne sono andati.”


“Questo è Duskmourn, che vi separa dai vostri amici” disse Winter. “È uno dei trucchetti preferiti dalla Casa. Vi vuole isolati e impauriti. Più siete terrorizzati, più la Casa vi desidera. Dovete aver raggiunto la soglia di paura di cui aveva bisogno se ha iniziato ad inviare i lamidi al vostro inseguimento, nel congelatore. Ora sa che vi trovate qui, se non lo sapeva già prima.”


“Che cos’era quella cosa?” chiese Niko.


Winter alzò le spalle. “Probabilmente, un tempo era un sopravvissuto. Duskmourn ripara e ricostruisce le persone che cattura, nello stesso modo in cui un tappezziere potrebbe rinnovare un divano. Attira quelli che riescono a sopravvivere nel territorio dei lamidi finché non si perdono e si ritrovano in una sacca del macello. Se sei fortunato, quando ti catturano ti uccidono. Se non sei fortunato, ti unisci a loro. Non so quanto comprendano ciò che sono diventati, ma possono essere furbi, e una volta che hanno il tuo odore sono implacabili. Prima ci è mancato molto meno di quanto possiate pensare.”


“Ed è con loro che questa casa caccia?”


“Non solo con i lamidi” disse Winter. “La Casa ha molte mani, e non smetterà di cercare di raggiungervi finché non vi catturerà.”


“O finché non fuggiamo” disse la Viandante.


Winter la guardò come se non si rendesse conto di cosa avesse appena detto. “Certo” disse lui, con la voce secca. “Fuggire.”


“Credevo che dovessimo essere educati ora” disse Niko.


“Sì, scusate, scusate” disse Winter. “Guardate, voi siete praticamente dei fari lucenti per ogni essere affamato in questa casa finché siete così speranzosi e sicuri di voi. State con me se volete rimanere vivi, e forse saremo abbastanza fortunati da trovare i vostri amici.”


“Ma non credi che ci riusciremo” disse Niko.


“Ho visto questo spettacolo fin troppe volte per pensare che avrete un lieto fine” ammise Winter. “Comunque sia. Rimanete uniti, non confidate che tutto quello che vedete rimarrà uguale a sé stesso, non toccate le falene, anche quando sono solo disegnate col gesso o con il sangue di qualcuno.”


“Quelle non le toccherei anche se tu non mi avessi detto niente” disse Niko.


Winter si lasciò sfuggire un sorriso a quella battuta. “Muovetevi velocemente e cercate di non indugiare troppo nelle zone aperte” disse lui. “Date per scontato che tutto sia ostile e possa ferirvi. Tutto tranne quelli.” Puntò il dito in aria, indicando un punto vicino alla Viandante. Lei sbatté le palpebre, poi si voltò.


Lì, sospeso a qualche metro sopra il pavimento del salotto, fluttuava un drago dorato composto totalmente di luce, che si muoveva in una curva sinuosa mentre rimaneva sul posto. La Viandante fu colta di sorpresa. “Kyodai?” chiese lei, poi si corresse: “No. Non riuscirei ad evocarla qui. Questo spirito è troppo piccolo per essere la mia adorata. Che cos’è?”


“Il tuo barlume” disse Winter. “Tutti a Duskmourn ne hanno uno. Rappresenta le tue speranze e i tuoi sogni… o quello che ne è rimasto, comunque. Credo che sia la Casa a crearli. Nessuno lo sa con certezza.”


“Dov’è il tuo?” chiese Niko. “Dov’è il mio?”


Winter si limitò ad alzare le spalle.


“La mia Kamigawa” sussurrò la Viandante.


Niko non disse nulla.


“Non dovremmo rimanere qui” disse Winter. “Le uniche tregue concesse da Duskmourn sono quelle brevi. Ma se seguiamo il suo barlume, dovrebbe condurci per una strada relativamente sicura.”


“Può portarci da Nashi?” chiese la Viandante.


“C’è solo un modo per scoprirlo” disse Winter.


La Viandante si inclinò verso lo spirito volteggiante. “Ti prego” disse lei, e il barlume iniziò a nuotare nell’aria verso una porta sulla parete dall’altro lato.


Gli altri lo seguirono.



Kaito cadeva senza emettere suoni, attingendo quanto più possibile dal suo addestramento per rimanere il più calmo possibile mentre stava precipitando nell’oscurità. Gli artigli di Himoto si aggrapparono alla sua spalla mentre si ancorava, rifiutando di venire separata da lui, e la caduta era abbastanza lunga da concedere una scintilla di divertimento: Lui poteva anche essere l’unico che era caduto, ma comunque non sarebbe stato da solo nella Casa. Himoto era con lui, come lo è sempre stata, come lo sarà sempre.


Proprio quando si stava rassegnando a cadere per sempre, la sua discesa terminò con un forte impatto su ciò che sembrava il terreno di una foresta. Rocce e radici si incastrarono sul bacino e sui fianchi, e le sue narici vennero invase dall’odore di limo bagnato, corposo e terroso. Sbatté le palpebre, poi si mise a sedere, strofinandosi gli occhi mentre controllava che non avesse riportato ferite.


Considerata l’altezza dalla quale era caduto, avrebbe dovuto avere diverse ossa rotte o, perlomeno, sarebbe dovuto svenire dall’impatto. Invece era dolorante come se avesse appena terminato una sessione di addestramento contro un avversario superiore a lui senza tenuta protettiva. Era irritante. Non che volesse farsi del male, ma le implicazioni erano inquietanti.


Quanto controllo esercitava la Casa su ciò che accadeva al suo interno? Si alzò con attenzione, ancora circondato dalla totale oscurità, e iniziò a respirare profondamente, dentro e fuori, cercando di utilizzare i suoi altri sensi per orientarsi. L’odore del limo sovrastava ogni cosa, uno spesso strato sopra l’odore di una foresta di pini marcescente, con gli alberi spezzati e morenti in assenza del sole. C’era una fredda umidità nell’aria, e un forte aroma di petricore che si mischiava con quello degli alberi; nebbia, quindi, quel genere di fitta nebbia che ricopriva tutto il terreno della foresta e lo rendeva pericoloso anche nelle migliori circostanze.


Mentre respirava la foresta, l’oscurità iniziò a diradarsi. Non fu un miglioramento. Svelata, la foresta era esattamente sgradevole quanto aveva supposto Kaito: gli alberi più vicini erano marci e si appoggiavano l’uno sull’altro, dando l’impressione che stessero solo aspettando una scusa per cadere. Gli alberi che non erano sul punto di cadere sembravano malati e apatici, se l’apatia potesse essere associata ad un albero: i loro rami penzolavano e la loro corteccia era macchiata dai licheni, grigi e scabrosi.


Kaito rabbrividì e si guardò intorno, con Himoto che si sistemò sulla sua spalla per allineare i propri occhi ai suoi e fornire un po’ di luce in più.


“Come fa una casa ad avere una foresta sotto la sala da ballo?” chiese Kaito.


Himoto cinguettò.


Prima che Kaito potesse decidere quale tra le poco promettenti direzioni sembrasse la meno spiacevole, su di lui passò un’ombra, facendolo irrigidire, dopodiché si accucciò e guardò in alto contemporaneamente. Qualunque cosa fosse, era troppo in alto per vederla con quel buio… anche se la foresta non era più avvolta dalla totale oscurità, c’era comunque la stessa luce di una notte senza luna, senza nemmeno la luce delle stelle che potesse venire schermata dalla fonte dell’ombra. L’ombra andò nuovamente in picchiata, questa volta accompagnata da un brillante getto di fiamme che illuminò interamente la bestia che stava girando in cerchio sopra la foresta. Il fuoco consumò gli alberi marci, trasformandoli in cenere, mentre il drago sbatté le ali e girò in cerchio per un altro passaggio.


Kaito si guardò nervosamente intorno, con la strada ora illuminata dal fuoco che divorava gli alberi. Non poteva andare da nessuna parte. Poteva addentrarsi ancora di più tra gli alberi, ma stavano bruciando.


Era comunque meglio di rimanere fermo e aspettare di essere cotto vivo. Iniziò a camminare quanto più velocemente poteva azzardarsi lungo il terreno deformato dalle radici, con i piedi nascosti dalla nebbia. Non aveva percorso molta strada prima che il drago tornasse in picchiata, questa volta direzionando le sue fiamme verso il movimento sul terreno della foresta. Kaito ebbe a malapena un istante per rendersi conto della gravità del suo errore, dopodiché il fuoco del drago lo inondò, violentemente e ardentemente caldo, trasformando il mondo in bianco e oro con la sua fiamma-


E poi tutto finì, e lui si ritrovò in piedi in mezzo ad uno spiazzo fumante e incenerito, circondato dai resti della foresta bruciata. Qualcosa di quel momento sembrava sbagliato, allo stesso modo di quando Teferi utilizzava la sua magia temporale, e subito dopo la sensazione di sollievo giunse la sensazione che tutto quanto fosse accaduto molto tempo prima, se era accaduto effettivamente; è stato uno spettacolo messo in piedi per il bene di Kaito… o per quello della Casa.


Il fuoco aveva bruciato via la nebbia. Dei draghi giravano per il cielo in alto, a decine, con la loro attenzione fissa su una città in fiamme. Ogni tanto, uno di essi scattava verso l’inferno di fiamme, aggiungendo un altro flusso di fuoco al danno ormai irreparabile. Non che ci fosse rimasto molto da bruciare. Nulla si muoveva, eccetto i draghi e le fiamme. Se la città era stata abitata, i suoi abitanti ora non c’erano più. Il cielo era ancora scuro, carico di pesanti nubi grigie che crepitavano di fulmini, riempiendo l’aria con l’odore dell’ozono.


Himoto cinguettò. Kaito le mise una mano sul dorso, donando conforto a entrambi, e aspettò che i draghi tornassero.


Ci fu un suono come se qualcuno stesse tagliando uno shoji con una spada pulita male, un suono secco, sfilacciato e fastidioso, poi il panorama iniziò a sfarfallare e svanire, diventando più o meno visibile come se si stesse trasformando tutto intorno a lui. Il suono della carta strappata si fece sempre più forte, poi si fermò improvvisamente come aveva iniziato. La foresta era scomparsa.


Scappa | Mirko Failoni
Scappa | Mirko Failoni

Al suo posto, sembrava che lui si trovasse in una stanza sotterranea con delle grezze pareti di pietra ed una scalinata in un angolo, che conduceva in alto verso una destinazione non visibile. Lungo una parete erano allineati mobili e oggetti personali inscatolati, e l’unica fonte di luce era un candelabro sfarfallante appeso al centro del soffitto. Le sue candele erano quasi completamente consumate: di lì a poco la stanza sarebbe sprofondata nell’oscurità.


E non era da solo.


Il discorso di Zimone sul movimento dell’aria non era sbagliato: il suo addestramento comprese veramente l’insegnamento del modo in cui capire quando qualcuno si trovava nelle vicinanze solamente dai cambiamenti dell’atmosfera attorno a lui. Si irrigidì, più preoccupato ora di quanto non lo fosse davanti ad una foresta misteriosa piena di draghi fantasma. Questo era qualcosa di fisico, qualcosa che avrebbe potuto potenzialmente fargli del male.


Qualcosa che si stava avvicinando, cercando di fare silenzio, ma comunque in avvicinamento.


Kaito si irrigidì ulteriormente, controllando il suo respiro per mantenerlo leggero e tranquillo, e quando la sensazione della presenza si fece troppo vicina, si girò di colpo, spedendo il proprio pugno destro dritto sulla faccia dell’uomo snello dai capelli scuri che gli stava arrivando alle spalle.


Jace emise un indecoroso suono starnazzante e barcollò all’indietro, portandosi una mano sul naso, che stava già grondando sangue. “Ciao anche a te, comunque!” disse lui, con la voce ovattata dalla mano e dalla ferita.


Kaito sbatté le palpebre e si raddrizzò, senza abbassare ancora i pugni. “Jace?”


“Ti aspettavi qualcun altro?”


“Io non mi aspettavo… cosa ci fai tu qui?”


“Non sei contento di vedere un vecchio amico?”


Kaito lo fissò. “Un vecchio amico?” chiese lui. “L’ultima volta che ti ho visto, stavamo cercando di ucciderci a vicenda su Nuova Phyrexia!”


“Dove mi hai impedito di fermare l’invasione Phyrexiana prima che potesse cominciare. Direi che ora siamo più o meno pari.”


“L’ho fatto per salvare Kamigawa dal sylex che tu stavi cercando di attivare.”


Jace alzò le spalle, un gesto così sconsideratamente noncurante che Kaito strinse i pugni. “Avrebbe funzionato se fossimo stati più veloci, o se non ci fossimo separati.”


“Sei tu il motivo per cui abbiamo perso Nahiri!”


“Anche io ho ricevuto lo stesso trattamento, nel caso te lo fossi dimenticato.”


Kaito strinse gli occhi. “Non ho dimenticato niente” disse lui. “Dove sei stato?”


“Ha importanza? Ora sono qui.”


“Sì, direi che ha importanza. Ha molta importanza.”


Jace sospirò, togliendosi la mano dal naso e pulendosi il sangue sul mantello. “Non credo si sia rotto, se questo per te ha importanza.”


“Vuoi che ci provi un’altra volta?”


Himoto cinguettò, come per incoraggiare Kaito a sferrare un altro colpo.


Prima che potesse farlo, un gemito risuonò per il seminterrato, come se uscisse dalle pareti stesse. Sia Jace che Kaito si irrigidirono, mettendosi istintivamente schiena contro schiena per prepararsi ad affrontare il pericolo imminente.


“Lottiamo più tardi?” chiese Jace.


“Lottiamo più tardi” concordò Kaito. “Ma lotteremo di certo.”


“Non vedo l’ora.”



La biblioteca era rimasta una biblioteca, per gioia di Zimone e disappunto di Tyvar. Non aveva provato di nuovo con le scale, preferendo rimanere dove avrebbe potuto fare la guardia a Zimone. L’accademica sembrava essersi dimenticata di trovarsi in pericolo possibilmente mortale: stava allegramente vagando tra uno scaffale e l’altro, recuperando un’interminabile serie di libri che consegnava a Tyvar perché li trasportasse sul grande tavolo da studio che aveva reclamato per la propria ricerca. Veramente, era come vederla all’interno del suo habitat naturale: un habitat che lui assumeva avesse molti pochi predatori, visto che lei era completamente a proprio agio ora che aveva accettato l’ambiente che la circondava.


Lui si sedette sulla sedia di fianco a quella di lei, distendendosi con un gomito puntellato sul tavolo e la guancia appoggiata sulle nocche. Sarebbe stato contento di esplorare, se non avesse significato perderla di vista. In quel luogo, non aveva fiducia che lei sarebbe rimasta lì al suo ritorno… che fosse a causa della perfidia della Casa o solo perché avrebbe vagato verso le sezioni più interne, non poteva dirlo.


Tyvar Kell non era un uomo portato per l’ambiente accademico. Ogni centimetro del suo corpo urlava che si trovavano nel bel mezzo di una grandiosa e terribile avventura, piena di pericoli e occasioni di gloria. Ma “cos’è questo posto” e “cosa sta succedendo” non erano nemici a cui tirare dei pugni. Tutto ciò che poteva fare era assicurarsi che Zimone fosse al sicuro, o qualcosa di equivalente all’interno di quella terribile casa.


Zimone aggrottò la fronte ad un certo punto durante la lettura di un libro, poi lo spinse via e ne trascinò un altro verso di lei, con gli occhi che scattavano lungo il testo con una rapidità notevole.


“Questa è una casa” annunciò infine lei.


Tyvar la guardò confuso. “Pensavo che fosse un dato di fatto.”


“Lo era, ma non significa che doveva essere dato per scontato. A volte quando si cerca di dimostrare qualcosa, si scopre che non era ciò che si pensava all’inizio. Si chiama mimetizzazione.”


“Lo so bene” disse Tyvar. “Questi alti concetti ci sono anche su Kaldheim.”


Le guance di Zimone arrossirono. “Non intendevo… È solo che sono emozionata. Questa è una casa, è stata costruita, l’architetta originale ha vissuto qui con la sua famiglia tanto, tantissimo tempo fa, se sto interpretando correttamente. Sembra che questo posto abbia avuto almeno una dozzina di proprietari. Ho dovuto trovare uno dei primi per avere conferma dell’architetta.”


“Questo è un bel sollievo” disse Tyvar. “Le cose create da una mano spesso sono più semplici da superare rispetto a quelle create dalla natura.”


“Non so se l’hai notato, ma questa biblioteca è piuttosto specifica. C’è un po’ di storia locale… nessuno dei nomi mi è familiare, nemmeno dal Biblioplex; non credo che questo sia un posto in cui qualcuno di noi sia mai stato… ma per la maggior parte è occultismo e il tipo di magia che fa raccomandare alla Professoressa Vess di ripensare ai propri obiettivi accademici.”


“Magia cattiva?”


“La magia non è intrinsecamente buona o cattiva più di quanto non lo sia un’equazione matematica, ma alcuni tipi di magia sono talmente radicati nell’entropia e nell’utilizzo offensivo che magia cattiva probabilmente è il modo migliore per descriverla.” Zimone tornò a guardare il suo libro, scuotendo la testa. “Non so perché qualcuno vorrebbe studiare questa roba, ma guarda, qualcuno l’ha studiata piuttosto intensamente.”


Tyvar guardò, per gentilezza. Il libro che lei ora stava guardando presentava lunghe annotazioni ai margini, scritte con inchiostro scuro e con una calligrafia stranamente vivace, come se chi le avesse scritte avesse considerato tutto quello un gioco meraviglioso. “Pensi che questa… magia sgradevole dal punto di vista accademico sia la ragione per cui la Casa si sta comportando in questo modo?”


“Sarei stupita se le cose non fossero correlate” disse Zimone. “Alcune di queste magie sono quel genere di cose che possono distorcere lo spazio e il tempo se lanciate nell’ordine corretto, e non sono nemmeno sicura di come alcuni di questi rituali potrebbero perfino funzionare.”


Il dispositivo di rilevamento che le aveva dato Niv-Mizzet emise un bip, un suono acuto e fuori posto in quella biblioteca. Zimone diede un colpetto alla scatola con una mano e continuò a leggere.


Un suono simile ad uno strappo umido, bagnato e viscerale, riecheggiò dal corridoio di scaffali più vicino, senza l’intenzione di abbassarsi d’intensità mentre si allontanava dalla sua fonte. Tyvar si raddrizzò, con l’attenzione rivolta immediatamente al suono. “Zimone?”


“Credo che se si risucchiasse l’intera forza vitale di una persona, potresti riuscire a-“


Zimone!”


Lei alzò la testa. “Hmm?”


“L’educazione della tua accademia non ti sta preparando adeguatamente per la sopravvivenza” disse Tyvar, ribaltando la sua sedia alzandosi e affrontando il suono. Gli scaffali di libri stavano iniziando a… contorcersi, quasi plasmandosi in strane forme asimmetriche. I libri si stavano deformando con essi, diventando qualcosa di completamente nuovo. Gli facevano male gli occhi a guardare, quindi si costrinse a non distogliere lo sguardo. Qualcosa che distorceva il mondo mentre si avvicinava era qualcosa che voleva farti distogliere lo sguardo. Lui non avrebbe permesso che diventassero dei bersagli facili.


Zimone strillò e barcollò in piedi, spostandosi leggermente dietro Tyvar mentre avanzava verso la porzione di spazio distorcente.


“Stai indietro!”


“Non mi avvicino più del dovuto” la rassicurò lui, anche se qualcosa di terribile si strappò via dal buco contorto e si scagliò verso il petto di lui.


Era tecnicamente bipede, con la pelle del colore della vecchia argilla secca che era stata esposta agli elementi per troppi anni. Non aveva capelli né indossava vestiti, ma aveva sei occhi, disposti sul suo volto come quelli di un ragno, ed una bocca che si apriva troppo in larghezza per essere funzionale, disseminata di denti simili a frammenti di vetro infranto. I suoi arti si piegavano in troppi punti, e si muoveva con l’orrenda grazia di un ragno.


Si schiantò contro il petto di Tyvar, con gli artigli affondati in profondità nelle sue spalle nude mentre si contorceva per strappargli la gola. Lui si contorceva allo stesso modo, usando l’inerzia della creatura contro di essa quando riuscì a lanciarla alle sue spalle, aprendo dei profondi solchi nella propria pelle di conseguenza, ma lasciando intatta la propria gola.


“Tyvar!” gridò Zimone.


“Rimani dove sei” urlò lui in risposta, e si lanciò contro la creatura. Questa ruggì e si raddrizzò per andargli incontro, con quegli arti stranamente snodati che si muovevano facilmente per trovare appiglio negli scaffali attorno. La distorsione dalla quale era emersa era quasi svanita ora, con le scaffalature che stavano lentamente tornando alla normalità, ma gli scaffali su cui si era ancorata stavano iniziando a distorcersi. La distorsione era una capacità della creatura, quindi, e qualcosa a cui stare attenti.


Zimone afferrò il rilevatore dal tavolo, stringendolo al petto. La testa della creatura scattò da un lato, con l’attenzione attirata dal movimento e i suoi occhi fissi su di lei. Fluidamente, iniziò a girarsi nella direzione di lei.


Dei busti di marmo di umani ed elfi erano stati incastrati in alcuni spazi sugli scaffali, fungendo da fermalibri e aggiungendo alla biblioteca un tocco infestato di cui Tyvar avrebbe potuto tranquillamente fare a meno. Lui afferrò il busto più vicino, percependo la struttura della pietra che si mischiava nella sua pelle, poi lo scagliò il più forte possibile sulla testa della creatura. Quello non era un lancio amichevole, e nemmeno il tipo di lancio che avrebbe riservato ad un lupo che si stava avvicinando troppo al gregge del villaggio: quello era un lancio pensato per fare quanto più danno possibile.


Il busto esplose contro il cranio della bestia, ed essa perse immediatamente interesse per Zimone, girandosi di scatto per continuare a ringhiare contro Tyvar. Lui sbatté le proprie mani una contro l’altra, con la pietra che si stava ancora diffondendo sulle sue braccia, finché non ricoprì le ferite sulle sue spalle, fermando l’emorragia.


“Una scintilla da Planeswalker è un dono troppo grande per un solo cuore; ti rende gratificato” sbottò lui. “Io sto lavorando alla mia leggenda da quando la mia si è spenta.”


La creatura ringhiò ancora e balzò verso di lui.


Questa volta, lui era pronto. La afferrò per i polsi e la fece volteggiare, sbattendola sul pavimento prima di darle un calcio sulla tempia. La creatura sibilava e ringhiava. Lui le piantò un piede nel centro del petto, tenendola ferma dov’era.


“Non le farai del male” gridò lui.


La creatura ringhiò ancora. Il suono sembrava vuoto. Tyvar alzò il piede, con la pietra che si diffondeva nella parte bassa del suo corpo, e quando la sentì vicina alla caviglia, fece cadere il piede più forte che poteva, attraversando lo sterno della creatura. Si scheggiò e spezzò come un’asse marcia, poi la bestia si accasciò. Tyvar ghignò, lasciando andare i suoi polsi, poi si voltò per camminare verso Zimone, con la pietra che stava scomparendo dalla sua pelle.


“Quella… come…?”


“Il mondo naturale risponde al mio richiamo” disse lui. “Prima mi serviva un frammento del materiale a portata di mano per trasformare la mia pelle, ma ora posso averne anche solo il ricordo per un effetto quasi uguale.”


“Bè, è una cosa molto bella, ma guarda.”


Zimone indicò dietro di lui, con la mano tremante. Tyvar si voltò.


La creatura si stava ricostruendo, con il petto in espansione e il sangue che si raccoglieva e tornava all’interno del suo corpo, dove riempiva le ferite della creatura che si stavano rapidamente rimarginando. Con un grugnito lamentoso, si rimise in piedi e ringhiò verso di loro.


Tyvar impallidì.


Zimone gli prese il braccio, strattonandolo. “Forse dovremmo fuggire” disse lei.


“Le gesta coraggiose portano onore soltanto quando vengono raccontate” disse Tyvar, e insieme si voltarono per fuggire più a fondo nella biblioteca, lontani dalla creatura ringhiante, tra le ombre degli scaffali.

Commenti


Privacy Policy

Cookie Policy

 

Vuoi supportare l'Archivio? Fai una donazione!

Tutto ciò che viene presentato in questo sito è un contenuto amatoriale non ufficiale consentito dalle Linee guida sui contenuti amatoriali. Non è approvato né autorizzato da Wizards of the Coast. Parte dei materiali utilizzati è proprietà di Wizards of the Coast.
© Wizards of the Coast LLC.

Per maggiori informazioni riguardo Wizards of the Coast, un suo marchio o altra proprietà intellettuale, potete visitare il loro sito https://company.wizards.com/.

bottom of page